Death by Design FL: Blast Beat nel Multiverso

Il 24/12/2025, di .

Death by Design FL: Blast Beat nel Multiverso

Il multiverso non era preparato a questo. Né lo erano i fan della Marvel, né i puristi del death metal tecnico. Ma poco importa, perché Death by Design FL è atterrato su Daytona Beach come un Mjolnir impazzito lanciato da un Thor sotto caffeina. Il risultato? ‘Metal Multiverse’, un album autoprodotto che ha tutta l’intensità di una supernova e la finezza di un chirurgo con la chitarra a 8 corde. Dietro a questa follia orchestrata c’è Casey Sicher-Ford, mente, muscoli e mani di un progetto solista che unisce l’apocalisse sonora al fan service mitologico – con Rocket Raccoon che grida vendetta in blast beat e Loki che ti confonde pure i tempi dispari. In questa intervista, Casey ci racconta tutto: dalla nascita del suo multiverso in chiave metal al suo “motograter” fatto in casa (sì, davvero), passando per salute mentale, DMX e l’arte di rendere il tech-death qualcosa di umano. Benvenuti dove i riff sono cosmici e le emozioni, pure più veloci dei tremolo.

Nel processo creativo del tuo ultimo progetto, cosa è venuto prima: la costruzione della trama, con tutti i personaggi e la narrazione che volevi sviluppare, oppure la composizione della musica? Puoi spiegare come sei riuscito a far dialogare tra loro questi due aspetti fondamentali e come hai tradotto le sensazioni evocate dai personaggi in elementi musicali specifici, quali ritmi, atmosfere o dinamiche?

“La trama è stata decisamente il punto di partenza. Prima di mettere mano a qualsiasi strumento o scrivere una singola nota, ho iniziato a immaginare il mondo che volevo raccontare: ogni personaggio, con le sue emozioni, le sue contraddizioni, i suoi momenti di forza e vulnerabilità. Ho visualizzato i colori, le sensazioni e persino i “ritmi” emotivi di ciascuno. A partire da queste sensazioni ho cominciato a tradurre tutto in elementi musicali: per esempio, un personaggio impulsivo poteva avere ritmi veloci, spezzati, quasi frenetici; uno più riflessivo aveva bisogno di atmosfere più ampie e pause che lasciassero respirare la musica. La composizione musicale è quindi nata come una specie di “colonna sonora” interiore, che doveva rispecchiare fedelmente ciò che i personaggi evocavano in me. Prima ancora delle parole, la musica doveva incarnare la loro essenza più profonda. È stato un processo molto organico e interconnesso, in cui trama e musica si sono influenzate a vicenda fin dal principio, ma la narrazione ha guidato la direzione generale.”

Marvel è un universo narrativo ricco di dettagli, personaggi e mitologie complesse. Quali sono state le principali sfide tecniche, creative e concettuali che hai incontrato nel tradurre questo mondo così vasto e articolato all’interno di un genere musicale estremo come il death metal tecnico? Come hai fatto a mantenere quella grandiosità e quella profondità mitologica, senza però perdere l’impatto sonoro diretto e aggressivo tipico del genere? Puoi raccontare anche qualche esempio pratico di come hai utilizzato tecniche come i leitmotiv per caratterizzare i personaggi?

“La sfida principale è stata senza dubbio quella di mantenere il senso di grandezza e miticità che caratterizza l’universo Marvel, senza però sacrificare la potenza e l’immediatezza del death metal tecnico, che è per sua natura un genere molto aggressivo e complesso. Ho dovuto trovare un equilibrio sottile tra due mondi apparentemente opposti: da una parte l’epica narrativa, con la sua ricchezza di personaggi e temi, dall’altra la necessità di creare brani che fossero dinamici, energici e intensi. Per riuscirci, ho fatto largo uso di leitmotiv, cioè temi musicali ricorrenti che rappresentano specifici personaggi o idee. Ad esempio, per Thor ho creato un ritmo simile a una tempesta, pieno di forza e movimento; per Loki ho giocato con tempi irregolari, sfuggenti, che riflettono la sua natura ambigua e imprevedibile; mentre per Stark ho usato pulsazioni più meccaniche e industriali, quasi a evocare la tecnologia e l’ingegneria che lo caratterizzano. Oltre a questo, ho dovuto essere molto selettivo con i testi, scegliendo parole e stili che non appesantissero la canzone, ma che riuscissero comunque a raccontare la storia che volevo, mantenendo sempre il giusto ritmo e impatto sonoro.”

Durante la lavorazione dell’album, c’è stato un brano in particolare che ti ha messo maggiormente alla prova, che quasi ti ha fatto pensare di doverlo abbandonare o rivedere completamente? Puoi descrivere quali sono stati i momenti più difficili nella scrittura o nell’arrangiamento di quel pezzo, e come sei riuscito a superare quelle difficoltà per arrivare alla versione finale che rispecchiasse appieno le tue intenzioni emotive e narrative?

“Sì, il brano che mi ha messo più alla prova è stato senza dubbio ‘Rocket’s Requiem’. All’inizio, quando l’ho scritto, era un pezzo molto feroce, con un ritmo veloce e selvaggio, quasi incontrollabile. Ma mentre lo lavoravo, ho capito che il tema centrale – il dolore e il lutto – aveva bisogno di molto più spazio per essere espresso in modo autentico. La rabbia e la velocità da sole non bastavano. Ho quindi riscritto molte parti, cercando di trovare un arrangiamento che permettesse al brano di respirare, dove la furia potesse alternarsi a momenti di umorismo e introspezione, senza perdere mai quella spinta energica tipica del metal. È stato un lungo percorso di tentativi, revisioni e ascolti critici, ma alla fine sono riuscito a far convivere tutte queste emozioni, creando un brano che racconta davvero quello che volevo trasmettere, senza sacrificare la tensione e la velocità.”

Quando si parla di death metal tecnico, spesso si pensa immediatamente alla velocità e alla complessità strumentale. Secondo te, quali sono gli elementi più importanti e sottovalutati in questo genere, che vanno oltre il mero virtuosismo? Come l’intenzione musicale, la micro-temporizzazione e lo sviluppo tematico possono contribuire a rendere una composizione non solo tecnica, ma anche profondamente comunicativa ed emotivamente coinvolgente? Puoi fornire qualche esempio pratico per illustrare meglio questo concetto?

“Molto spesso il death metal tecnico viene associato solo a una velocità estrema e a un virtuosismo fine a se stesso, ma in realtà ciò che fa la differenza è l’intento, la volontà dietro ogni scelta musicale. Parlo di dettagli come la micro-temporizzazione, cioè le piccole variazioni nel timing che danno vita e respiro al brano, o il modo in cui le linee vocali si intrecciano e si sviluppano nel tempo, creando un senso di narrazione musicale. Un esempio concreto è l’uso di tempi dispari come il 7/8: se inseriti solo per far vedere quanto sei bravo a suonare, diventano solo un esercizio sterile. Ma se invece quel tempo serve a enfatizzare un momento di tensione o a rappresentare un aspetto emotivo particolare del racconto, allora la tecnica diventa strumento di comunicazione. La precisione esecutiva deve sempre servire a trasmettere emozioni e storie, non a mostrare abilità fine a sé stessa.”

Il tuo lavoro di produzione è stato totalmente “fai da te”. Come ha influito questa scelta sulla realizzazione dell’album, sia dal punto di vista artistico che emotivo? Puoi raccontare quali sono stati i vantaggi e gli svantaggi di dover gestire ogni aspetto da solo, dagli strumenti alla registrazione, fino al mixaggio? In che modo questa completa autonomia ha influenzato la tua soddisfazione personale riguardo al risultato finale, e quali sono state le difficoltà tecniche e creative più significative che hai dovuto affrontare?

“Fare tutto da solo è stato un’esperienza incredibilmente intensa e formativa. Da un lato, questa totale autonomia mi ha dato una libertà creativa assoluta: nessun compromesso, nessun conflitto con altri membri della band, solo io e la mia visione. Ho potuto sperimentare liberamente, scegliere ogni dettaglio, dagli strumenti ai plugin, fino a decidere esattamente come doveva suonare ogni pezzo. Dall’altro lato, è stato anche molto impegnativo e frustrante. Ho lavorato con un solo MacBook Pro, Logic Pro X, la mia chitarra basso Jackson a 5 corde e un microfono semplice, cercando di tirare fuori il massimo da risorse limitate. Ci sono state molte notti insonni, momenti di stanchezza e incertezze tecniche. Però proprio per questo motivo l’album ha un valore speciale: è il risultato di una determinazione totale, di una sfida personale vinta. Non è perfetto, certo, ma ogni errore, ogni imperfezione racconta una storia di passione e di impegno che mi rende orgoglioso.”

Hai parlato di “easter egg” sonori nascosti all’interno dei brani, come ad esempio quello nel pezzo ‘Allfather Ascendent’ che omaggia la mitologia norrena. Puoi spiegare come ti è venuta l’idea di inserire questi piccoli dettagli simbolici nel tuo lavoro, e quanto ritieni importante per te e per gli ascoltatori scoprire questi riferimenti nascosti? In che modo queste scelte arricchiscono l’esperienza complessiva dell’album, e quanto sono legate alla tua personale connessione con la mitologia e i temi trattati?

“Gli easter egg sono per me un modo di creare un legame più profondo e personale con la musica. Nel caso di ‘Allfather Ascendent’, l’idea di inserire quella strofa finale – “I gave my eye to see beyond, and hung nine nights to know the song” – è nata come un omaggio diretto a Odino e alla mitologia norrena, che amo molto. Quel verso l’ho aggiunto proprio alla fine del processo, quasi come un piccolo segreto per me stesso, perché l’intero brano mi ha richiesto esattamente nove giorni di lavoro, proprio come Odino si è appeso a Yggdrasil per nove notti per ottenere la conoscenza delle rune. Ho voluto che chi ascolta, se attento, potesse scoprire questo riferimento e magari approfondire il significato dietro le parole e la musica. Personalmente, questa connessione è molto forte, tanto che ho tatuato Yggdrasil e i due corvi di Odino sulla spalla destra. Questi piccoli dettagli aggiungono una dimensione ulteriore all’esperienza, invitano l’ascoltatore a entrare nel mondo che ho creato e a sentirsi parte di qualcosa di più grande.”

La costruzione di un universo narrativo musicale è un processo molto diverso rispetto alla narrazione visuale tipica dei fumetti o dei film, che mostrano immagini e azioni direttamente. Come riesci a far “vedere” agli ascoltatori le immagini e le scene che hai immaginato mentre componi? Quali strumenti musicali e tecniche usi per evocare nei loro pensieri atmosfere, emozioni e personaggi? Puoi descrivere in che modo temi ricorrenti, tonalità particolari e scelte metriche fungono da “colori” o “pennellate” per dipingere questi mondi sonori?

“I fumetti e i film ti danno un’immagine precisa, ma la musica ti lascia immaginare, creare un universo mentale personale. Il mio obiettivo è quello di scrivere brani che fungano da colonna sonora interna, che stimolino la fantasia e facciano emergere immagini nella mente di chi ascolta. Per farlo uso una combinazione di temi ricorrenti – come motivi melodici o ritmici che rappresentano personaggi o idee – e scelte timbriche particolari, come l’uso di strumenti o effetti che creano un certo “colore” sonoro. Le metriche, soprattutto tempi dispari o cambi repentini, sono come pennellate che definiscono l’umore, la tensione, l’azione. Ad esempio, un tempo più lento e regolare può dare senso di maestosità, mentre un ritmo sincopato o irregolare crea tensione e imprevedibilità. Tutto ciò unito ai testi, che guidano l’interpretazione, permette di costruire un mondo sonoro complesso e coerente, che però lascia spazio all’immaginazione di chi ascolta.”

Ci sono stati personaggi dell’universo Marvel o concetti mitologici che hai scelto di non includere o di rappresentare solo strumentalmente perché non riuscivi a trovare un modo sonoro che ti sembrasse sincero o adatto a raccontarne la storia? Come decidi quali personaggi meritano un trattamento più approfondito e quali invece è meglio lasciare in secondo piano o rimandare a un possibile futuro sviluppo?

“Assolutamente sì. Ci sono alcuni esseri cosmici e figure mitologiche la cui maestosità e complessità sono così immense che non riuscivo a tradurle in un linguaggio sonoro che mi sembrasse autentico. In questi casi ho preferito limitarmi a suggestioni strumentali, motivi brevi o atmosfere che potessero rappresentare la loro presenza senza forzare una narrazione completa. Decido di approfondire un personaggio solo quando la sua storia e le sue caratteristiche si armonizzano con la mia visione musicale e narrativa, quando sento che posso raccontare qualcosa di vero e personale. Se invece il racconto risulta forzato o poco onesto, preferisco mettere quel personaggio da parte, in attesa che magari in futuro emergano idee più sincere e potenti per rappresentarlo.”

Come definisci il successo per questo tuo progetto artistico così personale? Quali sono gli obiettivi che ti prefiggi in termini di impatto sulle persone che ascoltano la tua musica? Puoi spiegare perché per te la “risonanza” emotiva e la connessione con l’ascoltatore sono più importanti di numeri, recensioni o streaming? Inoltre, come si riflette questa filosofia nel modo in cui hai deciso di vendere il tuo merchandise e rendere accessibile il tuo lavoro?

“Per me il successo si misura in una sola parola: “risonanza”. Se una persona ascolta una mia canzone e riesce a riconoscersi nei testi o nelle emozioni che emergono, se quella musica riesce a lasciarle qualcosa di positivo, allora ho raggiunto il mio scopo. Non mi interessa tanto il numero di streaming o le recensioni, che sono importanti ma effimere. Voglio che la mia musica crei un legame duraturo, una connessione profonda. Per questo motivo ho deciso di rendere il merchandise accessibile a tutti, con prezzi molto contenuti e vicini ai costi reali, per permettere a chiunque ami il mio lavoro di portarselo a casa senza dover spendere una fortuna. Credo che la musica debba essere un ponte tra le persone, non un prodotto di élite. Questo approccio è anche un modo per mantenere viva la relazione con chi mi segue, andando oltre le metriche e i numeri.”

Raccontaci di un momento inaspettato o di un’idea che si è presentata quasi per caso durante la produzione dell’album e che ha finito per cambiare in modo significativo una canzone o un aspetto sonoro del progetto. Ad esempio, la creazione del tuo “motograter” fatto in casa con materiali non convenzionali: come è nata questa intuizione e come hai integrato quel suono particolare all’interno di un brano? In che modo influenze musicali della tua giovinezza continuano a permeare la tua musica attuale?

“Uno dei momenti più curiosi è stato quando ho costruito una mia versione di un “motograter”, ispirato all’omonima band e album del 2003, usando un tubo per idraulica fissato su un telaio 4×4 e collegandolo a vecchi pickup. Non mi aspettavo che quel suono metallico, un colpo profondo e pesante, sarebbe diventato la spina dorsale del brano ‘Heart of the Arc’. Quel tono ha finito per diventare una texture ricorrente, quasi un marchio sonoro personale. L’influenza di quella band, ascoltata durante il liceo, si è rivelata una radice nascosta che ha contaminato il mio modo di intendere il metal, portando quella miscela di potenza e innovazione nel mio lavoro attuale. È un esempio di come il passato possa tornare a sorpresa e cambiare il presente.”

Il tuo progetto nasce come un’esperienza totalmente solista, ma hai mai immaginato come potresti portare in scena dal vivo un universo così complesso, fatto di narrazione, atmosfere cinematiche e intensità sonora estrema? Quali sarebbero per te gli ingredienti fondamentali per trasformare un concerto in un vero e proprio “film sonoro”, e come immagini di selezionare i musicisti che potrebbero accompagnarti in questa impresa?

“Finora non ho ancora tentato la trasposizione live, perché il progetto è nato e si è sviluppato come una creatura solitaria. Tuttavia, sogno di poter un giorno trasformarlo in uno spettacolo dal vivo. Quando sarà possibile da un punto di vista finanziario e logistico, vorrei cercare, intervistare e selezionare musicisti di grande talento, con cui collaborare per ricreare questa esperienza sonora e narrativa sul palco. Immagino un concerto che non sia solo musica, ma uno show multimediale, con visual sincronizzati, atmosfere preregistrate e momenti di narrazione, quasi come un film che scorre davanti agli occhi degli spettatori. L’idea è che lo spettacolo fluisca in modo organico e coinvolgente, offrendo un’esperienza unica e immersiva.”

Da artista profondamente attento alla narrativa e all’innovazione musicale, come valuti lo stato attuale del death metal tecnico? In quali direzioni vedi evolversi il genere, e quali invece sono i rischi che, secondo te, lo stanno portando verso la ripetizione o l’eccesso fine a sé stesso? Infine, perché credi che sia l’intenzione artistica – più della velocità o della complessità – a determinare la qualità di un brano?

“Credo che il death metal tecnico stia attraversando un momento di grande fermento, con molte band che spingono i confini del genere. Quello che mi entusiasma di più sono i brani che riescono a combinare temi memorabili e dinamiche audaci, creando un’esperienza che va oltre il semplice esercizio tecnico. Quello che invece vedo come un rischio è la tendenza a puntare solo sulla velocità massima senza una vera narrazione o profondità emotiva, che alla lunga rende la musica sterile e monotona. Per me la velocità non è l’arma più potente di questo genere: lo è l’intenzione, il modo in cui ogni nota, ogni cambiamento di tempo e ogni melodia contribuiscono a raccontare una storia. Sono un grande fan degli Archspire, perché uniscono precisione maniacale ed esecuzione impeccabile con testi che raccontano storie complesse e coinvolgenti.”

Se potessi scegliere un artista fuori dal mondo metal con cui collaborare a un brano, chi sceglieresti e perché? Hai mai immaginato un crossover estremo tra mondi sonori apparentemente inconciliabili, ma che potrebbero generare qualcosa di veramente unico e inedito?

“Se dovessi sognare un collaboratore ideale nel mondo del non-metal, senza limitarmi a una specifica categoria, direi che lavorare con DMX potrebbe essere qualcosa di veramente esplosivo. La sua voce, con quel suo urlo percussivo e le sue ad-lib, potrebbero essere utilizzate come segnali di arrangiamento che darebbero vita a una traccia incredibile. Potrei immaginare di partire con questa energia grezza e poi far salire il ritmo con un beat potente o magari inserire un riff straordinario che si inserisca perfettamente in quel contesto. Pensaci: un mix di grit & gravitas, con un’intensità da sermone di strada, combinata con una narrazione apocalittica in stile tech-death. Sarebbe qualcosa di super-sonico, un vero e proprio tsunami sonoro! Lascia che i lupi si scatenino su quella traccia, perché sarebbe assolutamente epica!”

C’è un pregiudizio piuttosto diffuso secondo cui il death metal tecnico sia un genere “freddo”, puramente cerebrale e distante dalle emozioni. Quanto pensi sia errata questa percezione? In che modo, secondo te, questo stile musicale riesce invece a esprimere sentimenti autentici e profondamente umani?

“Credo che ci siano molte idee sbagliate riguardo al tech-death, e uno dei più comuni è che questa musica sia fredda, priva di emozioni o difficile da capire. In realtà, può essere profondamente umana e carica di sentimenti autentici come il dolore, la determinazione, l’umorismo e molto altro. La cosa affascinante è che tutto questo può essere trasmesso con una chiarezza chirurgica, mantenendo i testi e la narrazione comprensibili e incisivi. Non si tratta solo di suoni aggressivi o tecnici, ma di un modo potente di comunicare emozioni profonde, rendendo il genere molto più accessibile e coinvolgente di quanto si possa pensare.”

Considerando la cura maniacale con cui hai costruito ‘Metal Multiverse’, possiamo dire che si tratti solo del primo tassello di qualcosa di più grande? Hai già in mente di espandere questo universo musicale e narrativo in futuri progetti? E se sì, in che direzione ti piacerebbe portarlo?

“Assolutamente sì. ‘Metal Multiverse’ rappresenta il primo capitolo di qualcosa di molto più grande. La mia idea è quella di creare un universo parallelo, un multiverso metallico in cui ogni progetto, ogni storia e ogni canzone possano contribuire a costruire un’epopea epica e coinvolgente. L’obiettivo è quello di usare il metal pesante—quello che chiamiamo “heavy fking metal”—come veicolo per raccontare storie, siano esse reali o immaginarie, e di avere un impatto positivo su chi ascolta. Questo è il cuore di questa mia ricerca: usare la musica come mezzo di narrazione e di ispirazione, creando qualcosa di memorabile e significativo.**”

C’è qualcosa che ti sta particolarmente a cuore condividere in questo momento con i tuoi fan e con chi legge? Un progetto speciale, una canzone che rappresenta una svolta personale, o magari un messaggio importante che senti il bisogno di trasmettere?

“Sì, ci tengo a condividere un progetto su cui ho lavorato di recente. Stavo lavorando a una canzone che volevo rilasciare come singolo in occasione di un anniversario di un evento importante. Tuttavia, volevo essere sicuro che fosse perfetta, esattamente come l’avevo immaginata e speravo che fosse. Alla fine, ho deciso di non pubblicarla finché non fosse totalmente fedele alla mia visione.
Ecco un link, ancora non pubblicamente visibile, alla lyric video che ho creato su YouTube per questa traccia, che ho chiamato ‘Sky King (One Hour Crown)’. È una canzone ricca di ogni possibile emozione e, alla fine, parla di salute mentale. Sono felice di condividerlo con voi, e potete farlo anche con i vostri lettori:
https://youtu.be/UxhMlleRfs4
Sentitevi liberi di diffonderlo e di ascoltarlo, è un messaggio che mi sta molto a cuore.”

 

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