Headless – Smussando le variazioni

Il 14/10/2025, di .

Headless – Smussando le variazioni

L’universo sonoro degli Headless non si limita alla semplice composizione di brani: è una vera e propria ricerca concettuale. Un esempio emblematico è l’ispirazione tratta dall’envelope follower, algoritmo utilizzato nei processori di dinamica per rendere più morbida e smussata una forma d’onda. Questa immagine tecnica diventa metafora della loro musica. ‘Transitional Objects’, in questo senso, rappresenta il manifesto di questa visione: un equilibrio tra istinto, tecnica e ricerca, dove ogni dettaglio sonoro trova il proprio posto in un disegno più ampio.

Come nasce il progetto Headless e in che modo si è evoluto negli anni?
“(Walter Cianciusi) Il progetto musicale ‘Headless’ ha avuto inizio negli anni ’90, ma si trattava di una formazione giovanile alle prime esperienze nel genere metal. La fase che considero rappresentativa dei veri Headless inizia nel 2011, con l’ingresso di Goran nella band.”
Qual è la vostra visione artistica quando vi approcciate alla scrittura di un nuovo album?
“La scrittura non è mai per me un atto premeditato, come ampiamente testimonia l’incoerente e abnorme distanza tra un album e il successivo. Scrivo quando un riff, una melodia o un pattern ritmico iniziano a tormentarmi, per giorni, settimane o addirittura mesi. Quando sono sul punto di esplodere se non mi libero di questa idea che mi ronza nelle orecchie, allora -finalmente- scrivo. Non registro, scrivo su pentagramma. È la forma per me più naturale di traduzione del pensiero. Mi sono trattenuto per ben tre anni prima di scrivere, nel giro di tre settimane, ‘Transitional Objects’.”
Quali sono le principali influenze che vi hanno plasmato, dentro e fuori dal prog metal?
“Enrico, il batterista, e io abbiamo iniziato ad ascoltare il progressive metal più recente di band come Polyphia, Dance Gavin Dance e Plini. Tuttavia, devo ammettere che le mie radici musicali rimangono saldamente piantate in gruppi come Judas Priest, Megadeth e Metallica.” 
Come vi dividete il lavoro creativo all’interno della band?
“Il processo creativo solitamente inizia con una jam session tra me ed Enrico. Suoniamo insieme da molto tempo e ci stimoliamo a vicenda, sfidandoci a mantenere il beat costante nonostante le improvvisazioni dell’altro. Quando emerge un pattern ritmico di particolare interesse, lo isoliamo e da lì inizio a costruire un riff o una progressione armonica. Una volta che l’idea ha preso forma, registriamo una demo con le parti strumentali che inviamo a Martin per l’arrangiamento del basso e a Goran per le melodie vocali. Goran canta con sillabe casuali e, quando il suo arrangiamento è completo, lo invia nuovamente a me per la stesura del testo. Infine, iniziamo la registrazione definitiva del brano.”
Che ruolo ha per voi la tecnica musicale rispetto all’impatto emotivo dei brani?
“La tecnica, seppur importante, assume un valore relativo se non viene inserita in una strategia comunicativa coerente. Non sarebbe auspicabile ricevere un commento del tipo: “Ottimo lavoro, nonostante le canzoni non siano eccellenti”. Anzi, in una prospettiva McLuhaniana, il mezzo (strumenti e tecnica) coincide con il messaggio stesso. Un vero artista, infatti, riesce a imprimere la propria impronta distintiva indipendentemente dal mezzo utilizzato. Più le condizioni sono limitanti, più l’abilità del compositore risulterà evidente. Si pensi, ad esempio, a Kurt Cobain o Jack White: la loro mancanza di formazione accademica viene mai messa in discussione? Assolutamente no, perché le loro canzoni sono considerate opere di grande valore.”
Cosa rappresenta per voi questo nuovo album nel vostro percorso artistico?
“Devo ammettere che ritengo questo lavoro il nostro ‘Master of Puppets’. Sono così soddisfatto del risultato che non mi sento ancora pronto a iniziare un nuovo progetto. Sarà un traguardo difficile da eguagliare.”
Il titolo ‘Transitional Objects’ ha un significato particolare: da dove nasce e cosa vuole comunicare?
“Ho composto ‘Transitional Objects’ in seguito alla nascita del mio primogenito, Michael Louis. Il titolo fa riferimento agli “oggetti transizionali” che i bambini utilizzano per trovare conforto e sicurezza in situazioni di separazione o difficoltà relazionale. Peluche, coperte, sonagli: oggetti che diventano strumenti di conforto. L’orsacchiotto di copertina, illustrato da Brian Lewis di Stone Graphics, appare invece rotto e sdrucito, privato della sua funzione originaria e in attesa di un destino inesorabile, simboleggiato dai fulmini all’orizzonte. Ho voluto inoltre giocare su un doppio significato: questi brani rappresentano la transizione dai vecchi ai nuovi Headless, che ora, almeno in studio, sono divenuti un quartetto.”
L’album si compone di otto brani: è stata una scelta naturale o deliberata?
“Certamente deliberata. Tutti gli album che apprezzo sono composti da otto brani e hanno una durata che si aggira attorno ai quaranta minuti. Nessun brano di riempimento, solo tracce di grande impatto! Alcuni esempi? ‘Let There Be Rock’, ‘Peace Sells’, ‘Ride The Lightning’, ‘Somewhere In Time'”. 
Avete cercato di bilanciare complessità tecnica e immediatezza, oppure avete privilegiato un aspetto rispetto all’altro?
“Ti confesso un aspetto che non ho mai rivelato nelle precedenti interviste. L’ispirazione per gli arrangiamenti di ‘Transitional Objects’ deriva dall’osservazione di un algoritmo alla base dei processori di dinamica (compressori, limiter, ecc.): l’envelope follower. Per rivelare il comportamento dinamico di una forma d’onda, l’envelope follower effettua una media tra i valori dei campioni, restituendo una forma più morbida e smussata rispetto a quella originale. Le asperità vengono attenuate. In ‘Transitional Objects’, la batteria rappresenta la forma d’origine con tutte le sue asperità ritmiche. Tutti gli altri strumenti fungono da envelope follower del precedente livello di arrangiamento. Il basso è l’envelope follower della batteria e quindi restituisce una forma complessa, ma meno contorta. La chitarra è l’envelope follower del basso e ci dona una forma ancora meno complessa. Quando si giunge alla parte vocale, le asperità sono ormai un ricordo lontano e regna una condizione di morbidezza e piacevolezza d’ascolto.”
Per voi qual è il brano che meglio rappresenta l’essenza del disco?
“Forse ‘No One’s Waiting’ rappresenta la sintesi di tutte le nostre aspettative.”
Weightless si apre con un intro strumentale molto tecnico: come è nato quel passaggio e perché avete deciso di aprire così l’album?
“Le precedenti produzioni discografiche degli Headless si distinguevano per una marcata eterogeneità di genere: alcuni brani si ispiravano al rock classico, altri all’AOR, altri ancora al progressive. L’introduzione di ‘Weightless’, in questo caso, intende chiarire immediatamente la posizione della band: un gruppo progressive”. 
Nel brano ‘Losing Power’ la prova vocale di Göran è davvero impressionante: come avete lavorato insieme sulla resa vocale?
“Goran e io collaboriamo da oltre dieci anni. La nostra conoscenza reciproca è profonda, rendendo superflue le comunicazioni ridondanti. Entrambi prediligiamo lavorare in autonomia. Goran ha saputo trasformare la mia musica in un’opera di grande valore. È sorprendente come la sua esperienza nel genere heavy metal classico sia pressoché inesistente, eppure in ‘Losing Power’ sembra un esperto del settore.”
‘Misery’ è forse il pezzo più immediato dell’album e richiama vagamente i Muse: cosa potete raccontarci della sua genesi?
“Non apprezzo i Muse (risate), in realtà, quando ho composto quel brano, avevo in mente i Queensryche di Todd La Torre. La struttura è peculiare: si apre con un’atmosfera cupa e di grande impatto sonoro. Successivamente, si evolve in un ritornello molto più solare, una sorta di squarcio di luce tra le nuvole. Da quel momento in poi, la progressione del ritornello viene reiterata fino alla conclusione del brano.”
‘Refugee’ offre un momento più tranquillo: volevate creare un vero e proprio “respiro” all’interno della tracklist?
“Desideravo concedere a Enrico un momento di riposo. La progressione armonica evoca gli Stones della metà degli anni Settanta, ma Goran ha saputo infondere un tocco di magia con una melodia vocale inaspettata. Si tratta del brano preferito di Martin.” 
In ‘No One’s Waiting’ il cantato sembra avvicinarsi a quello di Layne Staley: si tratta di un riferimento voluto o di un’influenza inconscia?
“Ti ringrazio per aver colto questa citazione. Sì, apprezzo molto i Sabbath, i Metallica e gli Alice In Chains. Si percepisce? Goran aveva già composto la melodia vocale, ma poi gli ho suggerito di ispirarsi a Layne Staley. La sua risposta è stata: “Chi?”. È completamente estraneo al mondo del metal. Tuttavia, detto fatto. C’è un piccolo dettaglio nascosto in ‘No One’s Waiting’: i conteggi sul charlie sono tutti errati rispetto alla chiave metrica utilizzata. Un’idea che ricorda Lars Ulrich, il quale spesso mette in difficoltà James e gli altri membri del gruppo, proponendo soluzioni impulsive e incoerenti. Un esempio? “Siamo in 4/4, ma vi do il 10 per attaccare!”.”
Perché avete scelto di chiudere l’album con una cover dei Megadeth, una band apparentemente lontana dal prog metal?
“Suono con David Ellefson da tre anni e i Megadeth sono sempre stati il mio gruppo musicale preferito, più degli AC/DC, più degli Stones, più dei Queensryche. Quando ho scoperto che uno dei miei brani preferiti, ‘I Thought I Knew It All’, è stato composto principalmente da David Ellefson, sono rimasto piacevolmente sorpreso. Ritengo inoltre che sia l’unico brano dei Megadeth perfettamente adatto alla voce di Goran.”
Non avete mai pensato di reinterpretare invece un classico prog, ad esempio Dream Theater o Fates Warning?
“Sarebbe stata una mera copia poiché operiamo nella stessa direzione.”
Com’è stato collaborare con Andy Martongelli e come avete deciso di coinvolgerlo in questo progetto?
“Sono profondamente grato ad Andy per avermi coinvolto nel progetto Ellefson. La sua partecipazione come solista al disco rappresenta un valore aggiunto significativo.”
Quali sono i vostri prossimi passi dopo ‘Transitional Objects’? Possiamo aspettarci nuove sorprese dal mondo Headless?
“È in arrivo un nuovo videoclip per il brano ‘Still My Thrill’. Stiamo concentrando i nostri sforzi sulla stagione dei festival open air 2026. Quando gli Headless si pongono un obiettivo, si fermano solo al suo raggiungimento.”

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