Dish-Is-Nein – La festa è finita
Il 06/05/2025, di Giovanni Rossi.
Il bisogno di esserci e di chiamarsi fuori allo stesso tempo, con una presa di posizione radicale e precisa contro il disgustoso attualismo imperante: si può sentire nel nuovissimo ‘Occidente (A Funeral Party)’, dove i Dish-Is-Nein hanno saputo mettere insieme la voglia di avere ancora tanto da dire con l’esigenza di farlo in un modo diverso. Dopo la perdita di Dario Parisini e con Disciplinatha alle spalle, non poteva essere altrimenti. Un’identità che non cambia, eppure sotto una morfologia mutata, suoni, testi e immagini che continuano a fare male, Dish-Is-Nein non ha smarrito la rabbia, anzi. Ne abbiamo parlato con Cristiano Santini, che insieme a Roberta Vicinelli ha nuovamente riavviato l’innesco.
‘Occidente (A Funeral Party)’ già dal titolo gronda uno stato terminale. Cosa rappresenta per voi questa “festa funebre”? È davvero troppo tardi per opporsi all’entropia culturale?
“(Cristiano Santini ) Più che di “stato terminale” parlerei di “un dato di fatto”. La dissoluzione dell’occidente, così come lo si conosceva dal dopoguerra ad oggi, è un dato di fatto, sotto i nostri occhi. Per troppo tempo abbiamo dato, no, scusa, pure ora lo stiamo dando, valore assoluto a nuovi stilemi ideologico/culturali venduti come strumenti di progresso, per una società più equa ed inclusiva … ma la domanda è: di quale inclusione stiamo parlando? Pensare ad esempio di assegnare in automatico il cognome del proprio figlio/figlia/figl* alla madre piuttosto che al padre, no, scusa, al genitore 1 piuttosto che al 2, o come diavolo verrà indicato dalla burocrazia prossima ventura, come ipotizzato da quel genio di Franceschini sia il modo per “risarcire” la donna per un secolo di sudditanza al patriarcato più becero sia la via maestra ti da il metro del vuoto assoluto nel quale siamo stati risucchiati … contenti voi”.

Nel vostro nuovo lavoro sembra esserci una volontà esplicita di non appartenere più a nulla, nessuno schieramento: né scene, né generi, né ideologie. È una resa antropologica o la naturale prosecuzione del disallineamento che ha sempre caratterizzato Disciplinatha?
“Non la definirei resa antropologica, ma tanto meno disallineamento di “Disciplinatha memoria”. Credo si tratti di un sentimento, uno stato d’animo di chi oggi, nel 2025, si sente del tutto fuori contesto, non rappresentato da politica od istituzioni, ma nemmeno allineato agli stilemi che guidano il sentimento popolare. Non si tratta di una resa, tutt’altro, è una presa di posizione netta e radicale contro la schifezza generalizzata che sta caratterizzando questo (cupo) secolo”.
‘Occidente (A Funeral Party)’ segna l’abbandono definitivo della chitarra, in favore di quell’elettronica ossessiva, glitch e harsh che nel vostro debutto era più bilanciata proprio dalle partiture di chitarra. Cosa ha significato questo passaggio dalle sei corde all’elettronica totale per la vostra identità artistica?
“In primis posso dirti che si è trattato di una scelta di natura emotiva e affettiva: ci sembrava del tutto inconcepibile assoldare un nuovo chitarrista, il pensiero non ci ha sfiorato nemmeno per un secondo. Fatta questa premessa, la caratterizzazione del sound di questo album è sicuramente figlia delle nostre (mie e di Roberta) tendenze musicali attuali. È ormai da anni, dal mio modesto punto di vista, che le cose più stimolanti e interessanti, al netto di qualche rara eccezione, le sento arrivare dalla musica elettronica, nelle sue mille sfaccettature e declinazioni. Quindi non abbiamo fatto altro che dare seguito in modo del tutto naturale a questa inclinazione stilistica. Poi, io fin dai tempi dei Disciplinatha, sono sempre stato un fautore della “contaminazione totale” tra suoni, strumenti e generi differenti, anche piuttosto distanti tra di loro, convinto che questa pratica, se affiancata da idee chiare ed una forte disciplina in sede di arrangiamento e produzione, fosse foriera di soluzioni innovative e dalla forte personalità artistica”.

Il linguaggio dei testi è stratificato, oscuro, intriso di riferimenti filosofici, letterari, sottotesti politici e sociali. Come sono nati questi testi a cui avete chiamato a contribuire artisti sì diversi, ma fortemente vicini alla vostra storia?
“I testi nascono da un lavoro “a più mani” fatto principalmente da Renato Mercy Carpaneto ed il sottoscritto. È stato un lavoro lungo, un confronto serrato per trovare la forma migliore, sia da un punto di vista stilistico che formale. Un compromesso tra la scrittura aulica di Renato ed un mio approccio più diretto, sloganistico, “in faccia”. Credo che il risultato rispecchi fedelmente queste due anime, interdipendenti ma anche fortemente caratterizzate da più livelli di lettura, con un sacco di riferimenti e citazioni, tutti assolutamente voluti, cercati. Non posso poi non includere il magnifico testo scritto da Alessandro Cavazza per ‘Occidente’.”
Tornando alla musica, al di là dell’elettronica, ho trovato i brani intrisi di carnale fisicità e di una cura del suono che non può che dare merito anche agli artisti che hanno collaborato all’album. Anche il ritorno di Roberta penso abbia contribuito a far riemergere le vostre radici primigenie, così che ‘Occidente (A Funeral Party)’ suona nuovo, diverso, ma pur sempre ben piantato nel vostro genoma. Come è scaturita questa vostra nuova identità sonora lungo il dipanarsi del percorso compositivo?
“Sì, condivido la tua analisi. Questo lavoro dà centralità ad elementi caratterizzati da una forte fisicità. Roberta ha sicuramente il suo stile nel suonare il basso, strumento che in questo album esce (giustamente) in modo netto e distintivo. Va poi considerato che l’assenza di chitarre ha lasciato “spazi” che ci hanno permesso di fare determinate scelte, oltre al fatto che il ritorno del basso, del tutto assente nel primo EP, ha inevitabilmente dato una forte caratterizzazione al sound. Le collaborazioni che ho scelto, Giulio Ragno Favero in primis, ma anche Federico per alcune parti di synth modulare in ‘Stato di Massima Allerta’, sono figlie di un’idea ben precisa che avevo rispetto a come dovesse suonare questo lavoro: moderno, contemporaneo, internazionale, ma che lasciasse trasparire anche il nostro DNA, la nostra storia. Questa idea ha guidato e contraddistinto tutte le fasi della realizzazione di ‘Occidente’.”
C’è una vostra affermazione che mi colpisce: “mi arrogo il diritto di non scelta, perché non mi ritrovo nel vostro giusto e sbagliato,”. Oggi come ci si può opporre non scegliendo, senza diventare indifferenti o semplicemente inerti?
“La non scelta, quando manifestata e motivata, non ritengo dimostri inerzia o indifferenza. È una presa di posizione ben precisa. Personalmente è da tempo che ho deciso fosse ora di smetterla di tapparsi il naso scegliendo il meno peggio, perché sempre di peggio si tratta, ed il peggio si nutre e cresce grazie a chi decide di scegliere per inerzia ed indifferenza. Perverso è l’ostinarsi a non soffrire per questa dismissione senza fine”.
Un’altra vostra affermazione che mi ha fatto riflettere: “[…] un modo per capire chi sono Dish-Is-Nein oggi e cosa saranno in grado di raccontare, immaginare, fotografare, quali coscienze sapremo smuovere. Naturalmente, anche quante persone saremo in grado di fare incazzare”. Non credete che là fuori già ci siano più che sufficienti argomenti per far incazzare chiunque? Cosa aggiunge Dish-Is-Nein di diverso?
“Dish-Is-Nein è uno specchio, senza “filtri bellezza” né paraculismi comunicativi. Quando urli al mondo che il re è nudo sono tutti con te, uniti attenti e vigili, pronti a lanciare monetine al malcapitato burocrate decadente di turno. Ma se hai “l’ardire” di urlare e soprattutto dimostrare, fatti alla mano, che è il popolo ad essere nudo, beh, allora le cose cambiano drasticamente. La gente, se sei bravo, la puoi tranquillamente pigliare per il culo raccontandole ciò che vuole sentire, che ha bisogno di sentire perché continui a pensare di vivere nel migliore dei mondi possibile. Ma quando palesi le sue evidenti miserie, allora si incazza, tanto. Quello che noi aggiungiamo quindi è un punto di vista impopolare perché trasversale e non ideologico. Ed in un mondo in cui devi per forza schierarti, possibilmente dalla parte del pensiero unico dominante, questa cosa non va per niente bene”.
Fuori luogo parlare di futuro di fronte a una festa funebre. Ma ugualmente: cosa accadrà adesso?
“Non abbiamo mai fatto musica perché fosse ora di andare in tour e monetizzare, anche perché, se consideriamo la nicchia davvero esigua di fedelissimi che ci seguono da sempre, le possibilità di suonare in giro e monetizzare, per un progetto come Dish-Is-Nein sono davvero ridotte ai minimi termini. Molto più semplicemente, quando ci rendiamo conto di avere idee e cose da dire allora ci mettiamo a lavorare su materiale nuovo. Questo album (il primo dai tempi di ‘Primigenia’), pur tra difficoltà di varia natura (emozionale in primis), ci ha lasciati davvero molto soddisfatti e soprattutto vogliosi di proseguire a scrivere musica. Questo per dire che speriamo (e contiamo) di non far passare altri 7 anni prima di produrre qualcosa di nuovo”.