Aborym – Il ritorno del demone
Il 21/12/2025, di Filippo Corso.
Ci sono band che attraversano il tempo adattandosi alla sua forma, e altre che scelgono di attraversarlo lasciando fratture, detriti, tracce difficili da cancellare. Aborym appartiene senza dubbio alla seconda categoria: una realtà che ha fatto della mutazione una regola e del rischio una necessità espressiva.
In un momento storico in cui l’estremo sembra spesso addomesticato, il loro ritorno riapre uno spazio di tensione, di urgenza, di visione. Non un’operazione di recupero, ma un nuovo atto di volontà. Abbiamo parlato con Fabban e Munholy per capire cosa spinge ancora una macchina come Aborym a rimettersi in moto.
È un enorme piacere poter discutere nuovamente di Aborym, soprattutto a seguito della splendida pubblicazione del testo ‘Cultura del Chaos’ (qui il nostro report). Dopo cambi di formazione, svolte stilistiche e continua sperimentazione, Aborym torna oggi con una lineup che vuole richiamare direttamente l’era di ‘With No Human Intervention’, ‘Kali Yuga Bizarre’, ‘Fire Walk With Us’ e ‘Generator’, tra gli album più iconici della vostra carriera. Cosa ha portato alla realizzazione di questa idea e perché proprio ora?
“(Fabban) Come da tradizione e DNA Aborym anche in questo c’è stato il fattore “accidentale” che ha giocato il suo ruolo. Tutto questo non era in programma, ma è successo… sta succedendo e succederà. Mi trovavo a Barcellona e ho contattato Atum sapendo che vive lì da qualche anno, ci siamo incontrati nel Barri Gòtic, abbiamo buttato giù più di qualche birra e abbiamo fatto un salto nel passato rispolverando antichi ricordi dei primi Malfeitor. Una serata magnifica. Atum è la vera mente dietro tutto questo: ha iniziato a tentarmi e dopo qualche giorno sono caduto nel suo tranello anche se inizialmente pensavamo ad un progetto nuovo, per il semplice gusto di tornare a fare musica estrema insieme. Il secondo fattore strategico è stato il riavvicinamento di Munholy e qui Uroboro è tornato a mordersi la coda, poiché accidentalmente si stava ricompattando la lineup storica di Malfeitor. Nel giro di un paio di settimane insieme abbiamo tirato giù i primi brani e strada facendo abbiamo iniziato a chiederci come chiamare questo progetto, come presentarlo e che percorso stilistico avremmo seguito. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo percepito che quei brani puzzavano di Aborym e che con questo nome sarebbero dovuti essere “marchiati”. Ed eccoci qui!”
“(Munholy) Sono caduto nella oscura trappola… In quei giorni ho ricevuto un messaggio da Atum che diceva “Ho incontrato Fabban, che ne dici di fare qualcosa insieme dopo tanti anni?”… Non ho nemmeno pensato, la mia mano si è mossa da sola, ho risposto al messaggio “assolutamente sì”!”
Trovarsi dopo così tanto tempo dall’ultima prova in studio di Aborym, soprattutto con una formazione significativa composta da Fabban, Atum e Munholy, riconducibile all’entità Malfeitor, non è scontato, anzi coincide con una grandissima notizia. Che tipo di energia si è accesa tra voi in origine e sviluppata nel tempo, a livello umano e creativo?
“(Fabban) Noi abbiamo sempre chiamato “UNIO” tutto questo, qualcosa di letteralmente inspiegabile e misterioso, una catena indistruttibile che ci lega da tanti anni e una unione che ci ha sempre portato a fare musica in modo maniacale e con una sbalorditiva costanza nel provare “fame”. Quando siamo insieme tutto questo per noi è una sorta di necessità. È veramente difficile da spiegare ed è qualcosa che accade raramente nella carriera di una band. Siamo sempre stati molto legati e ora questa unione ha raggiunto la sua apoteosi. Qualcosa è stato risvegliato e non siamo in grado di controllare tutto questo.”
“(Munholy) L’unione che vi è a livello umano influenza le composizioni e le composizioni influenzano il nostro rapporto, lo rafforzano, lo fanno evolvere, è un’esperienza mistica…”
Nel comunicato di qualche settimana fa parlate di un percorso fatto di “sangue, ricostruzione e decostruzione” prima di tornare alle radici. Qual è stato il momento più difficile di questo processo e quale il senso profondo sottostante a questa affermazione?
“(Fabban) Tenere in vita una band, credimi, è qualcosa di veramente molto complicato e delicato, soprattutto dopo più di 30 anni. I momenti più complicati da gestire sono sempre collimati nelle fasi in cui mi sono reso conto di essere solo, in cui prendevo atto che i vari musicisti che negli anni si sono succeduti non reggevano più pressione, responsabilità e abnegazione. Tutto questo nel tempo mi ha portato naturalmente a sviluppare anticorpi e una sorta di mentalità DIY che mi ha permesso di essere indipendente nella creazione e nella produzione, nonché nella gestione di questa band. Ho sempre dato molta fiducia a tutti e non sempre sono stato ripagato e iniziare a dipingere su una tela bianca è sempre molto difficile. Chiudere un ciclo per poi aprirne un altro è qualcosa di estremamente delicato ma Aborym è una band che ha sempre fatto tutto questo dal 1992.”
Avete dichiarato senza mezzi termini un ritorno a un extreme metal “raw, harsh and violent”: si tratta di un’esigenza nata in modo naturale o anche di una presa di posizione rispetto a ciò che vi circonda, musicalmente e non solo?
“(Fabban) Desideriamo concentrarci sulla musica, ignorando i fattori esterni che ci circondano. Testa bassa, umiltà, “fame” e focus puntato sulla musica. Più che un’esigenza le coordinate su cui si sono adagiate le nuove composizioni rappresentano una propensione naturale perchè tutto ciò che stiamo scrivendo altro non è che una “summa” di quelle che sono le caratteristiche tecniche, le emozioni, le “comfort zone”, i retaggi e la predisposizione naturale a livello stilistico di ognuno di noi. Non abbiamo ancora terminato i lavori e siamo ancora nella fase “creativa” in pre-produzione, ma quello che abbiamo “fissato” ad oggi rappresenta – credo – il culmine, la vetta più alta mai raggiunta da Aborym in termini di violenza e perfidia sonora.”
Personalmente, ‘Kali Yuga Bizarre’ e ‘With No Human Intervention’ sono due album che hanno segnato i miei ascolti di una vita e coincidono con tappe fondamentali della vostra carriera, nonché con un punto di riferimento ancora oggi per molti fan. Quali sono gli elementi, le atmosfere o i concetti che avete voluto richiamare o reinterpretare di questi due lavori nel prossimo album? Dal punto di vista creativo, con una formazione così importante e carica di storia, com’è nato il songwriting del disco? È stato un lavoro collettivo o guidato da una visione centrale?
“(Fabban) Ti ringrazio e ciò che dici è benzina sul fuoco per noi, qualcosa che ti “carica”. Come dicevo prima non abbiamo definito “a tavolino” dove indirizzare i nuovi brani; le idee e le soluzioni sono la sintesi del lavoro di tre musicisti che si conoscono a memoria e che hanno delle caratteristiche e dei ruoli ben definiti. Non seguiamo un criterio, lasciamo che le idee vengano penetrate da ognuno di noi: per alcuni brani partiamo dai testi e iniziamo a “musicarli”, per altri partiamo da idee di strutture di chitarra di Munholy, per altri ci muoviamo su pattern di synth modulari studiati su un sequencer per poi chiudere il cerchio con il drumming di Atum. Ci sarà tanto di questi dischi ma la cosa realmente emozionante è che ce ne stiamo rendendo conto durante il viaggio, che abbiamo intrapreso senza una meta precisa. Non ci interessa dove stiamo andando, ci eccita terribilmente il “mentre”.”
Negli anni Aborym ha sempre fuso industrial, black, death ed elettronica in una forma personale e riconoscibile. Dal punto di vista sonoro, cosa distingue questo album rispetto agli ultimi lavori e quale pensate possa esserne la caratteristica più importante?
“(Fabban) Questa è semplice. Rispetto agli ultimi lavori della fase industrial rock/metal il prossimo album sarà evidentemente evocativo del primo decennio Aborym per quanto le “caratteristiche” di Aborym, il suo DNA… la propensione a sporcarsi sempre e comunque di sperimentazione e visione avanguardistica sono inalterate.”
Le immagini di caos, violenza e disumanizzazione hanno da sempre accompagnato la vostra carriera. Quali argomenti tratteranno i testi del nuovo disco e quanto il presente sociale, politico e umano ha influenzato la scrittura?
“(Fabban) Saranno focalizzati su disordine, sregolatezza e caos attraverso allegorie e metafore concentrate sugli aspetti più atroci e corrotti della specie umana e della sua progressiva disumanizzazione. Un crescendo di devastazione, bestialità, caos… Un macabro compiacimento dell’orrore di fango e sporcizia.”
Se vi chiedessi di definire la vostra nuova opera con una parola, frase o idea, quale scegliereste e perché proprio quella?
“(Fabban) Sarà il compendio definitivo per le nuove generazioni a cui insegneremo come si produce musica estrema.”
“(Munholy) Vi è un tempo dove si è allievi, un tempo dove si è costruttori e adesso direi proprio che siamo arrivati al tempo della maestranza…”
Molti fan hanno atteso a lungo un ritorno di questo tipo: cosa devono aspettarsi davvero da questo nuovo capitolo di Aborym?
“(Fabban) Difficile rispondere a questa domanda. Temo che sarà un ritorno prepotente al crimine sonoro e alla sana violenza. Qualcosa capace di perforare l’anima, il metallo, il cemento e le carni. Bisturi di ossidiana che dilaniano. Ad oggi (siamo a metà dicembre 2025) abbiamo 7 brani chiusi in pre-produzione, circa 35 minuti di pura violenza…”
“(Munholy) Un ritorno genuino al tempo in cui uscivano album che ascoltavi, consumavi e imparavi a memoria perché erano grandi dischi. Negli ultimi 20 anni personalmente ritengo che la musica in generale sia diventata molto “plasticosa”, senza anima, ecco.. noi stiamo rianimando quella musica estrema che (specialmente) la vecchia guardia sta aspettando da troppo tempo…”
Vi lascio, ringraziandovi infinitamente, le ultime parole di questa intervista.
“(Munholy) Un messaggio per i più giovani: ascoltate e imparate… Un messaggio per i piu’ anziani: la speranza di riascoltare un bel disco non muore mai, ve lo serviremo su un vassoio d’argento…”