G.Y.U. Experiment – una fotografia della vita in musica

Il 17/01/2026, di .

G.Y.U. Experiment – una fotografia della vita in musica

Con ‘Life’, Gianluca “Yes” Uccheddu firma un esordio solista che è molto più di una semplice raccolta di brani: è un racconto personale, diretto e senza filtri, nato in solitudine e guidato dall’istinto. Tra hard rock e heavy metal classico, l’album si sviluppa come un vero concept, attraversando adolescenza, maturità, perdite, affetti e consapevolezze interiori. In questa lunga conversazione, Uccheddu ripercorre le tappe del suo percorso umano e artistico -dagli inizi da autodidatta alla vita nelle band, dalla fotografia al bisogno di esprimersi in prima persona- svelando il significato profondo di un disco che non cerca di stupire, ma di essere autentico. ‘Life’ è, semplicemente, la sua storia raccontata in musica.

Il tuo album d’esordio è stato ideato e realizzato quasi totalmente da solo, in modo istintivo e rapido: che tipo di “vita” racconta questo album e cosa rappresenta per te oggi?
“(Gianluca Uccheddu) ‘Life’ racconta diverse fasi dell’esistenza ed è, di fatto, un concept album nato e scritto in completa solitudine.
Dentro ci sono momenti molto diversi tra loro: dalle fasi adolescenziali, piene di insicurezze e slanci (come in ‘Empty Spaces’ e ‘I Want to Fly’), a quelle più mature, in cui emerge la consapevolezza del ritmo quotidiano e delle sue sfide (‘Every Day’, ‘You’ll Believe In Me’, ‘Keep Smiling’, ‘And The Brain Goes In Tilt’). Ci sono poi i brani più intimi, dedicati al ricordo delle persone care che non ci sono più (‘Tearless Weeping’, ‘Goodbye My Friends’) e quelli che celebrano chi continua a far parte della mia vita (‘Shell’).”
Hai iniziato da autodidatta con una chitarra classica ‘mancina’. Che ricordi hai di quei primi anni?
“Sono passati davvero tanti anni… mamma mia! La chitarra mi ha sempre affascinato, anche se mio padre avrebbe preferito vedermi alla tastiera. Da bambino arrivavo persino a ritagliare dal cartone il corpo di una Stratocaster e lo attaccavo con il nastro adesivo a un manico di scopa, così da poter “simulare” un vero chitarrista. Alla fine, per sfinimento, quando avevo 15 anni mi comprò la mia prima -e unica- chitarra classica.  Ho iniziato a suonare da mancino, perché lo sono di natura, ma dopo circa una settimana ho deciso di invertire le corde. Stavo cercando di seguire un piccolo manuale con i classici accordi di base e mi sembrava più semplice imparare così, oltre che confrontarmi meglio con gli altri chitarristi. Col senno di poi, probabilmente sarei diventato più bravo se avessi continuato a suonare da mancino… ma senza una guida, in quegli anni iniziali, mi sembrava davvero la scelta più logica. Gli anni successivi con l’ausilio di vere lezioni private mi hanno aiutato a capire e correggere le mie impostazioni iniziali.”
Quali sono stati i tuoi ascolti e cosa ti ha colpito dell’heavy metal visto ciò che suoni ed hai suonato?
“Sono partito ascoltando musica leggera italiana, per poi diventare un vero “malato” del pop anni ’80. Suonando poi la chitarra , mi sono dedicato per anni ai cantautori per poi avvicinarmi sempre di più al rock internazionale: U2, Pink Floyd, Europe… erano diventati il mio mondo. La vera svolta, però, è arrivata quando un amico mi fece vedere il celebre ‘Maiden England’ degli Iron Maiden. Ricordo ancora la mia reazione: “Ma si possono davvero fare queste cose?” Da quel momento è iniziata ufficialmente la mia conversione all’heavy metal. Non rinnego affatto gli anni passati tra cantautori italiani e pop anni ’80 — anzi, ne vado fiero. Ho ancora una collezione enorme di vinili dei Duran Duran e di Madonna, e fanno parte di ciò che sono oggi.”
Com’è stata l’esperienza nelle band di musica inedita in cui hai suonato/militato?
“Sono sempre stato un amante della scrittura e dei brani inediti. Dopo diversi anni passati in band da “sala prove”, ho suonato per sette anni nei Naglfar, una band torinese che proponeva molte cover di Anthrax, Metallica, Iron Maiden e Megadeth, ma che affiancava anche un buon numero di pezzi originali. Con loro registrammo anche un demo alla mitica Dracma di Torino. La band di inediti più importante per me, però, è stata quella dei Fil di Ferro. Da loro ho imparato tantissimo, sia musicalmente che umanamente, contribuendo con qualche brano nell’ album, ‘It’s Always Time’. In sette anni con loro ho fatto bellissime esperienze live (tra tutte Acciaio Italiano a Modena con band del calibro di I.N.S.I.D.I.A e Rod Sacret). Ho suonato anche diversi anni negli Elisa & the Leaves, un progetto di Elisa De Palma (Spidkilz, ex White Skull), dove proponevamo musica acustica con un forte richiamo allo stile celtico. È stata un’esperienza completamente diversa, ma altrettanto formativa.”

Invece come ti trovi nelle band di cover dove devi interpretare il lavoro di altri chitarristi?
“Dopo l’esperienza con i Naglfar e prima della mia entrata neiFil di Ferro, ho iniziato a suonare in diverse band che univano il pop anni ’80 al metal. Era davvero divertente personalizzare brani come ‘Maniac’, ‘My Sharona’, ‘Rain’… oggi è una cosa abbastanza comune, ma all’epoca per me era una scoperta continua. In quei gruppi la chitarra era molto “mia”, molto personale. Per quanto riguarda i tributi, invece, non ho mai avuto particolari difficoltà. Ho sempre cercato band con chitarristi il cui stile fosse vicino al mio, così da sentirmi a mio agio nell’interpretare i loro lavori. Tra tutte, una delle mie band attuali, The Dirt – Mötley Crüe Tribute Band, è quella in cui mi riconosco di più: adoro il playing di Mick Mars.”
Quando hai messo in pausa la musica, ti sei dedicato alla fotografia. Pensi che ci sia un legame tra musica e fotografia?
“Sono due mondi che mi danno energia, ma che considero molto diversi tra loro. Sono nato come fotografo di concerti e, grazie a corsi e workshop, ho iniziato ad allontanarmi dalla mia comfort zone. Questo percorso mi ha portato anche a svolgere diversi lavori come docente, un’esperienza che non avrei mai immaginato all’inizio. Alla fine, però, si parla sempre di arte e di emozioni: senza queste due componenti, né la musica né la fotografia farebbero davvero parte di me.”
Cosa ti ha spinto a decidere di lavorare ad un lavoro solista?
“Le ragioni sono molteplici. Dopo l’esperienza con i Fil di Ferro sentivo di avere qualcosa di incompiuto dentro di me, qualcosa che dovevo assolutamente raccontare e mettere in musica. Un musicista, prima o poi, deve creare qualcosa di proprio: non può accontentarsi di riempire i locali suonando solo brani di altri. È divertente, certo, ma oggi ci sono tantissimi esecutori e sempre meno compositori. La musica, invece, ha bisogno di essere alimentata con brani nuovi, con qualcosa di inedito, anche se con chiari richiami alla musica passata.”
‘Life’ è un album molto articolato per essere un esordio: quattordici brani, strumentali e cantati. Quando hai capito che questo progetto solista doveva diventare un disco vero e proprio e non solo una raccolta di idee?
“L’ho capito fin dal primo momento in cui ho iniziato a scriverlo. Il 16 dicembre 2024 una mattina mi sono alzato, mi sono seduto davanti al Mac e mi sono detto: “Adesso si parte”.”
Questo progetto deve uscire prima della fine del 2025.
“Da lì non mi sono più fermato. A fine gennaio avevo già in mano i demo con le basi musicali e i testi completati, pronti per essere presentati ai musicisti che avevo scelto per le registrazioni definitive. In quel momento ho realizzato concretamente che stava nascendo un vero disco.”
Arrivi dai Fil di Ferro: cosa ti ha spinto a lasciare momentaneamente il lavoro di band per metterti completamente in gioco da solo?
“In realtà non ho mai smesso di suonare nelle band: continuo tutt’ora a far parte dei The Dirt e degli Alice and the Vampires. Con entrambe le formazioni porto avanti sia l’attività live sia l’aggiornamento costante dei repertori. Il progetto solista, quindi, non è stato un “abbandono” del lavoro di band, ma un’esigenza personale: avevo bisogno di mettermi in gioco in prima persona, senza rinunciare però all’energia e alla condivisione che solo una band può darti.”
Il disco si muove tra hard rock e heavy metal classico. Quanto sono state consapevoli le tue scelte stilistiche e quanto invece istintive durante la scrittura?
“Musicalmente, come hai giustamente notato, ho uno stile molto marcato, frutto degli ascolti con cui sono cresciuto e di ciò che ho suonato negli anni: Iron Maiden, Metallica, Megadeth, Helloween, Scorpions, per citarne alcuni. In fondo, come dico sempre, quello so fare!! Per quanto riguarda invece le liriche, è stato tutto estremamente istintivo. Quando inizio a scrivere un brano, lo porto quasi sempre a termine subito: deve nascere esattamente nel momento in cui provo quel tipo di ispirazione e di sentimento. Altrimenti, per me, perde autenticità ed emozione. Non ho mai capito come si possano scrivere testi “a più mani”: se sento qualcosa, la devo buttare giù io, perché solo io so cosa sto provando in quel momento. Poi è ovvio che sugli arrangiamenti di alcune rime o strofe si possa lavorare insieme… ma non è stato questo il caso. Liriche, musica e composizione sono interamente farina del mio sacco.”
In diversi brani il riff di chitarra è il vero motore della composizione. Parti sempre dalla chitarra oppure alcuni pezzi sono nati in modo diverso?
“Quasi sempre dalla chitarra. Qualche ritornello lo canticchio e può anche partire da li..ma sono stati pochi i casi…”
L’album inizia con due respiri, cosa rappresentano?
“Tutto il disco ha un suo senso fin dall’inizio, a partire dal logo che ho creato a metà/fine anni ’90 e che porto tatuato sul polso. Quel simbolo racchiude i due lati della mia personalità: il tridente rivolto verso l’alto rappresenta la parte arrabbiata e istintiva, mentre la luna richiama il lato più riflessivo e razionale. Al centro c’è un “sole” che funge da equilibrio tra queste due forze. Negli anni ho cercato di dare sempre più spazio alla parte razionale, mantenendo però quel minimo di irrazionalità che, secondo me ogni artista deve conservare. ‘Breath 1’ apre il disco con un sottofondo che rappresenta la prima fase, con note su scale cromatiche dal sapore quasi “horror”. ‘Breath 2’ riprende lo stesso tappeto sonoro, ma con note più morbide, suonate al pianoforte. È una sorta di percorso: il risultato di un viaggio attraverso le diverse fasi della vita, racchiuse in ogni singolo brano dell’album.”
Il concept racconta un’evoluzione interiore. Quanto c’è di autobiografico?
“Tutto.”
‘Tearless Weeping’ e ‘Shell’ sono dedicate ai tuoi genitori. E’ stato difficile affrontare questi brani?
“‘Tearless Weeping’ è dedicata a mio padre, scomparso molto giovane, lasciandomi senza la sua figura in una fase cruciale della vita: io avevo appena 18 anni e mia sorella 15. È uno dei pochi testi già abbozzati nel ’94, quando scrivevo moltissime poesie, e che ho poi trasformato in un brano musicale. ‘Shell’, invece, è dedicata a mia madre, sempre estremamente protettiva nei miei confronti, a volte anche troppo. Da bambino vivevo momenti in cui sentivo di non crescere come gli altri, ero spesso impaurito da tutto e lei cercava di proteggermi in ogni modo. Questo lato della mia infanzia ritorna in diversi brani dell’album, non solo in ‘Shell’. È il pezzo più dolce del disco ed è per questo che l’ho voluto affidare alla voce di Jessica, la mia fidanzata. Non è stato difficile scriverli, quanto difficile cantarli senza emozionarmi. Su ‘Tearless Weeping’ in qualche modo il lavoro emotivo l’avevo già affrontato, mentre con ‘Shell’ credo che non riuscirei nemmeno a fare i cori, nonostante mia madre sia ancora in vita.”

Su alcuni brani parli di maschere. Secondo te è possibile essere autentici al giorno d’oggi?
“Se si vuole, assolutamente sì. Come scrive Pirandello, siamo “uno, nessuno e centomila”: le maschere fanno parte di noi, ma dovrebbero servire solo a smussare i nostri spigoli, non a cancellare la nostra unicità. Una maschera sana ti permette di adattarti senza perdere ciò che ti rende riconoscibile. Oggi, invece, vedo troppe maschere che cambiano continuamente e che finiscono per mostrarci come qualcosa che non siamo, facendoci perdere di vista il nostro vero io.”
In ‘Empty Spaces’ c’è un lavoro interessante sui riff, ma anche qualche scelta ritmica particolare. Quanto sei intervenuto in fase di arrangiamento e quanto hai lasciato “suonare” il brano così com’era nato?
“È stato un processo molto di getto. All’inizio ‘Empty Spaces’ non aveva nemmeno il riff solistico: c’erano solo gli accordi, molto “Black Sabbath style”. Il riff è nato in un secondo momento, con l’idea di rendere il brano più morbido nella sua prima parte e poi più accattivante nel bridge. In pratica, l’arrangiamento è cresciuto in modo naturale: ho lasciato che il pezzo “respirasse” così com’era nato, intervenendo solo dove sentivo che serviva un colore in più per farlo funzionare davvero.”
Su ‘I Want To Fly’ e ‘Every Day’ emergono richiami a Iron Maiden e Metallica. Come vivi questo tipo di paragoni: come un limite o come una naturale dichiarazione delle tue influenze?
“Li vivo come una naturale dichiarazione delle mie influenze, senza alcun dubbio. Essendo un concept che racconta la mia vita, è assolutamente giusto che le mie radici musicali emergano in modo evidente. Anzi, il fatto che si percepiscano richiami a Iron Maiden o Metallica mi rende felice, perché era esattamente ciò che volevo ottenere. Non ho cercato composizioni e soluzioni mai sentite: volevo semplicemente far emergere ciò che ho dentro, in modo spontaneo e autentico.”
I brani strumentali, come ‘Politically Incorrect’ e ‘Goodbye My Friend’, mettono in primo piano il tuo lavoro di chitarrista. Quanto è importante per te raccontare qualcosa anche senza usare la voce?
“Il giusto. Normalmente mi piacciono più brani con le liriche, ma ci sono momenti in cui la musica strumentale diventa l’unico modo davvero autentico per esprimere qualcosa. ‘Politically Incorrect’ nasce proprio da questo: viviamo in un periodo storico in cui anche una semplice parola può essere fraintesa, e così, non potendo “parlare in modo scorretto”, ho lasciato che fosse la musica a farlo al posto mio. È rimasto un brano strumentale per scelta e per necessità. ‘Goodbye My Friend’ ha invece una storia completamente diversa. È dedicato a cari amici che ho perso negli ultimi sei anni. C’è solo un breve parlato -tratto da una mia poesia dei primi anni ’90- recitato con una voce volutamente “effettata”, quasi un’entità superiore, che racconta il modo in cui ho sempre percepito la morte. Il brano poi si chiude con una nota più luminosa, perché credo davvero che prima o poi ci ritroveremo tutti insieme. C’è anche un valore simbolico molto forte negli strumenti usati: ho registrato ‘Goodbye My Friend’ con la prima chitarra classica che mi regalò mio padre, e ‘Politically Incorrect’ con il basso di Sandro Bellu, un caro amico scomparso qualche anno fa. Non è un caso: volevo che la loro presenza fosse impressa dentro questi brani, in modo reale e tangibile.”
Dal punto di vista tecnico, ti senti più chitarrista o compositore? E quanto queste due anime convivono o si scontrano nel tuo modo di scrivere?
“In questo album mi sento decisamente più compositore che chitarrista. Come dicevo prima, in ‘Life’ ho dato molta più importanza alle liriche , alla struttura dei brani e al messaggio rispetto alla tecnica chitarristica. La chitarra c’è, ovviamente, ma non è mai stata l’unica al centro del progetto: è diventata man mano uno strumento al servizio di ciò che volevo raccontare. Le due anime -quella del chitarrista e quella del compositore- non si scontrano affatto. In realtà convivono in modo molto naturale: quando scrivo, tutto mi viene abbastanza automatico. La parte tecnica si mette spontaneamente al servizio dell’idea, senza bisogno di forzare nulla, anche se i brani nascono quasi sempre al contrario, da riff si chitarra senza aver ancora in mente il più delle volte alcun testo.”
Nella recensione si parla di una produzione non del tutto all’altezza delle ambizioni del progetto. Col senno di poi, rifaresti le stesse scelte o cambieresti qualcosa?
“Sono partito facendo tutto in modalità ‘’home recording’’. Mi sono messo su Logic, aiutato dall’esperienza del mio grande amico Max Trabucco, e ho scelto consapevolmente questo tipo di sonorità.  Con questo non voglio dire che ho registrato tutto in casa perché sono andato nei vari studi a registrare le parti. Col senno di poi, forse avrei affrontato la parte produttiva in modo diverso, ma in quel momento era la soluzione più realistica. Ho dovuto fare i conti con diversi fattori, ma considerando che si tratta di un progetto nato completamente da me, mi ritengo molto soddisfatto del risultato. Per il secondo album, però, ci saranno sicuramente accorgimenti e un approccio più mirato alla produzione.”
Guardando oggi ‘Life’, lo consideri più un punto di arrivo o un punto di partenza per quello che verrà dopo?
“Assolutamente un punto di partenza. Non ho la presunzione di essere arrivato da qualche parte e credo che non l’avrò mai. C’è sempre qualcosa in più da cercare, da imparare, da migliorare. ‘Life’ è solo l’inizio di un percorso che voglio continuare a far crescere.”
Se dovessi consigliare ‘Life’ a un ascoltatore che non ti conosce, cosa vorresti che cogliesse davvero da questo album dopo il primo ascolto?
“Gli direi di leggere le liriche mentre ascolta la musica, per coglierne davvero il significato. È il modo migliore per entrare nel mondo di ‘Life’, perché ogni brano nasce da un’emozione precisa e le parole sono fondamentali per comprenderla fino in fondo. Proprio per questo nell’album ho voluto inserire un booklet con tutti i testi stampati: è parte integrante dell’esperienza.”
Cosa racconta e cosa rappresenta per te questo album?
“Semplicemente la mia vita. Semplicemente ‘’Life’.

 

 

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