The White Buffalo – Stories On The Road

Il 04/09/2025, di .

The White Buffalo – Stories On The Road

Jake Smith, in arte The White Buffalo, continua a inseguire la verità delle sue canzoni sulle strade di mezzo mondo. Dopo oltre vent’anni di carriera, il cantautore californiano racconta l’urgenza che lo spinge a portare i suoi brani dal vivo quasi senza sosta, il rapporto speciale con il pubblico europeo e la libertà conquistata oltre i confini di ogni genere. Un artista che vive di storie e di connessioni, pronto a tornare in Italia a settembre con date già attesissime da fan vecchi e nuovi.

Negli ultimi anni sei stato praticamente sempre in tour, attraversando continenti e contesti molto diversi. Cosa ti ha spinto a questa intensificazione? Questo continuo movimento ha influenzato il tuo modo di esibirti o persino di scrivere?
“La strada è sempre stata parte di me come artista, ma ultimamente ho sentito un’urgenza in più a essere là fuori, sera dopo sera. Il contesto live mantiene vive le canzoni—anche quelle scritte decenni fa—perché continuo a modificarne dinamiche, tempi, perfino il centro emotivo. Quella sensazione di ‘A Freight Train Through The Night’ non è solo un titolo; è il movimento, lo slancio e la connessione che alimentano anche la scrittura.”
A questo punto della tua carriera, come definiresti la tua visione artistica? C’è qualcosa che senti di voler esprimere ora più che mai?
“Inseguo ancora la stessa cosa—verità e impatto—ma sono meno interessato a ripetere una formula che ha funzionato. Voglio che i dischi siano un viaggio, non una semplice istantanea. Con ‘Year of the Dark Horse’ ho spinto su struttura e arrangiamento affinché i brani fluissero l’uno nell’altro come un racconto; quella sensazione di arco narrativo è qualcosa che porto con me anche adesso.”
Hai sempre sfumato i confini tra folk, rock, Americana e scrittura cinematica. Pensi ancora in termini di genere quando componi, o ormai è irrilevante?
” Il genere è uno strumento, non una gabbia. Prendo da ovunque serva alla storia—il sussurro acustico, il battito da saloon, gli arrangiamenti più ampi. Lavorare con produttori che incoraggiano il rischio mi aiuta a evitare l’autopilota e impedisce ai brani di finire chiusi in una scatola.”

Le tue canzoni hanno sempre avuto una forte componente narrativa, quasi cinematografica. Come si è evoluto nel tempo il tuo modo di raccontare storie, e come questo influenza l’arco emotivo dei tuoi concerti?
“La narrazione è la spina dorsale—lo è sempre stata. Ho scritto ritratti di personaggi e veri e propri concept album, dal ritorno del soldato in ‘Shadows, Greys & Evil Ways’ fino alla parabola di un anno di vita in ‘Dark Horse’. Sul palco riprendo tutto questo: le scalette diventano piccoli film, con tensione, liberazione e qualche deviazione che rimette in prospettiva brani familiari.”
Come bilanci il rispetto delle tue radici e delle versioni che i fan hanno amato per anni con il desiderio di reinterpretare e far evolvere la tua musica?
“Accettando che una canzone sia un organismo vivo. Cerco di mantenere la spina dorsale—il testo, l’emozione centrale—ma permetto che la pelle cambi. L’esperienza dell’album live me l’ha confermato: rivedere brani del repertorio dopo 20 anni ha dimostrato che possono assumere nuovi pesi senza perdere la loro anima.”
Stai tornando in Europa, in Paesi dove hai un seguito fedele. Com’è cambiato nel tempo il tuo legame con il pubblico europeo?
“È diventato più profondo e attento. In posti come Regno Unito e Irlanda percepisco un’intensità silenziosa—le persone si lasciano trasportare dalle storie—e poi esplodono quando la band accelera. Questo scambio di energia varia di notte in notte, di venue in venue, ed è ciò che mi mantiene onesto come performer, è magico poter andare così lontano da casa e poter suonare per i miei fan europei così pieni di entusiasmo per la vita e la musica.”
Negli anni hai suonato in innumerevoli venue in Europa, dai club intimi ai grandi teatri. Quali ti hanno lasciato un’impressione duratura, e perché?
“Quelle che restano sono le sale dove il suono e il pubblico respirano insieme—un vecchio teatro con il legno che risuona, un club dove durante una strofa silenziosa puoi sentire cadere uno spillo. Quegli spazi trasformano un set in una comunione più che in un’esibizione.”

In questo tour europeo approderai anche in luoghi in cui non sei mai stato prima, come la Sardegna, Belfast, Dublino…
“Sono molto emozionato all’idea di suonare in Sardegna, non ci sono mai stato. L’Italia è splendida, un posto magico. Anche Belfast sarà speciale: non abbiamo mai suonato lì prima. Lo stesso vale per Dublino: in passato abbiamo fatto qualche apertura, ma non abbiamo mai portato il nostro show completo. E poi ci sarà la Turchia, con tre date, tra cui Izmir, una città dove non sono mai stato ma che so essere bellissima. È una comunità costiera, e l’idea di portare la nostra musica lì mi sembra fantastica.”

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