Ahab – Live Prey

Il 23/06/2020, di .

Gruppo: Ahab

Titolo Album: Live Prey

Genere: ,

Durata: 64 min.

Etichetta: Napalm Records

Distributore: Audioglobe

84

Il gorgo acqueo del Funeral Doom suonato dai teutonici Ahab, è un oscuro fondo torbido, e sul palco nulla si perde della loro maestosa tenebra. Qui la band viene a realizzare un album dal vivo che vede succedersi tutte suite, per via del minutaggio delle tracce, dai dieci minuti della seconda ai diciassette della quinta; e tutte allungandole rispetto alla versione da studio. I brani sono quelli del 2006, dal primo album ‘The Call of the Wretched Sea’ e registrati nel concerto tenutosi in Germania nel 2017 al Death Row Fest (città di Jena). Dato il tema dei testi questi musicisti coniano il termine ‘Nautik’ per descriversi ma alla fine è un aggettivo che non determina un vero genere, quanto uno scenario lirico.

La prima traccia ‘Below The Sun’ (quasi tredici minuti) trascina con sé nei flutti l’ascoltatore, annichilendo ogni possibilità di uscirne, fino a che, nel poco più dell’ultimo minuto finale, una sinuosa chitarra solista morbida non cede all’anima un frammento di malinconica speranza. Tra le tracce, pur tutte funzionanti, ‘The Pacific’ appare la più convenzionale, ma considerando appunto che è una performance dal vivo, crea la giusta e ficcante suggestione. L’assolo che potremmo considerare normale, cioè non funereo, si trova contraddittoriamente nella catacombale ‘Old Thunder’, brano in cui, oltre al growling, viene sfornata una evocativa vocalizzazione rarefatta che sembra provenire da altre dimensioni e dipinge uno degli affreschi più saporiti del disco, proseguendo con un riffing nero e ossessivo; si tratta degli undici minuti più ricchi del full-length. La bravura compositiva si esterna dando ai pezzi chiare differenziazioni, e così abbiamo in ‘Ahab’s Oath’ un inizio estremamente algido, di netto fluido liquido, dentro il quale le tastiere ampliano l’enfasi diventando con le chitarre un quadro sognante; si tratta comunque della traccia meno pesante, e anche meno pessimista, con un afflato di sinfonismo e di epicità seducenti. Nella più lunga e pachidermica avventura sonora che chiude l’album, ‘The Hunt’ sembra di essere alla presenza di un grande essere, un mostro che immerso e immenso, affonda anche chi l’ascolta. Si parla di Moby Dick, ma questa tematica ben si sposa con la possenza di una presenza in qualche modo autorevole.

La band è lenta e incombente, ma se la sua gradazione oppressiva non è così asfissiante come si potrebbe di primo acchito percepire, è perché possiede il gusto di blandire mentre ti accompagna nei meandri oscuri. Il vocione in growl, che rimbomba col suo eco mortifero, è ciò che aumenta il pathos di questa apocalisse, ma quando esso scompare gli strumenti danno vita ad altre e più avvolgenti sensazioni. Essere presenti ad un lavoro che non è solo strumentale ma lo sembra per la modalità evanescente con cui sono trattate le espressioni canore, anche quelle che sono più cattive, rende fruttuoso un ascolto costantemente interessante, e si può immaginare che anche dal vivo abbia avuto la sua positiva riuscita. C’è qualcosa di psichedelico, invero non si respira solo aria hard rock, e in alcuni segmenti c’è del dark ambient così da poter avvicinare l’attitudine di questo combo a quello degli italiani Void Of Silence, nonostante la diversità di vedute tecniche, perchè la visione dei due gruppi spesso si interseca. Sono descrizioni da fine del mondo, che negli Ahab diventano allucinazioni attraversate da carezze consolatorie in mezzo al disfacimento, scivolando nel baratro senza possibilità di ritorno ma con pietà, pur nella lucidità della comprensione terribile del destino certo. Il viaggio è duro da attraversare, ma i suoni diventano attrattivi e fascinosi. Non si sente pubblico se non sul finale, e sarà stata una scelta tecnica, ma verrebbe da pensare che anch’esso sia stato colpito e affondato.

Tracklist

01. Below The Sun
02. The Pacific
03. Old Thunder
04. Ahab’s Oath
05. The Hunt

Lineup

Daniel Droste: guitars, vocals
Christian Hector: guitars
Stephan Wandernoth: bass
Cornelius Althammer: drums