Novembre – Memorie dal Passato

Il 13/01/2026, di .

Novembre – Memorie dal Passato

Non basta oscillar tra il blu e il viola, per originare l’indaco, un colore intuitivo e quasi prodigioso, associato alla tranquillità e all’armonia, ma per poterlo trasmetterlo pienamente bisogna scendere in profondità, carpirne i segreti, parlando appunto il suo stesso linguaggio, è ciò che han fatto i romani Novembre, per mezzo del loro sensazionale ‘The Words Of Indigo’. Nuovo album su Peaceville Records che si riallaccia fortemente alla tradizione storica dei Novembre, tra i maestri europei di un certo modo di intendere e volere il death metal atmosferico e dagli spiccati tratti progressive. Con dalla sua un passato eccelso in fatto di qualità artistica, ma un po’ “viziato” dai lunghi tempi di attesa, per la band sembra quasi prassi, quella di far trascorrere un decennio tra un full length album e l’altro… Ne discutiamo con Carmelo Orlando, vocalist, compositore e leader storico dei Novembre.
Perché tutto questo tempo intercorso tra il precedente ‘URSA’ e il nuovo album? Una consuetudine che, a dire il vero, a sua volta si era ripetuta anche per il suo predecessore, ‘The Blue’.
“(Carmelo Orlando) Sì, hai ragione! E a dire il vero non scherzammo neanche con l’intervallo tra ‘Novembrine Waltz’ e ‘Materia’! Fra ‘The Blue’ e ‘URSA’, in realtà, passarono sette anni, e le motivazioni furono diverse, principalmente legate alla line-up. In questo caso la situazione ebbe a che fare con la pandemia e con la mia decisione di non scrivere nulla finché non fosse almeno arrivato il vaccino. Scrivere e registrare un album che sia degno di questo nome richiede uno sforzo sovrumano – chi non è del mestiere non può capire – e non avevo la minima intenzione di iniziare, con la prospettiva di doverlo poi mettere nel cassetto per un tempo indefinito, rischiando che dopo un anno non mi piacesse più. Il vaccino e le prime, incerte riaperture arrivano nel 2022, così mi metto al lavoro. Mettici poi i tempi fisiologici di composizione, registrazione e pianificazione, ed eccoci qua, con nove anni alle spalle, senza nemmeno accorgercene”.
Va però subito detto, sgombrando il campo dagli equivoci, che se la qualità deve essere sempre questa, ben venga la vostra lungimiranza in studio! Perché anche ‘Words Of Indigo’ si rivela album clamoroso, con i suoi tre brani iniziali che a mio avviso ne rappresentano un po’ la “summa”, alla cui grandezza partecipano poi sia ‘House Of Rain’ che ‘Chiesa dell’Alba’, una cinquina che eleva alla massima potenza lo spessore compositivo dei Novembre. E non dimentichiamoci neppure di ‘Post Poetic’, che ha ritmi forsennati, ma “colorata” con grande delicatezza, tipica dei Novembre. Oppure la finale ‘Onde’, dove lasciate che a dire addio sia la magnificenza e la malinconia del mare…
“Ti ringrazio tantissimo, e mi fa davvero piacere che questi pezzi ti siano rimasti impressi, perché significa che lo sforzo che abbiamo impiegato ha dato i suoi risultati. È vero che abbiamo cominciato a darci dentro pochi anni fa, ma va detto che scrivo musica continuamente, sotto forma di singoli riff, che archivio per poi rivedere in un secondo momento. Questo significa che faccio una sorta di palestra continua, tutti i giorni (pandemia o meno). Di conseguenza, la fase dell’“assemblaggio” è facilitata dalla pratica. Sicuramente dieci anni in più di esperienza con l’home recording mi hanno aiutato tantissimo, perché quando un pezzo non ti convince e hai il controllo assoluto dei tuoi mezzi di registrazione, sei libero di ristrutturarlo a piacere. Se questo controllo manca, spesso si tende a farsi star bene cose che bene non vanno. E poi… si sente. In questo modo ho potuto curare ogni dettaglio atmosferico, sperimentare con effetti sonori di ogni tipo, tutto per far sì che l’album risultasse il più smooth possibile, il meno ostico possibile. Ho fatto di questo la mia priorità principale”.
Mi parli della collaborazione con Ann-Mari Edvarsen, scaturita infine dal secondo singolo ‘House Of Rain’? Leggevo infatti che si era trasferita a Catania, tua città natale, fatto inusuale, certo, ma la Sicilia conserva sempre il suo fascino, e poi, Catania, resta una gemma assoluta. Un brano le cui liriche e la sua storia conservano molto di tuo, di personale e intimo…
“Eh sì, è un gioiellino fatto di pietra lavica, molto bello e vivace, dove non ci si annoia mai. Credo che lei si trasferì a Catania per seguire la sua passione per il canto lirico. Abbiamo un Teatro Massimo molto importante, il Vincenzo Bellini, e lei ha lavorato lì. Quando ho finito di scrivere ‘House Of Rain’, ho pensato che fosse così accattivante e importante che una voce come quella di Ann-Mari non potesse che portarlo al top. Credo di essere uno dei più grandi fan dei The 3rd and the Mortal, li metto accanto ai Dead Can Dance per importanza. I due album in cui ha cantato lei sono stati forse la cosa più importante per la mia crescita musicale. Per cui questa collaborazione, così riuscita, ancora oggi mi sembra incredibile. Il testo si è quasi scritto da solo, perché dal nulla, insieme alla melodia, veniva anche questa frase “House of Rain” – cosa che inevitabilmente ha finito per dirottare le liriche verso una direzione che è quella delle case del nostro passato e tutto il bagaglio di sensazioni irrazionali che provi quando torni a visitarle”.
Si può dire che Dan Swanö sia talmente importante per voi e per la costruzione del vostro sound da poterlo quasi definire un componente dei Novembre, vista la lunghissima collaborazione tra di voi. Tra l’altro estremamente proficua.
“Possiamo dirlo tranquillamente: un album come ‘Words Of Indigo’, senza di lui, potrebbe arrivare a costare cifre “maideniane”! Qualsiasi altro fonico impiegherebbe un anno per mixarlo così. Dan è semplicemente sovrannaturale! Non serve spiegare che ha creato mezza scena death metal scandinava (con Edge Of Sanity, Nightingale, Moontower, Witherscape, Bloodbath), ed è un polistrumentista con una conoscenza musicale straordinaria. Non c’è problema armonico, ritmico o tecnico che non possa capire e risolvere con uno schiocco di dita. Se oggi o domani decidesse di ritirarsi, saremmo nei guai”.
Come è stato ritrovarsi a pubblicare un album senza Massimiliano Pagliuso, chitarrista, compositore e storico elemento della band da poco fuoriuscito?
“Non è stato facile, perché mi appoggiavo molto a lui. Massimiliano è un musicista più o meno ai livelli di Dan — parlo soprattutto del suo orecchio e dell’immediatezza con cui comprende qualsiasi contesto musicale, sia in fase di composizione che live. Ma questa è la vita: ha deciso di dedicarsi ad altro, e la scelta era tra interrompere tutto o farsi forza e trovare nuovi elementi. E alla fine li abbiamo trovati, anche grazie a lui, che mi fece conoscere Alessio Erriu, consigliandomelo per le sue doti tecniche.
Grazie ad Alessio abbiamo poi conosciuto Federico Albanese (seconda chitarra) e Yuri Croscenko (batteria). Mentre Fabio Fraschini — che credo conosciate tutti, perché ha suonato con noi in molti album — stavolta ha avuto un ruolo simile a quello che prima aveva Massimiliano, aiutandomi a mettere insieme tutto. Senza contare le sue doti di bassista: il lavoro di fretless che ha fatto su ‘Onde’ è magistrale”.
Quest’anno, se non ricordo male, ricorre anche il venticinquennale del vostro legame con la Peaceville Records. Label che, negli anni, ha consolidato sempre più il suo blasone, diventando assoluto marchio di garanzia. Gli inglesi, li avete davvero conquistati…
“A essere sincero, non ne sono del tutto sicuro, ma potresti aver ragione. Ci volle il grande Hammy, e per noi fu un onore immenso, essendo lui l’uomo dei “Big Three”: Paradise Lost, My Dying Bride e Anathema, per poi proseguire con At the Gates, Opeth, Darkthrone e Autopsy. Senza contare che adesso siamo in compagnia dei grandissimi e italianissimi Mortuary Drape. Con Peaceville ci troviamo molto bene: sono estremamente professionali, e molto “British”.
Trent’anni e passa di vita artistica per i Novembre, ma non una grandissima “frequenza” nel suonare dal vivo, io stesso credo di avervi visto in tutto solo tre o quattro volte, dalla storica tournée in compagnia di Opeth e Katatonia all’ultimo concerto a Isola Rock 2024, dove tra l’altro avete dimostrato di essere in splendida forma. 
“Certo, la nostra attività live è strettamente legata alla frequenza delle uscite discografiche. Col senno di poi, avrei voluto fossimo stati più costanti, ma ci sono stati motivi importanti per cui abbiamo dovuto fermarci nel tempo. In ogni caso, non mi è mai piaciuta l’idea di essere una di quelle band che pubblicano un disco all’anno solo per mantenere la posizione — anche perché, inevitabilmente, la qualità ne risente”.
Al tempo stesso possiamo però aggiungere che i Novembre, già ai tempi degli esordi o poco più, sono stati una delle prime band metal italiane ad esser richieste all’estero, in un’epoca in cui c’erano solo i Lacuna Coil (tra l’altro vostri labelmates su Century Media) e uno o due nomi ancora, che espatriavano per suonare. Quasi degli anticipatori, rispetto ai tempi odierni, dove sono finalmente molti i gruppi di casa ad avere grandi riscontri anche fuori dall’Italia. Cosa è cambiato, nella tua visione delle cose?
“Quello che noto è che la scena del metal italiano è migliorata tantissimo. Chissà, magari anche grazie a ciò che abbiamo contribuito a costruire. Oggi le band italiane vengono accolte e valorizzate un po’ ovunque, e questo mi riempie d’orgoglio. Certo, la situazione geopolitica internazionale traballa, e ogni passo avanti è ostacolato da fattori come Brexit, le tariffe americane o i conflitti — problematiche che, prima del 2019, sembravano fantascienza. Un tempo un tour europeo andava da Lisbona, passava per Londra e arrivava a Mosca, oggi si è praticamente dimezzato. Ma la scena metal è, come sempre, resiliente”.
‘Arte Novecento’ è tuttora il capolavoro assoluto dei Novembre, a mio modo di vedere, e ‘Novembrine Waltz’ il suo degno successore. Con il nuovo ‘Words Of Indigo’ che si ripromette di seguirli a ruota. Ma se dovessi stilarla tu, una personale classifica della tua discografia? Di importanza, primariamente, oltre che per la sua qualità.
“Probabilmente metterei i primi tre album (‘Wish I Could Dream It Again’, ‘Arte Novecento’, ‘Classica’), con un accento particolare sull’esordio perché ancora oggi non riesco a rendermi conto di come riuscimmo a fare un disco del genere con le capacità e le tecnologie limitate che avevamo nel ’93/’94 — e poi quest’ultimo, che è venuto molto bene, motivo di grande orgoglio (e incredulità). Che però è anche un’arma a doppio taglio, perché un album così ti mette sempre un po’ di paura di non riuscire più a uguagliarlo. Ma sono sfide che rimandiamo a domani. Adesso pensiamo al presente”.

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