Ace Frehley, the space ace invader
Il 17/10/2025, di Redazione.
Essere estremi, negli anni ’70, significava vivere costantemente al limite, oltre ogni ragionevole livello di sicurezza. Uno dei chitarristi che più ha avuto la fortuna, oppure l’ardire, di tale trattamento personale è Ace Frehley, ascia ‘storica’ dei Kiss. Il suo personaggio, l’uomo dello spazio, che infiammava gli assoli della band di New York si ripropone nel 2014 in una recuperata guisa rockeggiante, carattere che emerge dai solchi del nuovissimo ‘Space Invader’, uscito lo scorso agosto ed accolto caldamente dal pubblico. Se da una parte l’ingombrante fardello dei Kiss non è evitabile, Ace si dimostra artista distaccato, freddo e calcolatore, colui che, che una volta uscito dal Bacio, si è dannato non poco per trovarsi una dimensione artistica per esistere. Dopo una serie di rispettabili dischi solisti Ace approda ad un lavoro onesto e veritiero che contiene tutte le caratteristiche del sound che vorremo sentire esplodere dalla sua sei corde. Averlo al telefono per rievocare i fasti del passato e capire meglio il suo stile di vita contemporaneo ci è parso obbligatorio.
Ace sembra quasi che tu sia ritornato in vita, carico di energia positiva e con la voglia di dimostrare al mondo che c’è ancora posto per un rocker della tua pasta.
“Forse il fatto di essermi trasferito nella assolata San Diego mi ha riportato ad uno stato energetico migliore; ho ritrovato la fiducia nella musica e nei miei mezzi, ho fatto pace col sound e mi sono concentrato per scrivere buona musica. Quando ho interrotto la produzione di ‘Space Invader’ per volare a New York all’introduzione dei Kiss nella Rock’n’Roll Hall Fame speravo davvero di congiungermi con Paul e Gene e salire sul palco per dimostrare che c’è ancora alchimia nel nostro rapporto. Non averlo potuto fare mi è spiaciuto tantissimo, ma mi ha ulteriormente motivato per curare il mio materiale, per definire in modo ancora più chiaro il carattere di Ace Frehley, con oppure senza i Kiss.”
Però un tuo reintegro in seno alla band avrebbe fatto fare i salti di gioia ai fan.
“Esatto, è proprio per questo motivo che ci sono rimasto male. 15 minuti assieme dopo 40 anni di carriera non si negano, eppure Paul e Gene hanno preferito evitare. Pace a loro, una grande occasione mancata secondo il sottoscritto. Il fatto poi che la stampa continui ad alimentare cattiverie sul nostro rapporto è un’altra di quelle cose che fatico non poco a comprendere. Noi tre ci rispettiamo, non abbiamo alcun rapporto contrattuale che ci obbliga a farlo, ma riusciamo ad essere ancora amici nelle rare occasioni in cui ci incontriamo; la negatività paga più della positività? Può essere, ma non appoggerò mai questa linea di pensiero.”
Ti senti soddisfatto da ‘Space Invader’?
“Molto soddisfatto direi. Dieci mesi di duro lavoro che si sono concretizzati nel migliore dei modi. Volevo un album più duro e diretto rispetto ad ‘Anomaly’ (del 2009), era quello che mi chiedevano i fan e penso di essere riuscito nell’impresa. Per trovare l’ispirazione giusta ho ascoltato diverse volte il disco solista del 1978 e mi sono concentrato per conferire un taglio vintage al sound. Quando ci siamo spostati a Los Angeles per il mix finale ho capito che avevamo fatto centro: potenza, pulizia e tante, tantissime chitarre.”
La tua figura di guitar hero di altri tempi ne esce sicuramente rinforzata, ma ritieni che ci sia ancora posto per questo mito nel 2014?
“Quando ero ragazzino c’era in giro gente del calibro di Jimi Hendrix, Led Zeppelin e Cream, oggi non riconosco un livello di originalità neppure lontanamente paragonabile nel music biz. Tutto si evolve e sarebbe mortale se non accadesse, ma sto ancora aspettando una nuova cometa; internet ha cambiato definitivamente le carte in tavola per tutto il sistema musicale. Non esistono più case discografiche pronte ad elargire assegni a più non posso per la new sensation del momento e quindi spero che il rinnovamento arrivi dal basso, dall’underground. Sicuramente la fuori ci sono dozzine di ragazzi con grande talento e forse la comunicazione globale potrà essere il loro lasciapassare per il futuro.”
Di fatto immagino sia cambiato anche il tuo modo personale di rapportarti alla musica.
“Oggi è tutto più facile: imbracci la chitarra, apri Pro-Tools e sei pronto a registrare qualsiasi idea ti passi per la testa. Essere connessi ci permette di scambiare tra noi idee e suggerimenti rapidamente, mantenendo sempre altissimo il livello qualitativo. Questi sono tutti elementi positivi che mi fanno pensare che essere un musicista contemporaneo sia molto più semplice rispetto a quando registravo con un 2 piste scassato e non avevamo denaro a sufficienza per i nastri. Al contrario è molto complicato creare un sound retrò ed è per questo che ho utilizzato amplificatori a valvole e vecchi microfoni, addirittura sono andato a ripescare un antiquato delay analogico per rafforzare l’immagine sonora che avevo in mente. L’importante è l’anima, lo spirito che metti nella tua musica e per quello non ti può aiutare nessun computer. Ho buttato il cuore in questo disco e sono stato molto felice che la mia fidanzata, Rachel Gordon, ha collaborato per la stesura dei testi di ben due pezzi, ‘Change’ ed ‘Immortal Pleasure’. Il rapporto intimo che ci unisce assieme alla tua musica, una specie di paradiso inaspettato.”
Ti piace ancora suonare dal vivo?
“Tantissimo e proprio per questo motivo ho appena messo in piedi la line up che mi accompagnerà per le prossime date del tour americano che prenderà il largo a novembre. Con me ci sarà Richie Scarlett alla seconda chitarra (vecchia conoscenza di Ace già nei Frehley’s Comet), Chris Wyse dei Cult al basso ed il mio vecchio drummer Scot Coogan (ve lo ricordate con i Brides Of Destruction?). Spero che con l’inizio del nuovo anno il tour continuerà in Europa, Giappone ed Australia, dove l’album è stato accolto particolarmente bene.”
‘Space Invader’ è un titolo che si lega a doppio filo con la tua tradizione di uomo venuto dallo spazio.
“Anche se non suono più col make up sono sempre Space Ace, fa parte di me. Lo spazio mi affascina ed aver vestito i panni di questo personaggio, in un certo senso, mi condiziona, mi induce a comporre testi che si legano ad alcune ambientazioni specifiche, cosa che i fan apprezzano notevolmente. Quando l’etichetta mi ha detto che dovevamo utilizzare un tema spaziale per il nuovo disco sono stato immediatamente d’accordo: come prima cosa abbiamo trovato il titolo, ‘Space Invader’, poi è arrivata la copertina, estremamente incisiva e funzionale.”
Ace, cosa ti manca di più dei Kiss?
“Il fatto di non poter suonare più davanti ad una platea sterminata usando tutti gli effetti speciali del mondo. Mi mancano la pazzia e la complicità di quella band.”
E di cosa invece hai fatto volentieri a meno uscendo dal loro giro?
“Del controllo costante da parte di Paul e Gene. Io voglio vivere la mia vita, rimanere in armonia con me stesso e mi sono scontrato parecchie volte con la loro pressante insistenza nell’avere sempre il controllo su ogni cosa. Le frizioni, l’amarezza tra noi sono sempre scaturite dallo stesso seme, quindi uscendo dai Kiss posso affermare che oggi vivo una vita molto più tranquilla e rilassata.”
Beh, una piccola dimostrazione di indipendenza la fornisti già nel 1978 quando il tuo solo album fu da molti giudicato il migliore dei quattro. Da chi era nata l’idea di fare uscire 4 album solisti da ciascun membro dei Kiss?
“Sono felice che tu lo dica, la pensano in molti come te e posso dirti che ho certo lesinato sulla qualità dell’album. Ricordo che quando siamo entrati in studio con Eddie Kramer ho esplicitamente richiesto il massimo da tutti. Curioso che Gene, nella sua biografia, continui ad insinuare che il suo sia stato il più venduto…ma non so di cosa parla, ah ah (ridacchia, nda). L’idea di uscire con 4 album solisti fu di Niel Bogart della Casablanca Records; si trattava di una buona trovata che sancì l’inizio della fine dei Kiss. Con l’acquisizione di una capacità individuale ciascuno di noi ha cominciato a ragionare da solista ed il senso di gruppo, di cameratismo tra di noi, si è spento per sempre.”
Seduto ai comandi della tua navicella spaziale in quale epoca della tua carriera ti piacerebbe atterrare?
“Prima della release di ‘Music From The Elder’ (1981) per convincere tutti quanti a cambiare idea. Quel disco fu un errore imperdonabile. Lo dissi fin dal primo momento in cui entrammo in studio, ma Paul, Gene e Bob Ezrin (il produttore) non mi ascoltarono col risultato che si tratta del disco meno amato della discografia “classica” dei Kiss. Tornare indietro e convincere il gruppo a fare un disco di puro rock’n’roll sarebbe doveroso.”
…ed il tuo disco preferito dei Kiss?
“Mah, ce ne sono molti: ‘Destroyer’ (1976) sicuramente, ma anche ‘Alive!’ (1975) è fenomenale, penso immortali il momento in cui tutto ha avuto inizio. Quel disco è una specie di catalizzatore che ha inglobato tutta l’energia di una band affamata, che aveva voglia di emergere a tutti i costi.”
Ace quanto era speciale vivere il sogno del rock’n’roll negli anni ’70?
“Nei ’70 c’era tantissima innovazione artistica, c’era la voglia di uscire allo sbaraglio e specialmente negli USA imperava un desiderio bramoso di libertà. La musica e le case discografiche ci finirono in mezzo diventando immediatamente un mezzo di comunicazione fondamentale. Noi avevamo le nostre influenze: Alice Cooper fu uno tra i primi ad ispirarci, così come i The Who che portavano sul palco un elemento di intrattenimento nuovo, rompendo gli strumenti e vivendo la performance dal punto di vista fisico. Noi quattro avevamo gli stessi desideri di gloria, fama e successo ed eravamo pronti a tutto per ottenerli: ci trovavamo nel posto giusto al momento giusto e da li è iniziata la nostra carriera, un mozzafiato giro in ottovolante. Ci siamo trovati ricchi, pieni di droga e di donne in men che non di dica. Poi è arrivata l’AIDS a confinare il fenomeno delle groupie e niente è stato più come prima.”
INTERVISTA ANDREA VIGNATI