Kre’u – Il Black Metal non è mai stato così solido
Il 23/11/2025, di Monica Atzei.
Il Black Metal si tinge di tradizione e cultura, solidità e stupore con i Kre’u. La band nasce in Sardegna nel 2020 nella regione della Barbagia, in provincia di Nuoro, il loro metal è in “limba” sarda qua nella variante del paese di Ovodda (il sardo nelle sue varie connotazioni e declinazioni è una lingua a tutti gli effetti, non un dialetto). Nei loro brani i loro riferimenti e i loro rimandi sono quelli della letteratura, delle tradizioni, della storia, dell’ arte strettamente connessi all’ Isola.
Io stessa sono sarda, della pianura del Campidano e nello specifico della Marmilla, la Sardegna è affascinante proprio per questo: è tanti “popoli”, è tante “storie”, è tanti “suoni”. Noi stessi ci stupiamo di quanto abbiamo a livello storico e culturale, ma ognuna di queste “regioni” all’interno della Regione ha le sue peculiarità ed è anche per questo che sono molto orgogliosa di aver potuto intervistare Ignazio Cuga (Brusiòre) voce e compositore dei Kre’u.
Il Black Metal made in Sardinia, incarnato in una band con un nome che è simbolo di saggezza e solidità: Kre’u infatti significa Quercia. Quale nome migliore per una band nata in Barbagia, dove sono nati la maggior parte dei canti della tradizione sarda. Perché questa scelta? Qual è stata la scintilla che ha portato alla vostra nascita?
“Immaginate un organismo vivente la cui longevità copre potenzialmente e letteralmente svariati secoli di vita, qualcosa dalle radici solide ma allo stesso tempo in continua espansione, in continua crescita. Un essere che vede, nella sua apparente immobilità, passare davanti a sé generazioni e generazioni di uomini, destini, desideri, bisogni, pulsioni. Ed ecco, dalle nostre parti, basta guardare fuori dalla finestra e subito le ombre del bosco ci parlano. Quando ci si inoltra nella brezza che accarezza i rami di questi giganti antichi, sembra di tornare ad essere come quell’ Uomo Naturale archetipico ormai estinto ma che, affiorando ancora come spirito dentro il cuore delle nostre genti ci riconcilia con coloro che in altri tempi hanno camminato e riposato sotto quelle chiome, col nostro passato, la cui comprensione può dirci molto anche del nostro futuro. Questo è certamente il motivo principale per cui questo nome sembrava il più adatto per questo progetto, diciamo che contiene un senso universale ed allo stesso tempo particolare di ciò che secondo la nostra visione é la piena rappresentazione dei valori che intendiamo trasmettere e uno specchio efficace della nostra terra, la Barbagia. Per quanto riguarda la nascita del progetto in sé invece, é arrivata come un’ispirazione inaspettata che si é tramutata in poco tempo in una valanga creativa durata per parecchi mesi. La scintilla che ha innescato il primo fuoco é arrivata certamente dalla lettura delle poesie di Sebastiano Satta, poeta ad oggi criminalmente dimenticato, coevo di Grazia Deledda e dello scultore Francesco Ciusa (creatore della statua intitolata “La Madre dell’Ucciso” che troneggia nella copertina del nostro album di debutto). È quindi un’ ispirazione letteraria soprattutto, un concentrato di paesaggi, personaggi ed eventi che contengono una tragicità ed una realtà che é diventata la base del racconto che Kre’u vuole portare avanti. Ed é proprio questa base letteraria che in un certo qual modo é andata ad influenzare la stessa musica di Kre’u, poiché la composizione musicale avviene a partire dalle qualità metriche dei testi. Questo fattore se vogliamo “cantautorale”, principalmente, é il motivo per cui Kre’u non suona black metal standard, senza nulla togliere ovviamente allo stile classico che veneriamo incondizionatamente, però tenevamo molto al fattore linguistico e fonemico che é secondo noi il fattore più distintivo della nostra cultura”.

Ma chi sono veramente i Kre’u? E quanto la storia sarda tradizionale e quella sociale, “su connottu” ad esempio l’attaccamento alla nostra terra come le radici di una quercia sono vitali per voi?
“I Kre’u sono dei Sardi contemporanei che però hanno avuto la fortuna di vivere alcuni anni di transizione, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, in cui ancora vigevano realtà tradizionali svolte in modi tradizionali. Quando l’ ovile non era ancora diventato azienda agricola, quando i vecchi in abiti di velluto rientravano in groppa all’asino la sera alle loro case, quando il vicinato era ancora famiglia, quando ogni ruga nel volto degli anziani raccontava una storia: le lunghe transumanze in fuga dagli inverni rigidi, le guerre, i fatti di sangue e di rapina, le vendette, l’onorabilità della parola data nel bene e nel male, la dimensione antica del sacro, le benedizioni e le maledizioni di questa terra, la conoscenza del mondo naturale, le bestie, le erbe medicamentose, le infinite specie di frutti antichi, la fatica di estrarre dalla terra le loro vite. Siamo quei fortunati che hanno parlato la lingua Sarda in famiglia, che hanno appreso i fondamenti di questa cultura e che sono consci della propria storia, seppur negata ed infangata dai vari colonialismi, non ultimo quello dello stato italiano. Eppure ogni pianta, ogni pietra quì parla di un popolo, di uno spirito latente in ognuno di coloro che si riconosce negli insegnamenti di questa Natura e di questa Cultura e, questa scintilla, cerca solo il terreno adatto per scatenare un incendio. Ecco Kre’u é uno di questi incendi e la speranza é che ogni Sardo che sente dentro questo spirito dia voce al proprio mantice!”.
Il vostro primo lavoro omonimo è stato omaggiato da pubblico e addetti ai lavori. Come è nato e quando avete capito che poteva essere un album che sarebbe potuto essere apprezzato oltre l’isola?
“Partiamo dal fatto che questo primo album é nato senza alcuna velleità di successo. Doveva per noi, semplicemente, esistere! Conta che allora non eravamo nemmeno una band ma un progetto in studio. Non avremmo mai potuto immaginare che la nostra proposta potesse esercitare del fascino oltre i confini della Sardegna. Di sicuro, una volta terminata la stesura dei brani ci siamo resi conto che nessuno prima aveva fatto un lavoro di ricerca così profondo, un lavoro linguistico ed estetico in cui ogni tassello combaciava ed arricchiva il racconto. Quello che non volevamo era certamente buttarlo nella massa informe del web senza che ci fosse un minimo di promozione, in fondo eravamo dei perfetti “Nessuno”. É qui che entra in gioco la figura chiave di Matteo Antonelli, con la sua Falce Press inizialmente e poi la sua etichetta Masked Dead Records che assiduamente ha fatto in modo che il nostro lavoro girasse tra le mani di addetti ai lavori e ascoltatori attenti. Il riscontro che abbiamo ricevuto é stato oltre ogni più rosea aspettativa. Abbiamo avuto recensioni positive non solo dal Continente ma anche dall’estero e abbiamo spedito l’album in tutta Europa e in altre zone del mondo come Canada, Brasile, Argentina, recensioni dall’Italia ma anche da Australia, Cile, Francia, Germania. Davvero una grande soddisfazione e un grande stimolo per andare avanti con la nostra proposta musicale e concettuale che sembra aver colto nel segno su molta più gente di quanta ci aspettassimo. É sul quotidiano quindi, che si alimenta la percezione del generale affetto che il pubblico ci sta regalando e non smetteremo mai di ringraziare ognuno di loro per il supporto che stiamo ricevendo”.

Già, la nostra isola, bella, selvaggia, ricca di profumi e tradizioni, storia e tanto altro ma per la musica, a volte, è un varco insormontabile. Anche per voi è così? E se, per voi, non è così, come avete ovviato a questo?
“Purtroppo dobbiamo ammettere che anche per noi è così. Tutt’ora il problema degli spostamenti verso lo stivale non sembra risolto. Per conto nostro comunque e grazie all’eccellente lavoro di Matteo stiamo programmando alcune date a fine novembre in Nord Italia, dove pare più di qualcuno stia aspettando una nostra apparizione. L’unica cosa che si può fare per ora é allargare e rafforzare il rapporto con chi ci segue e programmare con attenzione i passi da fare”.
L’ultimo video, pubblicato a giugno, ‘Accabbadora’ (una delle figure più affascinanti e misteriose della cultura sarda), a lei hanno dedicato film, libri ecc. Voi, un brano e un video che cattura e ti porta in un mondo lontano ma che è lì, radicato dentro di noi. Perché la scelta di questa figura? Come è stata strutturata la storia e il video?
“L’ Accabbadora, come bene hai detto, é una delle figure più tipiche della nostra cultura, e va specificato, poiché non é creazione folkloristica ma una pratica la cui esistenza é provata. Era soprattutto una figura di pietà che veniva chiamata solo in casi di estremo dolore e, cosa che non tutti sanno, veniva fatta chiamare da un bambino (chiaro rimando all’innocenza). Inoltre, dato curioso, era quasi sempre una levatrice, quindi, simbolicamente é la chiusura perfetta del cerchio nascita-morte. Il video, come sempre da noi autoprodotto, si sviluppa quasi del tutto seguendo le linee del racconto classico su questa figura: immagini di un acciottolato e muri scrostati lungo un percorso tra i vicoli di un paesino, ci accompagnano fino alla stanza da letto in cui un vecchio disteso patisce dolori ed incubi deliranti. La sua anima, persa in un fitto bosco, si vede soggiogata (caricata dal giogo dei buoi, il peso della vita). Si ritorna nella stanza dove due figure femminili ai lati del letto dalla vetusta foggia, pregano per il moribondo con dita veloci sui rosari, alla luce tenue e rossastra della candela. Nel bosco una Parca dall’oscuro manto (in Sardegna é detta Filonzana, maschera tipica del carnevale di Ottana, con fuso di filo di lana e forbici), regge le funi del giogo dell’anima tra la vita e la morte e si appresta a reciderle minacciosamente. La sofferenza dell’anziano é parallela a quella della sua anima che trasporta il giogo: nel delirio dei suoi incubi egli già intravede la criptica tomba e l’effigie della Morte. Le funi, rette con forza dalla Parca, sono sempre più tese e la cesoia é sempre più vicina a chiudersi nel fatidico taglio. Nel frattempo una figura di donna, chiusa in scialle e fazzoletto nero quasi a coprirne il volto, si aggira nel silenzio dei vicoli paesani, tra muretti e case di pietra e piante che vi crescono a ridosso, con passo spedito si avvia verso la destinazione fatale. Arriva alla casa del moribondo e sale le scale verso la porta della stanza illuminata dalle candele. Le donne che prima pregavano ai bordi del letto si affrettano a spogliare la stanza da ogni immagine sacra in modo che neppure lo stesso Dio sia testimone di ciò che sta per accadere. Sulla soglia della porta la mano dell’ Accabbadora estrae già il ligneo attrezzo del mestiere da sotto le nere vesti. Ora, il vecchio e la donna sono soli nella stanza, un piccolo giogo viene messo sotto il cuscino del moribondo (in antichità si pensava che la malattia potesse essere causata dall’aver bruciato un giogo da buoi, simbolo delle messi e quindi della vita). Il martello di legno é appoggiato sul letto. Nell’incubo visionario dell’uomo le funi del giogo sono sempre più tese nella lotta di confine della sua anima. L’uomo, prima supino, viene dalla donna messo di lato e sulla parete si proietta l’ombra del martello che si abbatte. Nello stesso momento le forbici della Parca recidono con gesto netto le funi che lo tenevano legato alle sue sofferenze, liberandolo”.
Che cos’è per voi il black metal? Quando avete iniziato ad ascoltare questo genere e chi sono i vostri mentori musicali?
“Ad oggi il termine Black Metal ha assunto talmente tanti significati che ognuno potrebbe darne una definizione personale. Per quanto riguarda noi, riteniamo che sia uno degli ultimi spazi creativi di tutto l’Heavy Metal! É terreno fertile per tutto ciò che riguarda introspezione, oscurità, retaggio culturale, mitologia, storia, magia. É uno dei pochi luoghi in cui si può ancora essere autentici e, nonostante esistano una marea di prodotti standard, che ripescano da questa o quella tradizione, é ancora capace di rinnovarsi pur tenendo un filo conduttore con quello che é il suo passato. Per quanto mi riguarda (parlo a titolo personale perché nella band ognuno ha i propri modelli) assurgerei sul podio dei mentori i mitici ed intramontabili Celtic Frost, e questo certamente per la loro attitudine ad osare, ad andare oltre con la sperimentazione e con le influenze. Dischi come To Mega Therion e Into the Pandemonium sono tutt’ora insuperati a livello di intuizioni ed artisticità. Ho comunque un background molto ampio che iniziai a sviluppare già dalla prima adolescenza e non nego che le scuole Scandinave (Mayhem, Enslaved, Gehenna, Dissection, Impaled Nazarene, ma anche Solefald e Arcturus) e quella Greca (Rotting Christ e Necromantia su tutti), abbiano influenzato massivamente la scrittura di Kre’u, e poi il doom death di My Dying Bride e primi Paradise Lost, i Black Sabbath soprattutto dell’era Ozzy, i Candlemass, il death metal di Morbid Angel, Autopsy e dei primi Morgoth, i classici Sepultura e Testament… Potrei continuare per giorni. Se poi usciamo fuori dal Metal potrei stilare una lista lunghissima di artisti che apprezzo, basti pensare alla pesante influenza che cantautori come il nostro De André o Nick Cave and the Bad Seeds, o il Post-Punk di Killig Joke, Cure e Bauhaus, il Neofolk di Death in June e Blood Axis, la divina Diamanda Galàs… Insomma, troppo materiale da elencare, ma comunque diciamo che l’ispirazione é sempre molto libera e se un motivo o un riff mi piace non mi metto alcun problema ad inserirlo, al di là del genere a cui fa riferimento: tutto contribuirà alla fine, a forgiare il sound di Kre’u!”.

Sabato 23 Agosto avete suonato, in apertura ai Sinister, al “Sons in Rock”, festival giunto alla settima edizione a Mores (Sassari). Raccontaci un po’ com’ è andata!
” É stata davvero una gran bella serata! L’organizzazione é stata ottima, i suoni erano davvero ben curati e la risposta del pubblico é stata numerosa, calorosa e devota. Molti conoscevano i nostri brani ed abbiamo avuto un sostegno strepitoso anche riguardo al merch. Questo ci dice chiaramente che siamo circondati da un affetto che non immaginavamo così forte vista la rarità dell’esser profeti in patria. Le altre band nostre compatriote, Dexal e Shardana, sono state impeccabili e potenti ed i Sinister si sono rivelati un vero schiacciasassi non tradendo nemmeno un’aspettativa, puro e pressante Death Metal Old School!”.

Seguite la scena metal italiana e sarda?
“Assolutamente si! Bands come Vultur, Deathcrush, Eternal Suffering, Unholy Impurity, Ganondorf, Engraver, Infernal Goat, Shardana, ma anche Black Capricorn, 1782, Dohlmen, Alcoholic Alliance Disciples, Ilienses Tree sono la prova che la scena sarda é molto viva e pulsante. Per quanto riguarda l’Italia sicuramente ci sono (o ci sono state) bands fondamentali quali Necrodeath, Sadist, Inchiuvatu, Necromass, Aborym, Spite Extreme Wing, Abhor fanno sempre la loro figura, ma, anche a livello di gruppi più giovani, Ticinum, Strja e Vrim, coi quali abbiamo partecipato allo split edito da Masked Dead Records/Sulphur Music intitolato Voces Antiqui Sanguinis nel quale ognuna delle band si esprime nella propria lingua locale. Altre bands che meritano attenzione sono Laetitia In Holocaust, Ponte Del Diavolo, Dawn Of A Dark Age, ma anche qui la lista potrebbe continuare ad oltranza, perché c’é in giro una varietà di proposte davvero incredibile!”.
Cosa bolle in pentola ora per i Kre’u? Live? Nuovi lavori/collaborazioni?
“Come già accennato abbiamo programmato tre date per noi molto importanti: la prima sarà sabato 8 Novembre 2025 in apertura agli interessantissimi Ponte Del Diavolo nello storico locale di Cagliari FABRIK del buon Piero Bonetti. Le altre due invece saranno due tappe che ci vedranno, accompagnati dai conterranei Vultur, calcare “il Continente“! Esse si terranno: Venerdì 28 Novembre 2025 al Centrale Rock Pub di Erba (CO) insieme ai già citati Vultur e ad una giovane ed interessante band di scuderia Masked Dead Records chiamata Scythe Of Mephisto, la serata prende il nome di Sardegna Nera e sarà presentata da Masked Dead Records e Sulphur Music. La seconda data nel nord Italia invece si terrà la sera successiva, sabato 29 Novembre 2025 a San Giovanni Lupatoto (VR) nel nuovo locale Damage Inc. Quì saremo coi Vultur, gli Strja ed i Laetitia in Holocaust in apertura agli storici Necromass! La serata nasce da una collaborazione tra Masked Dead Records/Sulphur Music, Orion Agency e Black Winter Fest e farà parte del warm up dello stesso Black Winter Fest! Per quanto riguarda i nostri nuovi lavori ti dico già che abbiamo molto materiale pronto e che faremo tutto il possibile per pubblicare nel 2026″.

Quest’ ultima parte è per voi: se volete aggiungere qualche info, salutare i nostri lettori…
“Approfittiamo di questo spazio per ringraziare davvero di cuore tutte le persone che stanno sostenendo questo progetto: l’infaticabile Matteo Antonelli che per primo ha creduto in noi e i suoi sodali Denis Bonetti e Lorenzo Marchello che hanno reso possibile con la loro tenacia la nostra salita nel Nord Italia. Aggiungiamo i nostri rispetti più profondi a tutti gli affezionati che continuamente sostengono la crescita di questo progetto con la loro presenza. Infine, ma non ultimi, con gratitudine ci rivolgiamo a te Monica e a tutta la redazione di Metal Hammer, onorati di essere ospiti sulle vostre pagine! Salùde a Tòttus! A ménzus bìere!“.
Le foto del live sono state gentilmente concesse dal fotografo Fabrizio Carta