Panzerballett – La danza del ritmo
Il 28/10/2025, di Francesco Faniello.
Non ho dubbi nell’affermare che ‘Übercode Œuvre’ sia una delle migliori release dell’anno. Non sono un vorace fagocitatore di sonorità cervellotiche e di continua sfida per l’ascoltatore, ma è anche vero che lo status di “food for thought” rappresentato dai Panzerballett non può lasciare indifferente chi ha amato dischi come ‘Naked City’ o il movimento avantgarde nato in Svizzera sotto l’egida di Tom G. Warrior, Martin Eric Ain e H. R. Giger. Nulla di più naturale dunque che raggiungessimo il mastermind Jan Zehrfeld per due chiacchiere sullo stato del jazz metal…
Ciao Jan! Ti piacerebbe presentare la band ai lettori di Metal Hammer Italia?
“Ciao! Noi siamo i Panzerballett di Monaco di Baviera e suoniamo insieme da vent’anni. La nostra formula consiste nella fusione tra l’intensità più irruenta dell’heavy metal e la complessità e lo spirito d’improvvisazione del jazz. Quando abbiamo iniziato a suonare, questo tipo di crossover era alquanto insolito: il metal e il jazz si incontravano raramente, e molti di quelli che appartenevano alle rispettive scene non avrebbero mai preso in considerazione una simile combinazione. Però col tempo ci siamo scavati una piccola nicchia, soprattutto all’interno del panorama prog internazionale. Abbiamo suonato molto nei club e in vari festival in tutto il mondo — compreso il leggendario Wacken Open Air — e cerchiamo sempre di allargare i confini di quello che è questo particolare sound ibrido.”
Cosa c’è dietro il vostro nome? Cos’è un “Panzerballett”?
“Non è mai facile trovare un nome adatto per una band; nel nostro caso, tutto è avvenuto per caso. Dopo aver passato uno dei nostri primi demo a un amico e avergli spiegato cosa c’era dietro alla direzione musicale intrapresa, lui ha osservato, “È come una danza di carrarmati”. Quell’immagine ha fatto accendere la classica lampadina, ed è nato il Panzerballett. Per me, il nostro monicker rappresenta ancora la nostra essenza: è audace, insolito e cattura l’interazione tra la forza bruta e l’eleganza, tra l’intensità dirompente del metal e la complessa raffinatezza del jazz. Ha a che fare con l’unione della precisione con il caos, del calcolo con l’espressività, per realizzare qualcosa che sia in grado di colpire duro, ma farlo a passo di danza.”
Siete appena tornati dopo cinque anni con l’ultimo ‘Übercode Œuvre’. Che è successo nel frattempo?
“Il lungo periodo di pausa è stato dovuto alla pandemia COVID, che ha rallentato tutto e reso le cose più complicate. In qualche modo però, i due anni “persi” sono diventati due anni guadagnati di creatività dietro le quinte. Credo infatti che tutto quel lavoro in più sia percepibile sul nuovo album. Un’altra cosa interessante è stata la collaborazione con la NDR Bigband (la big band della compagnia radiofonica della Germania settentrionale). Quel progetto è stata una sfida nuova ed entusiasmante, e il risultato ci rende molto orgogliosi, sia in termini di sound che di obiettivo raggiunto. Sfortunatamente, non sappiamo ancora se questa collaborazione andrà avanti, ma l’unione tra lo stile dei Panzerballett e un’intera big band si è rivelata un’esperienza incredibilmente ricca e stimolante.”
A proposito, cos’è lo Übercode Œuvre? Ha a che fare con il DNA o con le montagne russe, come sembra suggerire l’artwork?
“L’artwork con le montagne russe in realtà riassume piuttosto bene il concetto — tutto ruota attorno al contrasto, al movimento e all’intensità. Suggerisce una corsa all’impazzata attraverso il fuoco e l’acqua, attraverso il caos e il controllo. È quel tipo di energia a definire la nostra musica e lo spirito di ‘Übercode Œuvre’, oscillando come fa tra l’approccio ruvido della potenza e l’intricatezza della precisione.
Di per sé, il titolo riflette il mio abito mentale, il “codice” personale che ho seguito per anni, cercando sempre di allargare i confini della mia abilità compositiva ed esecutiva. Con ogni nuovo progetto ho innalzato l’asticella, investendo sempre maggiore energia e tempo nell’esplorare anche quello che sia a malapena fattibile. Adesso mi sento appunto di chiamare quest’approccio “Übercode”, definendolo come una sorta di standard autoimposto che si è evoluto nel tempo. Inoltre, questa release rappresenta un momento speciale di questo viaggio: sono passati esattamente 25 anni da quando ho iniziato seriamente a comporre e ad arrangiare la mia musica. Quindi, per una serie di motivi ‘Übercode Œuvre’ è sia una pietra miliare che una celebrazione di tutto ciò che mi ha portato a questo punto.”
Non ho potuto fare a meno di notare la presenza di una compositrice esterna come Nélida Béjar (tedesca ma di origini spagnole) nella crimsoniana ‘Seven Steps to Hell’. Come è iniziata la vostra collaborazione? Avremo modo di vederla ancora all’opera con i Panzerballett?
“Tutto è iniziato nel 2014, quando Nélida mi ha invitato a suonare la chitarra nella sua cosiddetta “airport opera”, un ambizioso progetto internazionale che la vedeva come compositrice. La sua musica mi ha colpito immediatamente: era stratificata, protesa in avanti, e combinava elementi di musica classica con lo stile contemporaneo in un modo davvero originale. La sua visione mi ha affascinato e le ho chiesto immediatamente se potesse scrivere qualcosa per i Panzerballett.
Così è arrivata ‘Prime Time’, la traccia di apertura del nostro disco precedente ‘Planet Z’; nulla di più facile che io le chiedessi di collaborare anche al nostro ultimo lavoro. Stavolta volevo specificatamente un pezzo costruito interamente sulle settimine. Lei ha accolto la sfida e il risultato è stato ‘Seven Steps to Hell’, scritto con la maestria assoluta che la caratterizza. Parlando di future collaborazioni… chi lo sa? Mi piacerebbe sicuramente lavorare di nuovo con lei, perché è sempre in grado di apportare elementi interessanti all’universo dei Panzerballett, e sono dunque sempre curioso di sapere quale sarà la prossima mossa.”
Nel commento alla vostra versione dell’Inno alla Gioia di Beethoven si parla del fatto che essa rappresenta un tributo a quei flashmob dell’epoca del lockdown che tutti ricordiamo. Cosa ricordi in particolare di quel periodo?
“È stato davvero un momento difficile, doprattutto perché all’improvviso è diventato impossibile fare la cosa che è sempre stata il mio obiettivo principale, suonare dal vivo e condividere di persona la mia musica nel mondo. In più, non c’era alcuna prospettiva reale su quando le cose sarebbero potute cambiare: l’unica opzione era quella di ritirarsi e stare a casa.
Durante quel periodo mi son dato un obiettivo che era una sfida con me stesso: arrangiare per i Panzerballett lo studio per pianoforte di György Ligeti “The Devil’s Staircase”, qualcosa che probabilmente non avrei mai pensato di provare a fare se non ci fosse stato il lockdown. Mi ci sono volute 37 settimane per completare l’opera! Inoltre, ho lavorato alla nostra versione dell’Inno alla Gioia, che è divenuto sia uno sfogo musicale che un tributo allo spirito di quei giorni strani.
Alla fine, entrambi i pezzi sono entrati a far parte del nuovo album, riflettendo in qualche modo i miei sforzi per trasformare quel periodo di isolamento in qualcosa di significativo dal punto di vista creativo.”
C’è poi da dire che il crescendo della vostra versione dell’Inno mi ricorda tanto quei contrasti vocali comuni a un certo tipo di metal – penso ai Celtic Frost o ai Cradle of Filth… è stata una scelta funzionale all’intento descrittivo o qualcosa di simile?
“Le band che hai citato non sono una mia influenza diretta, ma lo sono certamente per una delle cantanti presenti su quella track, Andromeda Anarchia. Lei è la frontwoman e compositrice principale dei Folterkammer nonché la voce principale dell’opera jazz-metal La Suspendida. La sua specialità è quella di riuscire ad alternare con naturalezza lo stile operistico del bel canto e quello tipico del metal – affrontando entrambi in modo assolutamente credibile. Ed è proprio quello che volevo emergesse in questo pezzo, in parte per portare una nuova timbrica nell’insieme, in parte perché credo che la voce in genere aiuti un pezzo a raggiungere più persone. ‘Ode to Joy’ ci ha dato la giusta opportunità per mostrare questo contrasto, riflettendo l’estetica generale dell’album, costruita com’è attorno ai contrasti, appunto.”
“Più veloci dei Metallica, più potenti dei Motörhead e più divertenti dei Rammstein”… era questa la definizione che di voi diede Die Welt un po’ di tempo fa. Oggi come oggi, che ne pensi?
“Beh, devo dire che anche all’epoca quella citazione mi sembrò qualcosa tipo “più verde delle mele, più dolce della pizza hawaiana e più piccante dei sottaceti misti”! Non metto in dubbio che la persona che la concepì abbia un qualche ambito professionale di cui risulti esperto, ma la nostra proposta musicale non rientra di certo negli ambiti in cui possa dirsi tale! (e qui decisamente mi inchino al savoir fare di Jan Zehrfeld… NdR). Oggi penserei a dei confronti un po’ più precisi e specifici, qualcosa tipo, “se i Meshuggah vi sembrano troppo semplici, i Mr. Bungle per voi non sono abbastanza funkeggianti e Tigran Hamasyan vi sembra troppo leggero – beh, abbiamo qualcosa che fa al caso vostro.”
La creazione di un suono unico da parte vostra passa attraverso il processo di decostruzione sia dei modelli jazz che di quelli metal. Per riuscire, dobbiamo in qualche modo far fuori i nostri idoli (artisticamente parlando)? E a questo proposito… hai anche tu nelle tue memorie passate un momento in cui hai coverizzato ‘For Whom The Bell Tolls’ o qualcosa di simile ai tempi della scuola?
“Ah, ‘For Whom The Bell Tolls’… grande esempio! Quel pezzo è stato uno dei miei primi amori in fatto di metal. Di fatto, ‘Ride The Lightning’ è stato uno dei primi CD che io abbia mai comprato da adolescente. Naturalmente volevo suonare come James Hetfield, ma anche come Angus Young e Slash. Questi primi “idoli” hanno fatto parte integrante della mia formazione nei primi anni, ai tempi della scuola. Poi sono arrivati i Pantera, gli Extreme, fino a giungere ai Rush e ai Dream Theater – e tutto ciò mi ha condotto verso i Meshuggah. Tutto questo è avvenuto in parallelo rispetto alla mia evoluzione come chitarrista jazz, con un’estetica sonora e un approccio completamente diversi.
Non direi che dobbiamo “far fuori” i nostri idoli – penso ancora che siano fantastici, perché hanno gettato le fondamenta della mia identità musicale. Vedo la questione più come una libreria in continua espansione: so che non suonerò mai come nessuno di loro e nel tempo il loro ruolo di “idoli” si è evoluto in qualcos’altro. Ora li vedo come influenze chiave che hanno caratterizzato il mio viaggio come musicista, tuttora in corso.”
L’heavy metal può sembrare una contraddizione vivente, a volte: prevede ampi spazi di sperimentazione e alla decostruzione, eppure è considerato il più conservatore tra i generi. Che ne pensi? C’è ancora spazio per un’evoluzione, in futuro?
“Dopo più di vent’anni di militanza, interazioni e sperimentazioni – non solo tra metal e jazz ma anche con generi paralleli – posso dire a chiare lettere e senza possibilità di errore che molti fan del metal sono – con tutto il rispetto – piuttosto conservatori e qualche volta mostrano una certa ristrettezza di vedute. Gli unici che mi fanno ben sperare sono quelli dediti al prog e al tech/djent (per contro, i fan del jazz tendono a essere di vedute più larghe, anche se spesso faticano ad accettare l’estetica di base del metal, in particolare la sua “pesantezza” e i volumi sparati).
Detto ciò, credo fermamente che il metal abbia ancora risvolti inesplorati: c’è ancora molto da dire e da scoprire, c’è un potenziale enorme da sprigionare. Solo, ci vuole tempo, tanto tempo, affinché le nuove idee vengano accettate. Come avviene per ogni tipo di innovazione che venga introdotta in un collettivo o in una scena, il tutto deve avvenire in maniera incrementale – un po’ come l’aumento dei prezzi o l’introduzione di nuove tasse. Ci potrebbe volere così tanto tempo che io stesso potrei non essere mai testimone di alcune delle “svolte” possibili.
O meglio, per citare Ritorno al Futuro: “forse non siete ancora pronti per questa musica… ma ai vostri figli piacerà”.
C’è un ampio dibattito sull’uso dell’Intelligenza Artificiale in campo musicale. Che ne pensi? C’è ancora la possibilità di avere una zona franca per la creatività umana, come quella dell’improvvisazione estrema? Se l’IA tende a replicare sempre meglio gli schemi, cos’altro potremmo aspettarci?
“Diversamente da tanti altri, vedo l’IA come una vera e propria opportunità in ambito compositivo. Dipende tutto da come la si usa: dire semplicemente “scrivimi un pezzo nello stile di questo, che suoni come quest’altro” non ha alcun senso.
Personalmente, il potenziale che vedo è nell’impiego dell’IA come un mezzo per espandere e affinare la gamma di strumenti e metodi che ho affinato in oltre venticinque anni di composizione musicale: è qui che le cose si fanno davvero interessanti. Allo stesso modo in cui il computer per me è sempre stato uno strumento imprescindibile di composizione – senza il quale molte delle cose che ho realizzato non esisterebbero, l’IA si inserisce perfettamente in questo percorso come il prossimo passo nella stessa direzione. E… onestamente? Non vedo l’ora che sia così.”
Cosa c’è attualmente in heavy rotation nel tuo lettore, sul tuo piatto, nella tua piastra o nelle playlist di Spotify? E inoltre, qual è la tua Top Ten di tutti i tempi?
“In heavy rotation ci sono CKRAFT, Clown Core, Igorrr, Sungazer, Tigran Hamasyan e 2Mars. Ed ecco la mia Top Ten assoluta:
Fredrik Thordendal’s Special Defects – ‘Sol Niger Within’
Meshuggah – ‘Destroy, Erase, Improve’
Meshuggah – ‘Contradictions Collapse’
Planet X – ‘Universe’
Tribal Tech – ‘Reality Check’
Allan Holdsworth – ‘Sixteen Men of Tain’
Allan Holdsworth – ‘None Too Soon’
Tower of Power – ‘Monster On A Leash’
Screaming Headless Torsos – ‘s. t.’
John Zorn – ‘Naked City’
Bene, è tutto per ora: a te le ultime parole!
“I Panzerballett sono un progetto internazionale a tutti gli effetti, con musicisti provenienti dall’Europa, dagli Stati Uniti e dalla Russia. In più, il video del nostro secondo singolo è stato creato da un visual artist cinese.
Ciò che voglio dire è che l’arte ha il potere di connetterci e di costruire ponti. Specialmente in un momento come questo, è più che mai importante concentrarsi sulla collaborazione anziché sprecare le proprie energie dividendosi o addirittura lottando l’uno contro l’altro. Per noi la musica è un linguaggio che travalica i confini. Usiamola insieme perché ci aiuti a unire le persone.”