Shardana – i guerrieri del Metal
Il 16/09/2025, di Monica Atzei.
Gli Shardana sono una band sarda nata nel 2008, fondono black e death con altre “sfumature” metal per cui utilizzano il nome “blackened melodic death” per la loro musica. Le sonorità epiche, combattive, oscure, con testi in lingua sarda (nella variante campidanese) e inglese sono il loro marchio.
Il nuovo album pubblicato il 5 Settembre è intitolato ‘The Monarch’ ed è composto da nove brani; ho raggiunto telefonicamente il cantante Aaron Tolu (amico di vecchia data), alcuni giorni dopo la data tenutasi a Mores del “Sons Of Rock Metal Fest”, in cui gli Shardana erano in apertura ai Sinister.
Shardana, un nome che a noi sardi evoca storicamente qualcosa di misterioso, mai del tutto approfondito e certo, come mai avete scelto questo nome?
“Ciao Monica, e grazie per l’intervista! L’idea nasceva dal nostro desiderio iniziale di parlare proprio di questo popolo del mare che anticamente solcava i mari del mediterraneo, e di trovare un punto di incontro tra thrash, power, black e viking. Sin da subito abbiamo deciso però di parlare non soltanto degli Shardana, che come giustamente dicevi non abbiamo molto di storicamente affidabile, ma di parlare di tutta la storia della Sardegna (tra le teorie sulla provenienza c’è proprio la nostra isola come possibile terra natìa) come tema principale. Il nostro primo EP, uscito nel 2010, è il frutto del lavoro di questa premessa iniziale”.

Nascete nel 2008 e da allora avete ampiamente contribuito al metal italico, dopo quasi venti anni che cosa è cambiato o che cosa si è evoluto nel modo di comporre musica e testi? Come il black e il death metal riescono ad essere così solidi all’ interno della vostra band?
“Dagli esordi sono cambiate tante cose, anche dovuto ai vari cambi di formazione tra il primo e secondo disco prima, e all’arrivo di Federico Sala (poi anche nei Worstenemy) successivamente. Oltre questo, ora oltre alla nostra sala prove abbiamo la possibilità di comporre e pre-produrre i nostri dischi in completa autonomia grazie a Lorenzo (chitarrista) e al suo Overcore studio. La musica “guida” i testi, nel senso che mi lascio ispirare da quello che mano a mano stiamo creando, oppure se ho già del materiale attendo la canzone giusta che meglio si sposa con quello che voglio raccontare. Siamo inoltre cinque persone che hanno avuto esperienze musicali diverse, e di conseguenza e in maniera del tutto naturale, questo ha influito sul nostro attuale sound. Ci siamo spostati verso una direzione comune che non riusciamo a descrivere meglio se non come “blackened melodic death”. Credo che la naturalezza di questo processo, iniziato con ‘Milli Annos’, sia il motivo per cui trovi queste componenti così coerenti nella nostra proposta”.
Settembre è alle porte e un nuovo capitolo discografico degli Shardana, intitolato ‘The Monarch’ è in rampa di lancio, qual è il concept di questo album?
“Non è proprio un vero concept in senso stretto, ma c’è un filo conduttore comune che unisce diverse storie del disco. ‘The Monarch’ è il Tempo, rappresentato dalla creatura enorme raffigurata sulla copertina, di cui tutti siamo sudditi e a cui tutti dobbiamo rispondere. Questo disco celebra la lotta del genere umano contro il tempo, lotta che ha un solo ed inevitabile epilogo. Sebbene però questa sia una battaglia senza speranza, non ci ha mai fermato dal provarci. È questa la chiave di lettura dei testi di questo disco e anche della title-track. Per fare qualche esempio, in “Is Cerbus” cacciatore e preda si scontrano nella eterna rappresentazione di morte e rinascita, nella ricerca disperata di poter in qualche modo rompere il cerchio; in “Sleep of The Righteous”, ispirato alla Silver Hand Trilogy di Michael Moorcock, l’eroe Corum potrebbe fuggire dal mondo e rimanere immortale, ma sceglie di rimanere e affrontare il suo terribile destino; in “Rei De Sonnu” ispirato a Sandman di Neil Gaiman, Il signore del mondo dei sogni, Dream è prigioniero nel mondo della veglia da settant’anni, mentre i suoi carcerieri invecchiano e muoiono, nella vana speranza che egli gli conceda l’eternità, in cambio della libertà”.
Nove brani, alcuni in lingua sarda: da dove nasce questa “esigenza”? Credo sia difficile scrivere in “limba” e cercare di far capire quanto è importante per noi avere una “connotazione” marcata, anche nel ribadire che è una lingua non un dialetto.
“L’uso del sardo (nella sua variante campidanese) è sempre stato uno dei nostri elementi caratterizzanti. Da subito abbiamo deciso di destreggiarci tra sardo e inglese (evitando accuratamente l’italiano) ove occorresse, per dare più enfasi alle canzoni che parlavano della nostra terra, o del popolo Shardana. Non pensiamo certo di essere i primi o gli unici, ma anzi, questa scelta è stata fatta anche per collegarci a chi prima di noi ha usato il sardo, come ad esempio i Kenze Neke. Ma anche e soprattutto nel Metal, d’altronde i Vultur erano già attivi con il loro sulfureo black metal e già raccontavano della Sardegna più oscura. Inoltre in Europa in ambito black/viking tante band usavano il proprio idioma per i loro testi. Perché avremmo dovuto sentirci da meno?”.
Giusto! Ma come sono nati i brani? Avete scritto tutti insieme? Come inizia la stesura dei testi e delle musiche?
“Come dicevo prima, parte tutto dalla musica e dalle atmosfere che evoca nella mia mente. Una volta che lo strumentale è abbastanza pronto per il test in sala, di solito ci canto sopra con un “finto inglese”, definendo metriche e melodie insieme a Daniele e Lorenzo. Fatto questo, definisco il testo e proviamo il pezzo e ci lavoriamo sino a che non è ben consolidato. Tra l‘altro, avere tre voci è un grande vantaggio, ci permette di proporre sul palco cori e armonizzazioni che altrimenti rimarrebbero su disco”.
Dove avete registrato l’album? Chi ha disegnato l’artwork? Tra l’altro complimenti! Veramente!
“Grazie mille, anche noi siamo davvero entusiasti della copertina! L’autore è Gimbo Derk, amico e artista digitale (nonché tatuatore e chitarrista della hardcore band Last Breath), che ci ha proposto questo disegno che era assolutamente perfetto per il disco. Per quanto riguarda l’album, abbiamo tutto registrato presso lo studio di Lorenzo, che si è anche occupato del mixaggio e della coproduzione, quest’ultima insieme a Daniele. Il Mastering invece è stato affidato alle sapienti mani di Brad Boatright degli Audiosiege studio di Portland, che ha dato una ulteriore marcia in più al suono finale”.
Avete in programma un release party per ‘The Monarch’? Dei live magari all’ estero?
“Assolutamente sì, a breve annunceremo la data del release che sarà a Cagliari, ma il 20 Settembre saremo a Londra per partecipare al Cosmic Void Festival. Sarà una grande occasione per noi, e non vediamo l’ora di far conoscere il nostro disco al pubblico estero!”.
Siete da poco stati al “Sons of Rock”, festival giunto alla settima edizione che si tiene a Mores. Avete aperto ai Sinister, grande band! Com’è stata questa esperienza? Quanto conta in Sardegna fare musica suonata dal vivo? Mi sembra che ultimamente il metal trovi più spazio.
“E’ stata una bellissima esperienza. Da anni conosciamo il Sons of Rock e sappiamo quanto le persone dell’organizzazione si sbattono per portare grandi realtà musicali in un piccolo ma generoso paese come Mores. Il pubblico era presente numeroso per i Sinister e ha dato grande supporto anche a noi, ai Kre’u e i Dexal, con cui abbiamo condiviso il palco. Ed è come dici, questi ultimi anni sono aumentati i festival e le occasioni di poter vedere nella nostra isola tante band metal formidabili. Speriamo si continui così! Suonare concerti in Sardegna penso sia fondamentale e come ogni espressione artistica deve essere foraggiata e supportata, mai ostruita. Abbiamo tante band qui che sono anni che lavorano in sala prove che devono avere uno spazio dove esibirsi e confrontarsi. E prepararsi per i palchi oltremare!”.

Quanto di ognuno di voi c’è in questo nuovo lavoro? Siete soddisfatti?
“Tantissimo, questo disco è stato il frutto del lavoro di questi ultimi cinque anni e devo dire che siamo davvero contenti del risultato finale. Ora non ci resta che condividerlo col pubblico!”.
Seguite la scena metal italiana? Chi ultimamente vi ha colpito positivamente?
“Siamo ovviamente più addentro alla scena della nostra terra, dove le band scalpitano e dove vecchia guardia e nuova si mescolano e vanno avanti sempre più forti. Tra i tanti lavori usciti devo almeno citare “Cultores De Perdas E Linna” dei Vultur e il lavoro omonimo dei giovanissimi thrasher The Wrestlers. Ma ripeto, le uscite valide sono tantissime e sono certo che anche in Italia questa cosa sia stata ben recepita. Sul piano italiano sicuramente i Messa sono quelli che hanno avuto la maggiore crescita e attenzione in questi ultimi anni. Sono davvero curioso di vedere sin dove riusciranno ad arrivare”.
Questo spazio è per voi: piena libertà per chiudere questa intervista come preferite!
“Grazie ancora Monica per lo spazio concesso, non vediamo l’ora di tornare sul palco e potervi far conoscere il nostro nuovo lavoro! Noi ci metteremo tutto quello che abbiamo, il resto sta a voi. A si biri mellus!”.