Gazpacho, il ritorno tra imprevedibilità e destino
Il 03/11/2025, di Anna Maria Parente.
Durante la nostra recente intervista, Thomas Andersen ci ha mostrato il cuore e l’anima dell’ultimo album in studio dei Gazpacho, ‘Magic 8-Ball’, in uscita il 31 ottobre. Il disco esplora il destino e la casualità, temi che emergono sia nella struttura musicale sia nei testi, come nel brano ‘We Are Strangers’, singolo recentemente pubblicato in occasione della presentazione dell’album. Thomas ci ha parlato anche dell’evoluzione della band, delle influenze artistiche e dell’impossibilità di proporre un ascolto profondo in un’epoca di fruizione musicale sempre più superficiale.
«Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato», scrisse William Faulkner in ‘Requiem for a Nun’. Ripensando ai tuoi primi tempi con i Delerium, la tua prima band, quanto di quell’esperienza vive ancora nei Gazpacho di oggi? Pensi che le tue radici continuino a influenzare il tuo modo di scrivere e creare musica, magari anche inconsciamente?
“Credo che Faulkner avesse ragione. I Delerium sono stati la prima avventura musicale mia e del mio vecchio amico Jon Arne Vilbo, che oggi è il chitarrista dei Gazpacho. Quelle radici sono sicuramente ancora lì. Il nostro approccio alla scrittura è sempre stato fondato sull’idea che la musica debba farti provare qualcosa. Tutte le nostre radici, in un modo o nell’altro, entrano in gioco. D’altronde, siamo sempre il risultato di tutto ciò che siamo stati.”
Il vostro nuovo album, ‘Magic 8-Ball’, uscirà a fine ottobre, dopo una lunga pausa. Perché ci è voluto così tanto tempo?
“Prima di tutto, il Covid ha spezzato quella che era la routine consueta e cioè quella di pubblicare un disco e poi presentarlo in tour. In secondo luogo, abbiamo dedicato un po’ di questo tempo alla realizzazione di un film e di un album dal vivo—che si sono rivelati più impegnativi del previsto. Inoltre, avevamo iniziato un concept album incentrato interamente su quella che poteva essere la reazione degli esseri umani di fronte a un’imminente collisione con una cometa. L’intento era quello di dar vita a un ‘memento mori’, un album che esplorasse la capacità umana di andare avanti, pur convivendo con la consapevolezza costante della propria fine. Le cose stavano andando bene, sarebbe stato un unico brano lungo quanto un intero LP. Poi però il destino ci ha giocato un tiro strano: è uscito il film ‘Don’t Look Up’ con Leonardo Di Caprio, basato su un’idea molto simile. Persino il finale del film sottolinea come la grandezza dell’idea della morte svanisca davanti all’esperienza concreta dell’evento. Un po’ come quando sogni il tuo matrimonio e poi scopri che la realtà è ben diversa da come l’avevi immaginata: credo che la morte possa essere qualcosa di simile. Così abbiamo deciso di accantonare completamente quell’album e ricominciare da capo. Ecco perché la pausa è stata così lunga.”
La Magic 8-Ball dà risposte già pronte, essendo un oggetto creato dall’uomo, tuttavia, voi parlate dell’imprevedibilità della vita. Pensate quindi che ci sia qualcosa di pianificato o prevedibile nell’imprevedibilità stessa?
“Domanda bellissima. Avevamo già esplorato un tema simile nel nostro album ‘Molok’, dove uno scienziato pazzo costruisce una macchina che, seguendo le leggi della fisica, riesce a calcolare tutto ciò che è accaduto e accadrà. Io non credo affatto nel libero arbitrio, ma allo stesso tempo credo che non abbiamo la minima idea di quale sia il destino che ci attende dietro l’angolo. Si dice che sia estremamente difficile persino creare generatori di numeri casuali, perché tutto segue comunque dei pattern. Quindi, se si dispone di conoscenze sufficienti e di una potenza di calcolo matematica adeguata, credo che in teoria non esistano gli eventi casuali…se si affronta la questione da un punto di vista scientifico. Ma poi c’è Dio. Qualunque cosa sia Dio — non parlo delle divinità adorate dagli uomini, ma di un’eventuale forza reale — forse quella forza è in grado di introdurre nel cosmo l’imprevedibilità o la volontà. Non saprei…”
Nell’album c’è una canzone che si intitola ‘We Are Strangers’. Ascoltandola mi sono chiesta se fosse ancora legata al concetto dell’imprevedibilità della vita, essendo il tema generale del disco, oppure se facesse riferimento a un argomento più specifico, come, per esempio, la solitudine.
“’We Are Strangers’ parla di quelle cose che prima o poi capiteranno a tutti — in altre parole, del destino — e ricorda che siamo tutti ‘in lista’, nessuno è omesso. In effetti, è un pensiero piuttosto inquietante, ma credo sia quello giusto. Il brano dà una voce agli eventi fortuiti e attribuisce loro una sorta di libero arbitrio, anche se forse non ne hanno davvero uno. Per chi li vive sembrano imprevedibili, ma forse era già scritto dovessero accadere. Magari tra cinque anni mi romperò la schiena in un incidente d’auto, a causa di un destino che era già lì, in attesa di compiersi.”
Prima di cambiare argomento e lasciare da parte il nuovo album, c’è qualcosa che vorresti dire a riguardo e che non è ancora stato rivelato nel comunicato stampa e/o in altre eventuali interviste?
“Direi che l’idea di fondo dell’album è il destino in un mondo senza Dio. Un tempo la religione, la superstizione e i miti popolari ci aiutavano a dare un senso alla nostra esistenza. Con l’avvento del secolarismo — soprattutto in Occidente — e dell’Illuminismo, abbiamo buttato via la spiritualità senza però sostituirla con qualcosa. Questo ci ha resi creature tecnicamente evolute, ma sospesi in una sorta di ‘carestia spirituale’. I brani dell’album sono otto racconti brevi, ognuno dedicato a persone diverse che, di fronte a questa condizione, si arrendono o cercano di combatterla.”
Il progetto Gazpacho è iniziato nei primi anni 2000. Quali sono stati, per te, i tre momenti migliori o le soddisfazioni più grandi di questa avventura fino ad oggi?
“La soddisfazione più grande è sempre quella di scrivere un grande pezzo. La sensazione che si prova quando capisci che un ‘brano sarà eccezionale’ è estremamente esaltante, somiglia molto all’innamoramento. Ricordo che il giorno dopo aver scritto ‘Starling’, sono andato a fare una passeggiata ascoltandola in loop. Ero quasi in trance. I concerti sono sempre esperienze molto speciali. Ci divertiamo moltissimo come band, ci vogliamo bene. Ricordo una volta in cui il nostro bassista, ‘Fido’ (il soprannome gli è stato dato, perché ci mordicchiava se ci avvicinavamo troppo), durante un live è andato al bar, ha comprato delle birre — continuando a suonare il basso — e le ha distribuite alla prima fila degli spettatori. È un ricordo che ancora oggi mi fa ridere. Ricordo anche di aver incontrato i Muse dopo un concerto in Italia. Siamo andati giù per vedere i flight case che avevano per le loro PlayStation e ci ha divertito molto. In quell’occasione la ragazza che stava scattando le foto alle band ci ha detto segretamente che la fotocamera era scarica e ci ha chiesto di fare finta di essere fotografati. Ma come diavolo fai a farlo? E perché dirlo? Insomma…ci sono innumerevoli cose che hanno reso la mia vita incredibilmente ricca grazie alla nostra avventura.”
Quanto la vostra identità norvegese influenza il vostro modo di fare musica e quanto invece deriva da un dialogo con il mondo esterno?
“In qualche modo tutto è un dialogo con il mondo esterno, ma noi ci focalizziamo sul modo in cui l’esterno viene percepito quando raggiunge l’interno. La Norvegia è un paese oscuro, freddo e desolato, non c’è dubbio che vivere in condizioni estreme ci plasmi. Penso che ci sia un motivo per cui il reggae sia nato in Giamaica e ‘L’Urlo’ di Munch in Norvegia. Se guardi alla grande arte norvegese, persone come Ibsen, per esempio, la maggior parte delle loro opere è piuttosto cupa, vero? Del resto anche le nostre band black metal non sono certo tra le più allegre!”
Le ‘etichette’ vi collocano nel filone dell’Art Rock. C’è una band o un artista dello stesso genere (o simile) che ami e con cui ti piacerebbe collaborare un giorno?
“Darei 30 anni della mia vita per collaborare con Kate Bush, perché a mio avviso è la più grande cantautrice vivente. Forse, e non lo dico a cuor leggero, la più grande di tutti i tempi. Direi che probabilmente è un’artista di art rock o art pop, se mai le etichette abbiano senso per qualcuno di quel calibro. Tuttavia, se dovessimo collaborare con lei, non ho idea di cosa potremmo creare.”
Abbiamo sempre considerato i Gazpacho una band profondamente emotiva, ma al tempo stesso molto intellettuale. Vi piace spiegare i vostri brani al pubblico o preferite lasciare che ciascun ascoltatore li interpreti in maniera autonoma?
“Non ho problemi a spiegare di cosa parlano i nostri pezzi, non è un segreto, ma la musica è stata creata affinché l’ascoltatore sviluppi le proprie interpretazioni e temo che spiegare troppo potrebbe rovinare tutto. Un ottimo esempio, restando in tema Kate Bush, è il suo brano ‘This Woman’s Work’. Una delle migliori canzoni mai scritte, senza dubbio. So cosa significa per me. Ho la mia storia personale intrecciata in essa e ha un valore enorme. Ho letto la sua spiegazione, ma preferisco mantenere il mio rapporto personale con la canzone. Opere d’arte straordinarie come questa — e non sto facendo alcun paragone con i Gazpacho — appartengono a tutti, e in un modo che diventa personale per ciascuno, indipendentemente da quante persone le amino.”
Viviamo in un’epoca di ascolti frammentati e playlist. Come possiamo educare il pubblico ad ascoltare un album in modo ‘lento’ e immersivo, considerandolo come un’esperienza unica?
“Non credo sia possibile. A mio avviso, quei tempi sono probabilmente finiti. La playlist è stata una pessima invenzione e ha impoverito l’esperienza d’ascolto. Ai tempi degli album, le canzoni erano curate e scritte per stare insieme. Si poteva trascorrere un’ora in un mondo speciale, avere il tempo di creare un’atmosfera e una connessione. Penso che le cose peggioreranno man mano che le nuove generazioni si abitueranno alla gratificazione istantanea.”
Ora, una domanda un po’ più…diciamo…giocosa. Se un giorno i Gazpacho cambiassero genere per passare a qualcosa di più…beh, diciamo ‘commerciale’, quale genere sarebbe e quale band o artista vi ispirerebbe? Intendo qualcosa di completamente diverso da ciò che fate ora.
“Ormai non so nemmeno più cosa significhi ‘commerciale’. Sembra che la musica si sia diversificata, con l’hip hop che cattura gran parte dell’attenzione. Non riesco a immaginarci a ballare in stile Beyoncé con numeri coreografati, sarebbe ridicolo. L’esempio più vicino a qualcosa di commerciale che potremmo fare, pur rimanendo sulla nostra linea, è FKA Twigs, per esempio. Sarebbe un’ispirazione se volessimo ‘provare qualcosa di diverso’.”
Per concludere vorrei fare una domanda sulla speranza, un concetto molto importante, soprattutto in questo momento storico, ma forse in ogni momento della vita. Quale messaggio ti piacerebbe vedere apparire sulla palla magica per il mondo di oggi? Non deve essere necessariamente politico, può essere generico. Preferiresti un messaggio positivo, negativo o ambiguo?
“Oh, questa è una bellissima domanda e mi sono seduto per 10 minuti a pensare a quale risposta dovrebbe dare la palla magica. La mia risposta, dopo un’attenta riflessione, è: ‘Andrà tutto bene’.”