Dolly Parton, addio alla regina del country che conquistò il rock
Il 26/08/2026, di Fabio Magliano.
Dolly Parton è morta a 80 anni. La leggendaria cantautrice è scomparsa a Nashville dopo una breve battaglia contro il cancro, circondata dai suoi cari. La notizia è stata comunicata dalla famiglia attraverso un video del nipote Bryan Seaver.
È facile definirla semplicemente la “regina del country”, ma sarebbe una sintesi tremendamente riduttiva. In oltre sei decenni di carriera, Dolly Parton ha attraversato country, pop, folk, bluegrass e rock, diventando una delle figure più riconoscibili della musica americana. Camp, glamour, ironica, popolare e profondamente autentica: Dolly era tutto questo contemporaneamente.
Non era soltanto ‘Jolene’, ‘9 to 5’ o ‘I Will Always Love You’. Era una songwriter gigantesca, con circa 3.000 composizioni all’attivo, capace di scrivere melodie destinate a vivere ben oltre i confini del country. Le sue canzoni sono state reinterpretate da artisti diversissimi, dai White Stripes a Whitney Houston, da Tina Turner a Norah Jones.
E proprio qui sta il punto: Dolly Parton era rock senza avere bisogno di sembrare una rocker.
Parrucche gigantesche, abiti scintillanti, trucco, scollature e battute fulminanti: Dolly aveva trasformato l’immagine della bionda tutta apparenza in un’arma artistica. Sotto il glamour c’erano una songwriter di prima grandezza, un’imprenditrice astuta e una donna capace di muoversi con intelligenza dentro un’industria dominata dagli uomini.
Nata poverissima nelle Smoky Mountains del Tennessee, Parton trasformò le proprie radici in canzoni come ‘Coat of Many Colors’ e ‘My Tennessee Mountain Home’. Poi arrivò ‘Jolene’, mentre ‘I Will Always Love You’, scritta nel 1973, sarebbe diventata nella versione di Whitney Houston uno dei più grandi successi della storia della musica.
La sua definitiva consacrazione nel mondo del rock arrivò nel 2023 con Rockstar, il primo album rock della sua carriera. Un progetto enorme, costruito insieme a una lista impressionante di ospiti: Paul McCartney, Ringo Starr, Stevie Nicks, Elton John, Joan Jett, Debbie Harry, Steven Tyler, Ann Wilson, Mick Fleetwood, Sting e molti altri.
Per Metal Hammer, però, il dettaglio più significativo è un altro: Dolly chiamò al suo fianco Rob Halford dei Judas Priest, Nikki Sixx dei Mötley Crüe e John 5 per ‘Bygones’, uno dei brani originali dell’album.
Non era un semplice cameo. Era l’incontro fra due mondi che, osservati da vicino, avevano molto più in comune di quanto sembrasse. La teatralità di Halford, l’attitudine di Sixx, la versatilità di John 5 e l’immagine gigantesca di Dolly appartenevano alla stessa idea di spettacolo: eccesso, personalità e identità.
Rockstar comprendeva anche riletture di ‘Stairway to Heaven’ dei Led Zeppelin, ‘Purple Rain’ di Prince, ‘Heart of Glass’ dei Blondie, ‘Free Bird’ dei Lynyrd Skynyrd e ‘We Are the Champions/We Will Rock You’ dei Queen. Nella versione deluxe arrivò persino ‘Jolene’ con i Måneskin.
Ma Dolly non aveva davvero bisogno di Rockstar per dimostrare di essere una rockstar. Il disco certificava semplicemente qualcosa che era evidente da decenni: il rock non è soltanto chitarre distorte. È anche teatralità, melodie, personaggi, eccesso e la capacità di diventare inconfondibili.
Dolly Parton aveva tutte queste qualità.
Negli ultimi anni aveva dovuto affrontare problemi di salute e, dopo la morte del marito Carl Dean nel marzo 2025, anche un periodo particolarmente difficile sul piano personale. Ora se ne va una delle figure più importanti e trasversali della musica americana.
Country, pop, folk, rock, persino metal: Dolly Parton apparteneva a tutti questi mondi senza appartenere completamente a nessuno.
Non è diventata una rockstar quando ha pubblicato Rockstar.
Lo era già.