Will Hunt – Dall’Arena alla Intimità: La Versatilità di un Batterista
Il 13/12/2025, di Fabio Magliano.
Will Hunt è un batterista che ha attraversato diversi universi musicali, adattandosi con naturalezza a contesti estremamente diversi. Da una parte, troviamo il suo coinvolgimento nelle enormi arene con gli Evanescence; dall’altra, c’è il suo approccio intimo e viscerale con gli Heroes and Monsters o la Grunge Night, un progetto che lo porta a suonare in piccoli club, come quello che ha ospitato il suo recente show a Torino. Un batterista versatile e capace di adattarsi a qualsiasi dimensione, ma sempre con la stessa passione, quella che lo spinge a suonare al 100%, che si tratti di uno stadio o di un club. Il suo approccio alla musica non è mai puramente tecnico, ma profondamente viscerale e capace di coinvolgere il pubblico, un aspetto che traspare chiaramente anche nella sua estetica scenica: Will non è solo un batterista, ma un intrattenitore, pronto a far muovere il pubblico non solo con la musica, ma anche con il suo coinvolgente spettacolo visivo. Da Tommy Lee a Vasco Rossi, dagli Evanescence ai Black Label Society, con grande naturalezza Will ci accompagna in un appassionato e appassionante viaggio in una carriera che potremmo definire cinematografica, sempre con una passione per la musica viscerale in primissimo piano.
Will, ho avuto modo di vederti in Italia in situazioni molto diverse: ti ho visto allo stadio con Vasco, ti ho visto al Forum con gli Evanescence e sono stato spettatore in un piccolo club del tuo concerto con gli Heroes and Monsters. La prima cosa che voglio sapere è: il tuo modo di approcciare lo show cambia tra uno stadio e un piccolo locale, o è sempre lo stesso?
“Beh, chiaramente deve esserci una differenza, perché il contesto cambia completamente. In uno stadio, se suoni troppo forte, il suono può diventare confuso e distorto, mentre in un locale piccolo, se suoni troppo intenso, potrebbe risultare quasi troppo aggressivo e non rendere bene. Perciò, in un club come questo, mi trattengo un po’, non picchio così forte. Però una cosa non cambia mai: il mio approccio alla musica. Io suono sempre con il cuore, al 100%, senza risparmiarmi mai. Solo che, in un posto piccolo, la potenza fisica non può essere la stessa, altrimenti sarebbe troppo invadente. Quello che però cerco sempre di trasmettere è che mi sto divertendo, che sono completamente immerso nella musica e che voglio che anche il pubblico senta quella stessa energia.”
Questa cosa arriva al pubblico, si vede che ti diverti…
“Sì, mi piace un sacco. La musica è una delle cose che mi fa sentire vivo, e anche se faccio dei tour molto intensi, come quello recente in Australia con gli Evanescence, dove suoniamo per migliaia di persone, alla fine mi sento sempre entusiasta di suonare, anche in situazioni diverse. Vengo direttamente dall’Australia, dove abbiamo fatto 6 o 7 show con i Metallica e i Suicidal Tendencies, e ora mi trovo qui, suonando in un ambiente più intimo. Devi davvero amare quello che fai per riuscire a passare da un’estremità all’altra così velocemente, e io la musica la amo ancora tanto.”
È difficile cambiare mentalità? Voglio dire, passare da un concerto con i Metallica a uno show in un piccolo club non deve essere semplice…
“Se ci pensassi troppo, potrebbe esserlo, ma fortunatamente non ci penso. Quando arrivo a un evento, mi concentro solo su quello che devo fare. Sono venuto qui per suonare, e in questo progetto (Grunge Night, Nda) sto suonando musica che mi piace davvero. La cosa fondamentale è apprezzare ciò che fai. Se non mi piacesse, non lo farei, non sarei lì a suonare. Non è una questione di obbligo, è una questione di passione. E poi, mi piace anche per tutte le altre cose che questo mi permette di fare: mi diverto con i miei amici, suono musica che amo, esploro posti come l’Italia… ci sono sempre tante cose positive in ogni esperienza.”
Con gli Heroes and Monsters hai cantato un pezzo dei Judas Priest, con gli Evanescence suoni modern rock, questa sera rendi tributo al grunge, ma quali sono le tue origini musicali?
“Le mie origini musicali non sono poi così diverse da quelle di tanti altri che sono cresciuti negli anni ‘80. Quando ero bambino, ho cominciato ad ascoltare i Kiss, poi sono passato ai Led Zeppelin, Mötley Crüe, Van Halen… insomma, tutte quelle band che hanno definito il metal di quel periodo. Poi è arrivato il grunge, che per me è stato una vera e propria rivoluzione. Non ero esattamente un fan dei Nirvana, anche se riconosco quello che Dave Grohl ha fatto per la musica, ma ero un grande appassionato degli Alice in Chains. Mi piacevano tantissimo, le loro canzoni avevano una forza oscura, un groove potente. Anche i Soundgarden mi hanno sempre affascinato, soprattutto per la loro capacità di mescolare potenza e profondità. Il grunge, in generale, è stato un movimento incredibile, un punto di svolta per la musica rock.”
Paradossalmente è un genere che ha “ucciso” la musica con cui siamo cresciuti… o meglio, l’ha cambiata.
“Esatto. Il grunge ha davvero cambiato tutto, ha rotto con ciò che c’era prima. Ma, in realtà, quella scena non è mai veramente morta. Negli Stati Uniti, ad esempio, quando suoniamo, c’è ancora un pubblico che segue quel tipo di sonorità. La scena hard rock non è scomparsa, si è trasformata, è cambiata, ma c’è ancora.”
Che significato ha per te questo progetto legato ai grandi nomi del grunge, che stai portando in giro per l’Italia?
“Per me questo tributo non è solo un concerto, né una semplice scaletta di cover: è un modo per tenere viva un’energia che ha cambiato la storia della musica rock e che ha cambiato anche me come musicista. Il grunge ha avuto un impatto enorme sulla mia formazione, su come vedo la musica, su cosa significa salire su un palco e suonare con sincerità, senza filtri. Portare questi brani nei club italiani è speciale, perché il pubblico qui ha un’intensità unica: restituisce tutto, amplifica le emozioni e mi spinge ogni sera a dare di più. Quando suoniamo Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains o Foo Fighters, non stiamo semplicemente riproducendo dei pezzi: stiamo riportando in vita lo spirito di un’epoca che ha lasciato un segno indelebile. È un modo per celebrare quella forza creativa e quella vulnerabilità che il grunge aveva e ha ancora. Per me è un onore poterlo condividere, farlo respirare di nuovo e, in qualche modo, passarlo alle nuove generazioni che magari non hanno vissuto quel periodo ma ne sentono ancora l’impatto”.
Nel corso della tua carriera hai avuto modo di collaborare con artisti di grande spessore, dagli Evanescence ai Black Label Society, dai Motley Crue agli Static X, spesso andando a sostituire autentici mostri della batteria come Tommy Lee, Deen Castronovo, Kenny Arnoff, Mike Baird… una vera e propria sfida per te. Come affronti queste situazioni?
“Con gli Evanescence ormai sono di casa, vi suono dal 2007, ci muoviamo come un unico organismo. Conosciamo i nostri tempi, i nostri
pregi e le nostre manie; c’è affetto, confidenza, e suonare insieme è diventato naturale quanto respirare. Tutto cambia quando entro temporaneamente in un’altra band. È come gettarsi nel vuoto senza sapere se sotto c’è una rete: non sai che atmosfera troverai, quanto dovrai essere preparato, né quali dinamiche interne ti aspettano. A volte è stato completamente folle. Quando ho preso il posto di Tommy Lee nei Mötley Crüe nel 2008 per alcune date perchè aveva problemi ad un braccio, mi hanno avvisato 24 ore prima. Idem la prima volta con gli Static-X. È un tipo di pressione che ti schiaccia il petto: tutti mi dicono ‘Sei incredibile, ti adatti in un attimo’, ma la verità è che sono solo molto bravo a mascherare il panico. Dentro vado in tilt. L’unica via è incanalare l’adrenalina, domare le emozioni e ficcarsi in testa quantità assurde di musica in tempi ridicoli”.
Il tuo modo di suonare è molto spettacolare, tecnico ma allo stesso tempo molto visuale…
“Per me, ogni show è uno spettacolo, un’esperienza completa. Quando salgo sul palco, voglio che le persone non solo ascoltino la musica, ma che si sentano coinvolte in ogni aspetto dello show. Ci sono tanti batteristi su YouTube che hanno una tecnica incredibile, e ammetto che è affascinante vederli, ma se penso a un concerto, non voglio essere una figura statica, fermo in un angolo a concentrarmi solo sulla tecnica. Voglio muovermi, voglio che il pubblico si diverta, che salti e si lasci travolgere dall’energia. Non sono solo un batterista, sono prima di tutto un intrattenitore. La mia missione è fare in modo che la gente si goda lo spettacolo, visivamente e musicalmente.”
E’ una dote che apprezzo, onestamente. Mi capita di ascoltare batteristi prog che si perdono nella tecnica e perdono un po’ di vista il feeling, finendo di risultare un po’ freddi. Tu riesci invece a bilanciare molto bene questi due aspetti…
“Ti capisco perfettamente, mi sento allo stesso modo. La tecnica è importante, ma la musica è anche emozione, è un’esperienza che deve parlare al cuore delle persone. Purtroppo, molti batteristi tecnici tendono a concentrarsi così tanto sul perfezionamento della loro abilità che finiscono per perdere la connessione con il pubblico. Per quanto mi riguarda, preferisco suonare in un’arena, dove posso esprimere la mia energia, che stare in un contesto più ristretto dove tutto deve essere per forza impeccabile sul piano tecnico. Ci sono, però, delle eccezioni, come Mike Portnoy, che è un vero camaleonte della musica. Con band come i Winery Dogs o gli Avenged Sevenfold, lui riesce a mescolare un groove potente con una tecnica incredibile, creando un equilibrio che mi piace molto.”
Parliamo della tua esperienza con Vasco. È stata una sorpresa per te?
“Totalmente! Non avevo idea di chi fosse. Un mio amico a Los Angeles mi aveva parlato di una band italiana che cercava un batterista per un tour, e pensavo fosse una di quelle band che si spostano con il furgone… non ero particolarmente interessato. Ma poi mi ha chiamato di nuovo e mi ha detto: ‘Per favore, devi chiamarli’. Così l’ho fatto; quando ho chiamato Guido (Elmi, Nda), lui mi chiede: ‘Vuoi suonare con Vasco Rossi?’ E io, che sono un grande fan della MotoGP, pensavo: ‘Ma Valentino Rossi ha una band?!’. E lui mi risponde: ‘No, Vasco! Vasco!’. Non avevo idea di chi fosse, così mentre ero al telefono mi sono messo a guardare un po’ su Wikipedia e YouTube e mi sono reso conto di quella che fosse la sua portata. A quel punto ho chiesto: ‘Ma quanto mi pagate?’ E ho detto di sì.”
Recentemente si è aperto un piccolo dibattito su queste pagine, sulla possibilità di considerare Vasco hard rock o meno, tu che ci hai suonato insieme cosa pensi?
“Credo che Vasco tocchi diversi generi all’interno del rock, con una varietà di sonorità. Prendi una canzone come ‘Sally’, che ha un groove quasi alla Steely Dan, ma poi ci sono brani come ‘Siamo Soli’ che sono decisamente più pesanti. Non direi che Vasco faccia metal, ma sicuramente ha elementi di hard rock, con qualche momento che si avvicina al metal. Quando ho suonato il brano ‘Deviazioni’ era così pesante che sembrava metal puro. Quando sono arrivato, Guido e Vince Pastano stavano già spingendo in quella direzione, ed è probabilmente per questo che mi hanno scelto. Vasco canta in modo molto intenso, la sua voce ha un graffio che aggiunge durezza alle canzoni, non è potente come il cantante dei Metallica, ma riesce a risultare molto intenso. E poi i temi delle sue canzoni, che parlano di depressione, politica, storie dure… sono tutti temi molto legati all’hard rock.”
Capisci tutto quello che canta?
“Sì, ormai sì. Quando suoni con lui, a forza di provarle, ti memorizzi i testi e inizi a capirne davvero il significato. Questo mi permette di interpretare le canzoni in modo più autentico.”
E’ stato quello con Vasco il tuo ingaggio più strano?
“No, l’ingaggio più assurdo è stato il primo con Tommy Lee nel 2002, figlio di una serie di coincidenze talmente improbabili che, ripensandoci, sembra quasi un film. Conoscevo il suo bassista perché la mia vecchia band, gli Skrape, era in tour con i Pantera, e lui in quel periodo stava sostituendo gli Static-X. Quando scoprii che suonava con Tommy, gli dissi ridendo: ‘Oh, se un giorno Stephen Perkins non può suonare, fammi un fischio!’. Era palesemente una battuta. E invece, sei mesi dopo, mi chiama davvero. Riesce a recuperare il mio numero attraverso non so quante persone e mi lascia un messaggio: ‘Domani Tommy fa audizioni. Vieni’. Io ero in Florida, senza soldi. Gli chiedo: ‘Domani? E chi c’è? Perché se arrivano solo mostri, non posso rischiare i miei ultimi 600 dollari’. Lui mi rassicura: ‘Se vieni, hai una chance reale’. Così prendo quei 600 dollari e volo a Los Angeles. Arrivo e trovo un mare di batteristi, molti dei quali conoscevo bene e sapevo quanto fossero devastanti. E come se non bastasse, l’assistente di Tommy cerca di cacciarmi perché non risulto nella lista. Solo all’ultimo il bassista spunta fuori e mi salva. Ah, e il tizio che ha fatto l’audizione prima di me… ha concluso sputando fuoco. Letteralmente. Eppure, alla fine, la chiamata è arrivata a me. Una delle esperienze più surreali della mia carriera”.
Hai collaborato con artisti diversissimi, da Zakk Wylde a Tommy Lee sino a Vasco Rossi. Cosa ti hanno lasciato queste esperienze?
“La lezione più potente che mi porto dietro è l’umiltà. Tommy è una delle persone più sincere e trasparenti che io abbia mai incontrato. Zakk, invece, è un uragano umano ma con un cuore enorme, sempre pronto ad aiutare chiunque. E questa attitudine, questa gratitudine per ciò che fanno, ti contagia. Ho imparato che non esiste un traguardo. Vasco come ti ho detto non lo conoscevo ma la sua musica mi ha stregato. Lui, poi, ha un rapporto unico con chi lo segue, e far parte di quella connessione, viverla dal palco, è stato davvero speciale. Tu comunque devi continuare a studiare, a migliorarti, a restare curioso. Ogni grande artista con cui ho lavorato condivide questa mentalità: non fermarsi mai, non adagiarsi. E sì, lungo la strada impari anche qualche cattiva abitudine… almeno capisci cosa NON replicare!”.
In Australia con gli Evanescence avete suonato con Metallica e Suicidal Tendencies, due band molto distanti dal vostro stile. Che reazione ha avuto il pubblico australiano?
“In Australia, gli Evanescence hanno una base di fan enorme: l’ultima volta abbiamo riempito arene da 19.000 persone a Sydney. Però suonare con i Metallica è stato un altro livello: il pubblico era gigantesco, 65-75.000 persone per show. All’inizio ero un po’ nervoso, perché non sapevo come avrebbero reagito, ma alla fine è stato un enorme successo. Il punto di questi tour è proprio quello di far ascoltare la tua musica a un pubblico nuovo, e questa esperienza ha funzionato alla grande. I Metallica sono persone fantastiche, davvero professionali, ed è stato un onore far parte di quell’esperienza.”
Hai alle spalle una enorme esperienza soprattutto live. C’è qualche aneddoto che puoi raccontarci?
“Ne avrei parecchi, ma uno dei pochi che posso raccontare senza creare incidenti diplomatici è questo: una volta, entrando in Israele, il mio passaporto è stato segnalato come se fossi un disertore dell’esercito americano. Non avevo la minima idea di cosa stesse succedendo. Mi portano in una stanza, nessuna spiegazione, e iniziano a interrogarmi come se avessi condotto una doppia vita per anni. Minacciavano l’estradizione, mi dicevano che sarei tornato negli Stati Uniti in manette. E io lì, incredulo: ‘Ragazzi, ma vi rendete conto?. Dopo quattro ore, evidentemente capiscono che non sono la persona che stanno cercando e mi lasciano andare senza una parola. È stato, sinceramente, uno dei momenti più spaventosi della mia vita”.
Dopo esperienze simili, questo tuo tour/tributo al grunge è quasi rilassante…
“Sì, più o meno! In realtà sono un po’ in jet lag. Il 9 torno a Los Angeles per registrare nuove cose con gli Evanescence, poi faremo un altro show e poi sarò finalmente a fine tour.”
Nulla all’orizzonte per gli Heroes and Monsters?
“Stiamo lavorando a un nuovo album. Ho già registrato cinque brani, e Stef sta aspettando che finisca le tracce. Pensiamo di avere l’album pronto entro la fine dell’anno. Per quanto riguarda il tour, io e Stef faremo qualcosa quest’estate. Non saranno gli Heroes and Monsters, ma faremo comunque qualcosa di speciale con un ospite che, al momento, non posso rivelare. Sarà una cosa divertente e interessante!”
Per concludere, tu suoni professionalmente da decenni. Qual è il consiglio che avresti voluto ricevere quando hai iniziato?
“Forse qualcuno avrebbe dovuto dirmi: ‘Studia medicina!’ (Ride, Nda). Ovviamente scherzo, ma è un mestiere tosto, che ti prosciuga se non hai le idee chiare. Non ho rimpianti, però col senno di poi avrei voluto sapere subito quanto sia importante il modo in cui ti poni. Da giovane ero più impulsivo, più tagliente nelle interazioni. Ma non serve a nulla. Essere gentile, rispettoso, umano, quello sì che fa la differenza, nelle relazioni come nelle opportunità. E comunque finire la scuola è sempre una buona cosa!”.