Kadavar – Il Manifesto della Libertà
Il 10/08/2025, di Federica Sarra.
Con il loro settimo album in studio, ‘I Just Want To Be A Sound’, i Kadavar riscrivono il proprio codice genetico, lasciandosi alle spalle i massicci riff stoner per abbracciare nuove forme sonore. Un’evoluzione non priva di rischi, che li spinge in territori più morbidi, atmosferici e stratificati, ma che rivela anche una forte urgenza artistica: quella di sentirsi liberi. Abbiamo parlato con Lupus Lindemann, voce e chitarra della band, per scoprire cosa si cela dietro questo radicale cambiamento.
Il titolo dell’album suona come un manifesto d’intenti. Cosa rappresenta per voi questa affermazione così netta, ‘I Just Want To Be A Sound’?
“È una frase che ci portiamo dietro da più di dieci anni. L’ha detta Simon nel 2013, quando gli chiesi perché non fosse presente sui social. “Voglio solo essere un suono”, rispose. Una frase semplice, ma che racchiude il nostro approccio alla musica: esserci totalmente, senza filtri, senza distrazioni. È
diventato il nostro mantra, il nostro modo di restare concentrati sull’essenza, e questo disco ne è la naturale emanazione.”
C’è chi parla di una svolta radicale, chi invece la vede come una naturale evoluzione. Dove sta la verità, secondo voi?
“Dipende da dove ci si posiziona. Per noi è un’evoluzione coerente. Lo stoner rock ci ha dato molto, ci ha fatti conoscere, ma sentivamo di aver detto tutto in quella lingua. Oggi quello stile ci sembra saturo, e troppe band si somigliano. Non volevamo più far parte di quel panorama un po’ autoreferenziale. Questo album ci ha permesso di liberarci, di reinventarci. È una dichiarazione di indipendenza creativa.”
‘I Just Want To Be A Sound’ è stato definito da MetalTalk come “un full-body reset, un’elettronic rebirth che abbatte il mold del rock tradizionale, ed è bloody brilliant”. Qual è stata la scintilla che vi ha portati a questa rinascita sonora?
“Credo sia stato un processo molto naturale, ma anche doloroso. Dopo tanti anni a fare dischi dove i riff pesanti erano il punto centrale, ci siamo guardati in faccia e ci siamo chiesti: “Davvero vogliamo fare un altro disco così?” La risposta era no. Non volevamo più imitare noi stessi. Volevamo metterci in discussione, anche se significava spiazzare chi ci ha seguito fino ad ora. Siamo partiti da zero, senza riferimenti precisi. Solo la volontà di fare qualcosa che ci rispecchiasse adesso, nel 2025.”
Berlino ha sempre avuto un ruolo centrale nel vostro immaginario. Anche questo disco sembra riflettere i contrasti della città: ordine e caos, passato e futuro.
“Esattamente. Berlino è una città dove convivono epoche diverse, tensioni creative, movimenti e crisi. Abbiamo cercato di assorbire questa energia, di lasciarci contaminare. Questo disco è urbano, instabile, multiforme. Ha la forma del luogo in cui è nato.”
Al primo ascolto, l’album sembra disorientare: le strutture dei brani cambiano, si trasformano, non rivelano subito la loro direzione. È una scelta intenzionale?
“Lo è. Abbiamo costruito i pezzi come percorsi. Non ci interessava più l’idea del brano monolitico, “riff-based”. Volevamo dinamiche più ampie, sorprese. Ogni canzone cambia pelle, spesso più volte. Lo abbiamo fatto perché oggi ci emoziona di più esplorare l’imprevisto.”
Chi vi segue dagli esordi potrebbe rimanere spiazzato. Lo avete messo in conto?
“Assolutamente sì. Ma crediamo che sia un rischio necessario. I nostri fan più fedeli hanno sempre apprezzato la sincerità con cui ci mettiamo in gioco. Anche se qui ci siamo spinti molto oltre, pensiamo che chi ascolta con attenzione possa trovare il nostro spirito in ogni nota, anche se suona diverso.”
Allo stesso tempo, è un album che sembra voler parlare anche a un pubblico nuovo, che magari non vi conosce affatto. Era nei vostri pensieri?
“Sì, anche questo. Non ci siamo messi a scrivere per un target preciso, ma sapevamo che stavamo facendo qualcosa che poteva avvicinare persone nuove, curiose. È un album aperto. È come se dicessimo: “Benvenuti nel nostro nuovo inizio”.”
Parlando del singolo ‘Hysteria’, avete detto che nasce “dalla sensazione di parole prive di significato, in un mondo saturato di informazioni”. Come vivete in prima persona questa condizione, e quanto l’ha indirizzato creativamente?
“Viviamo immersi in un flusso continuo di stimoli. Tutti parlano, tutti hanno qualcosa da dire, ma raramente c’è spazio per il silenzio o per un vero ascolto. ‘Hysteria’ è nata proprio da quella sensazione: urlare, ma nel vuoto. Abbiamo cercato di catturare quel rumore bianco che ci circonda e trasformarlo in suono. Il brano è frenetico, ossessivo, eppure anche molto controllato. È come se fosse un grido che si trattiene all’ultimo momento. Anche quello è un atto di consapevolezza.”
Anche l’estetica visiva è cambiata: dai deserti sabbiosi a scenari distopici. Vi siete reinventati anche a livello d’immaginario?
“Sì, ma senza premeditazione. Avevamo bisogno di visualizzare ciò che stavamo suonando: inquietudine, tensione, senso di smarrimento e liberazione. Il video di ‘Hysteria’ad esempio, riflette tutto questo. È un mondo nuovo anche per noi, ma ci sentiamo a casa.”
Ultima domanda: vi sentite ancora una rock band?
(sorride) “Ci sentiamo una band. Punto. Il resto lo decide chi ascolta.”