Inner Vitriol – Beneath the Last Silence

Il 21/11/2025, di .

Inner Vitriol – Beneath the Last Silence

Gli Inner Vitriol stanno attraversando l’ultima curva di un percorso lungo e complesso: il nuovo album è ancora in lavorazione, ma ha già il peso specifico delle opere che chiedono di nascere al momento giusto. È un disco che arriva dopo riorganizzazioni, cambiamenti personali e un tempo di sedimentazione necessario, che oggi si traduce in un’urgenza diversa: quella di chi sente che un’idea non può più restare chiusa nello studio. In bilico tra ciò da cui si allontanano e ciò verso cui si muovono, la band vive questa attesa come una pulsazione costante, trasformando dubbi, errori e intuizioni nel materiale vivo del nuovo capitolo che sta per aprirsi. Ne parliamo con Francesco Lombardo, bassista della band.
A che punto del processo siete e che tipo di urgenza vi muove in questa fase? È un disco che vi sta portando verso qualcosa, o via da qualcosa?
“Siamo ormai agli ultimi ritocchi di produzione dell’album, manca soltanto il mastering e alcune scelte finali, e siamo felicissimi e orgogliosi del risultato! Merito anche dell’apporto di Marco Barusso che ha curato il mix e contribuito a valorizzare al meglio il nostro lavoro. È un disco che è nato in una fase di riorganizzazione della band e di cambiamenti personali, rimasto a lungo in fase di sedimentazione; questo è un bene perché ci ha permesso di realizzarlo con cura, ma quando un album ti accompagna per troppo tempo inizi davvero ad agognare il momento in cui si possa finalmente lasciarlo andare. Per cui non vediamo davvero l’ora di poter farvelo ascoltare!
Questo lavoro è allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza. E’ il traguardo finale di un percorso iniziato nel 2023, durante il quale abbiamo pubblicato due singoli, una cover, un EP che li contiene e un DVD live. Ma è anche un punto di partenza verso una dimensione più solida e matura dal punto di vista artistico, più attiva dal punto di vista della nostra presenza live e con un investimento “affettivo” sempre maggiore da parte nostra sul progetto”.
Il vostro suono sembra esplodere contro la forma tradizionale del “brano”. Quanto spazio c’è per l’improvvisazione o l’errore nel processo di composizione?
“In effetti il progressive fin dalle origini si è posto filosoficamente agli antipodi della struttura tipica del brano pop-rock. Alla base di tutto ciò c’è la volontà di superare l’alternanza strofa/ritornello proponendo soluzioni alternative, concependo i brani non solo come semplici canzoni, ma spesso come vere e proprie suite orientate in parte alla tradizione della musica classica. Questa è una direttrice che ispira molto anche noi, e che cerchiamo di interpretare con una visione quanto più personale possibile.
Rispetto al progressive dei primordi, in cui una buona dose di improvvisazione era presente soprattutto in alcune band, nel nostro caso questa è piuttosto ridotta: siamo più legati a un’idea di scrittura ben definita. Ciò non significa che durante il processo creativo non ci sia spazio per tentativi, esperimenti o incidenti di percorso. Anzi, spesso proprio un errore di esecuzione diventa la scintilla che apre nuove prospettive. L’errore, in questo senso, non è solo qualcosa da evitare, ma può essere la chiave per scardinare la “memoria muscolare” o la “monotonia compositiva” di chi suona. Il compito del compositore, allora, non è solo quello di inventare di sana pianta un’idea musicale, ma anche di saper riconoscere e valorizzare le possibilità nascoste dentro un’imperfezione. Alcune delle idee contenute nei nostri brani, come in quelli di tante altre band, sono nate proprio così: da un errore che, una volta esplorato, è diventato parte integrante della scrittura”.

Aprire per una leggenda del progressive metal come Geoff Tate è, almeno sulla carta, una scelta inaspettata. Cosa vi ha spinto ad accettare questa sfida e che tipo di pubblico vi siete trovati davanti?
“Quando l’anno scorso abbiamo avuto l’occasione di conoscere Geoff Tate, per noi è stato qualcosa di inatteso e incredibile. Ancora di più perché Geoff si è rivelato fin da subito, oltre che un grandissimo artista di spessore stellare, una persona di grande umanità: gentile, disponibile, affabile. E lo stesso vale per tutta la sua band e la sua crew, che ci hanno messi subito a nostro agio. 
Questo clima positivo ci ha permesso di affrontare i live senza viverli come una sfida per conquistare un pubblico “difficile”, ma piuttosto come un’opportunità per condividere la nostra musica con nuove persone. La sorpresa più grande è arrivata proprio dagli spettatori: ci hanno accolti con entusiasmo, hanno apprezzato moltissimo le nostre performance e lo hanno dimostrato con complimenti, richieste di foto, acquisti di merchandise. Per noi è stata una soddisfazione immensa!
Siamo felicissimi che il nostro rapporto con Geoff stia continuando; attualmente Michele Panepinto suona occasionalmente con lui in alcune date europee, e potremmo avere in serbo altre sorprese, anche se è ancora presto per rivelarle… 
Speriamo davvero che il rapporto con lui possa proseguire, perché oltre a essere una leggenda, è una persona speciale!”
C’è stato un momento in cui vi siete detti: “questa cosa non funzionerà”? O al contrario, è proprio nello scarto tra i due mondi che nasce qualcosa di interessante?
“Mi capita più spesso di quello che vorrei quando provo a scrivere qualcosa, ma poi faccio una riflessione: succede spesso che un’idea che hai in mente, quando la riporti in forma di demo e poi quando finisce sul disco, non corrisponda mai del tutto a ciò che immaginavi. Forse fare un album è un po’ come fare un film, e come dice Alan Parker: “You make three films. One when you write it, one when you shoot it and one when you cut it together in the editing. With luck they are not too dissimilar from one another.” Credo che questo valga anche per lo sviluppo di un progetto musicale.
Quindi bisogna riconoscere come una delle cose più affascinanti, e al tempo stesso più frustranti, sia il fatto che non si è mai davvero sicuri del risultato finale dell’idea iniziale. Ci sono troppe variabili, e non tutte possono essere controllate. Ho imparato ad accettare questa incertezza come parte integrante del processo creativo”. 
Questi concerti stanno influenzando il modo in cui scrivete o pensate il suono? O li tenete volutamente separati, come due spazi espressivi diversi?
“Sarò sincero, e forse dirò qualcosa che potrebbe far storcere il naso a qualcuno: per me il mondo del live è estremamente separato da quello della scrittura. Comporre qualcosa che abbia un mood introspettivo come la musica che proponiamo richiede spazi solitari e tempi lunghi, a volte anche troppo. Il live, invece, è un’esperienza completamente diversa, fatta di immediatezza e di energie che si intersecano tra band e pubblico, in un flusso costante e diretto. Sono entrambi aspetti a cui non rinuncerei facilmente.
Detto questo, ultimamente mi accorgo che nello scrivere qualcosa di nuovo, inizio a pensare sempre più frequentemente anche a come certi passaggi possano funzionare dal vivo, al loro impatto al primo ascolto in concerto. Non è ancora un approccio sistematico, ma credo che potrebbe nascere in me qualcosa che in futuro potrà avvicinare maggiormente la fase compositiva e quella performativa, fino a integrarla già dall’inizio”.

Nel vostro progetto la voce sembra sempre sul punto di rompersi o trasformarsi. Lavorate sul timbro e il corpo vocale in modo narrativo, performativo o rituale?
“Abbiamo la fortuna di avere un cantante straordinario come Gabriele Gozzi, capace di dare spessore e sfumature a qualsiasi cosa interpreti. Questo è per noi un punto di partenza che ci facilità tutto, sia in studio che sul palco. 
Quando lavoriamo in studio, ci confrontiamo spesso sull’interpretazione vocale che vogliamo dare. A tutti noi piace molto lo stile di Daniel Gildenlöw dei Pain of Salvation, che con la voce si muove tra la dimensione narrativa e quella performativa con grande intensità. Un’altra importante influenza è il Jesus Christ Superstar di Lloyd Webber e Rice: lì la voce non è solo canto, ma diventa un veicolo espressivo totale, in grado di restituire i significati più profondi del testo. Non a caso, che io sappia, lo stesso Gildenlöw è un grande fan di quell’opera.
Da tutto ciò nasce un’idea di voce come strumento interpretativo che, incrociandosi con lo stile personale di Gabriele, acquisisce anche una forza performativa molto potente. È proprio in questa fusione che cerchiamo un tratto peculiare, che speriamo contribuisca a renderci riconoscibili come band”.
Nei vostri brani il silenzio pesa quanto il suono. Quanto è calcolato e quanto invece è lasciato al caos?
“Il silenzio è un elemento che fa parte senza dubbio della nostra identità musicale. Il nostro album ‘Into The Silence I Sink’, uscito in versione remaster nel 2023, è un concept album incentrato proprio sul silenzio, inteso metaforicamente come mancanza di comunicazione. E’ un concetto, quindi, che fa parte del nostro elaborato compositivo: raramente è casuale ed spesso invece è organico a quello che vorremmo esprimere”.
Dagli artwork alle foto, c’è una coerenza visiva molto forte. Lavorate con una persona fissa per la parte visual o è un dialogo aperto con artisti esterni?
“Da qualche anno a questa parte curiamo personalmente l’aspetto visivo della band, per cercare una coerenza che rispecchi il più possibile i concetti espressi in musica. In passato abbiamo collaborato con artisti esterni di grande talento, e non escludiamo di tornare a farlo in futuro, ma al momento questa scelta ci permette di ridurre la distanza tra l’idea musicale e la sua traduzione visiva.
Il lato visuale ha assunto un peso enorme ai nostri giorni: il principale veicolo di promozione della musica è diventato proprio quello visivo. Lo dico con un po’ di amarezza, perché questo porta inevitabilmente a una dispersione di energie per i musicisti, che rischiano di avere sempre meno tempo da dedicare a ciò che dovrebbero fare prima di tutto, ovvero comporre musica. Questa consapevolezza ci ha spinti a prenderci cura in prima persona di questo aspetto, perché l’immagine di una band, oggi più che mai, rappresenta la band stessa”.
Non per forza musicalmente. Un’immagine, un libro, un film, un gesto… qualcosa che si è incastrato nella vostra testa e da cui non riuscite a liberarvi.
“Qui si apre un Mondo per me… Ma cercando di essere sintetico e di non divagare troppo, cito solo due set di immagini che sono rimaste impresse nella mia mente, così tanto da affermare che mi hanno probabilmente formato, almeno in parte.
Il primo è costituito dai fotogrammi del film Sussurri e grida di Ingmar Bergman, da cui ha avuto origine l’idea di ‘Into The Silence I Sink’. Un film che resta imperterrito fra i miei preferiti dopo anni e anni di cinefilia appassionata. La potenza di quelle immagini è per me sconvolgente.
Il secondo set è costituito dalla moltitudine di graffiti incisi sui muri di un edificio storico di Palermo, palazzo Steri. Questi graffiti, scoperti anni fa, mi hanno dato l’idea centrale per l’album che sta per uscire. Ops… direi che questo è uno spoiler!”
Quale sarebbe la cosa più sbagliata da scrivere nel comunicato stampa del vostro prossimo disco?
“Questa è probabilmente la domanda più difficile dell’intervista! Forse… la cosa più sbagliata sarebbe scrivere che è un disco che contiene il prossimo tormentone dell’Estate!”

 

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