Royal Hunt – The Mission Never Ends

Il 21/01/2026, di .

Royal Hunt – The Mission Never Ends

Ci sono band che attraversano il tempo adattandosi, e altre che lo attraversano lasciando un segno profondo, riconoscibile, indelebile. I Royal Hunt appartengono senza esitazione alla seconda categoria. Nati alla fine degli anni Ottanta, quando il progressive metal europeo stava ancora cercando una propria identità, hanno contribuito a definirne il vocabolario emotivo e musicale, costruendo un linguaggio in cui potenza, eleganza e visione convivono senza compromessi. Guidati dalla mente compositiva di André Andersen, i Royal Hunt hanno dimostrato che complessità e accessibilità non sono poli opposti, ma forze che possono rafforzarsi a vicenda. La loro storia è quella di una band che non ha mai smesso di credere nella forma-canzone come atto totale, capace di unire tecnica e pathos, disciplina e slancio. In un panorama spesso frammentato da mode e accelerazioni, i Royal Hunt rappresentano una continuità rara: non nostalgia, ma coerenza. Un percorso lungo oltre tre decenni che parla di resistenza creativa, di fedeltà a una visione e della capacità di restare rilevanti senza snaturarsi. Lo spunto per questo incontro è la pubblicazione della nuova versione live di ‘The Mission’ direttamente dal Posada Rock Festival 2023, inserita nell’ultimo EP ‘Behind The Curtain’, occasione per tornare a dialogare con André Andersen da un punto di forza costruito nel tempo e temprato dal palco.

‘The Mission’ ha accompagnato i Royal Hunt attraverso diverse epoche. Cosa significa suonarla dal vivo oggi, e cosa racconta di chi siete come band nel 2025?
“È uno di quei brani che è ancora divertente da suonare e che il pubblico sembra apprezzare molto, soprattutto nei festival. Probabilmente per via del riff immediatamente riconoscibile e del ritornello molto diretto. Va anche detto che questa formazione riesce davvero a valorizzarlo, dandogli un carattere molto personale.”
Guardando l’esibizione al Posada Rock Festival, la connessione con il pubblico sembra quasi tangibile. Come si è evoluto nel tempo il vostro rapporto con le persone sotto al palco?
“Più una band esiste a lungo, più diventa facile entrare in sintonia con il pubblico. All’inizio hai sempre qualcosa da dimostrare, il repertorio è limitato e la tua reputazione non è ancora consolidata. Oggi, dopo oltre tre decenni di attività, con una formazione solida e un vasto catalogo da cui attingere, la connessione con le persone avviene molto, molto più rapidamente.”
I Royal Hunt hanno sempre bilanciato precisione tecnica e narrazione emotiva. È cambiata nel tempo la vostra idea di ciò che conta davvero in una performance?
“Assolutamente no. Tutti noi siamo musicisti tecnicamente preparati, ma nessuna abilità tecnica può salvare un brano se non c’è una storia, un’atmosfera e una passione autentica. Senza questi elementi diventa solo un esercizio tecnico, niente di più.”
Avete attraversato cambi di formazione, mode e trasformazioni dell’industria musicale. Guardando indietro, qual è stato il bivio più decisivo nella storia della band?
“Internet e il file sharing sono stati un terremoto enorme che ha cambiato completamente il mondo della musica e, a quanto pare, per sempre.”
Il progressive e il power metal sono cambiati molto dagli inizi degli anni ’90. Come vedi oggi il ruolo dei Royal Hunt nel panorama metal attuale?
“Non sono sicuro che musicalmente sia cambiato poi così tanto: oggi semplicemente c’è molto di più di tutto. Il nostro ruolo è sempre lo stesso: offrire materiale di qualità mantenendo lo stile originale, che è l’essenza stessa dei Royal Hunt. Dal punto di vista dei meccanismi sì, MTV è stato sostituito da YouTube, la radio da Spotify e dalle playlist, gli studi professionali dai laptop… ma una bella canzone resta una bella canzone, quindi la regola di base vale ancora.”
‘Behind the Curtain’ suggerisce l’idea di svelare qualcosa di nascosto. C’è qualcosa dei Royal Hunt che i fan continuano a fraintendere o a sottovalutare?
“L’idea dietro questo EP era invitare i fan “nel backstage”: ecco un nuovo brano su cui stavamo lavorando, qualche traccia live suonata l’anno scorso, un po’ di sperimentazione acustica e persino un nuovo mix di un pezzo più vecchio. Dopo l’uscita monumentale di ‘Dystopia Pt. 1’ e ‘Dystopia Pt. 2’ ci sembrava il momento giusto per rilassarci un po’ e invitare i fan nel nostro accampamento per una sorta di “chiacchierata informale”. E ovviamente tutti sono sempre invitati a scoprire altro materiale su royalhunt.com.”
La longevità nel metal spesso ha un costo personale. A cosa avete dovuto rinunciare per tenere in vita la band così a lungo?
“Tutto ha un prezzo. Nel nostro caso significa stare lontani da amici e famiglia, perdere a volte eventi importanti. Anche la mancanza di sicurezza sociale ed economica è un tema, ma fa parte del gioco.”

La musica dei Royal Hunt ha spesso un respiro cinematografico e solenne. Al di fuori della musica, quali forme d’arte o esperienze di vita hanno influenzato il vostro senso del dramma e della narrazione?
“Dal punto di vista musicale, sicuramente mostri sacri come Genesis, Pink Floyd, Kansas, Queen, Rush. Fuori dalla musica sono sempre stati i libri, soprattutto quelli storici, ma anche gli autori più drammatici come Bradbury, Remarque, McCarthy, i fratelli Strugackij. Ovviamente anche il cinema ha avuto un grande impatto, in particolare i film con colonne sonore epiche, così come molti eventi contemporanei che per qualche motivo riescono a toccarti. L’ispirazione si può trovare letteralmente ovunque.”
Suonare in un festival o in un concerto da headliner genera energie molto diverse. Qual è oggi il contesto che tira fuori il meglio dai Royal Hunt?
“Difficile dirlo, dipende. Dal punto di vista tecnico c’è una differenza evidente, perché nei festival non possiamo usare gran parte della nostra produzione scenica, ma per il resto è più o meno lo stesso, soprattutto se suoniamo un set completo di circa 90 minuti anche in un festival.”
Il pubblico del Posada Rock Festival rappresenta una nuova generazione accanto ai fan storici. Come colmate questo divario generazionale senza riscrivere la vostra identità?
“Penso che la chiave sia pubblicare nuovo materiale con regolarità, alzando l’asticella a ogni uscita e restando fedeli a sé stessi. Se rimani creativo e la band suona al massimo delle sue possibilità, i vecchi fan non se ne vanno e quelli nuovi arrivano.”
La tecnologia ha cambiato radicalmente il modo in cui la musica viene registrata, consumata e condivisa. Vi ha avvicinato agli ascoltatori o ha creato più distanza?
“Entrambe le cose. La comunicazione digitale ci ha sicuramente avvicinato ai fan più devoti in tutto il mondo, come dimostrano le campagne di crowdfunding di successo degli ultimi dieci anni. Siamo profondamente grati per il supporto che riceviamo ogni volta che annunciamo un nuovo lavoro. Basta guardare il recente Royal Hunt Camp legato a ‘Behind the Curtain’.
Dall’altro lato, raggiungere nuovo pubblico è diventato molto diverso. Possiamo postare sui social e caricare video e musica nuova, ma il livello di connessione non è lo stesso di quando c’erano passaggi radiofonici, concerti e stampa fisica. Oggi gli ascoltatori sono bombardati da contenuti e nuove uscite, l’attenzione si accorcia sempre di più. Ed è per questo che apprezziamo chi si prende il tempo di attraversare la complessità stratificata del progressive dei Royal Hunt anche sulle piattaforme digitali.”
‘The Mission’ parla di scopo e direzione. Il significato di quella “missione” è cambiato per te nel corso degli anni?
“Non molto. Credo fermamente nel fare ciò che si ama davvero, dare il massimo e sperare per il meglio.”
I Royal Hunt hanno sempre evitato di inseguire le mode. È stata una scelta consapevole fin dall’inizio o qualcosa di diventato chiaro solo col senno di poi?
“Fin dal primo giorno avevamo un’idea collettiva molto chiara: prendere ispirazione dalle nostre band preferite del classic rock, aggiungere elementi prog e classici e mettere tutto insieme in una forma sofisticata ma accessibile, con un suono, una performance e una produzione unici e immediatamente riconoscibili.”

Guardando ai vostri primi lavori, cosa ti sorprende di più di chi eravate allora come musicisti e come persone?
“Onestamente, mi sorprende che siamo arrivati fin qui. Siamo sempre stati difficili da etichettare: rock? Metal? Prog? AOR? Neoclassico? Tutti questi elementi erano presenti nella nostra musica e arrivare sulla scena con questo stile specifico non è stato facile. Eppure la band ha resistito, e questo continua a stupirmi.”
Dopo decenni on the road, cosa ti entusiasma ancora nel salire sul palco e cosa, invece, ti spaventa?
“Stare insieme e salire sul palco con queste persone straordinarie che sono i miei compagni di band mi entusiasma continuamente. Suonare in giro per il mondo e incontrare i fan è ancora un’esperienza incredibile. Viaggiare può stancare un po’, è vero, ma per il resto è tutto fantastico. Non c’è nulla che mi spaventi davvero, anche se un po’ di nervosismo prima dello show c’è sempre… ma svanisce dopo pochi minuti dall’inizio del set.”
Molte band finiscono per vivere di nostalgia. Cosa mantiene i Royal Hunt creativamente vivi invece di trasformarli in una legacy band?
“Il desiderio di restare creativi: lavorare su nuovo materiale, riarrangiare ogni scaletta, cercare nuovi modi di presentare il proprio lavoro, migliorare la performance. Se sei un artista nel profondo non è difficile, e in questa band lo siamo tutti e vogliamo andare avanti.”
Come affrontate i momenti in cui l’ispirazione sembra mancare? L’esperienza li rende più facili o più difficili?
“L’ispirazione è ovunque: in un libro, in un giornale, in un film o anche in una conversazione casuale sentita per strada. Essere circondati da musicisti così talentuosi come quelli con cui suono aiuta moltissimo.”
La scena metal oggi è più globale che mai. In che modo il confronto con culture diverse ha influenzato la tua visione del mondo oltre la musica?
“Allarga enormemente gli orizzonti culturali, ti ispira e ti fa comprendere la complessità infinita del mondo in cui viviamo.”
Se qualcuno scoprisse per la prima volta i Royal Hunt attraverso questo video live di ‘The Mission’, cosa speri che colga del passato della band e del suo futuro?
“Spero che apprezzi lo sforzo fatto per rendere questo brano interessante ma accessibile, il livello di musicisti presenti sul palco e l’entusiasmo condiviso tra band e pubblico. Spero anche che venga incuriosito abbastanza da scavare più a fondo nel nostro ampio catalogo e, chissà, magari venire a vederci suonare dal vivo la prossima volta. Nel frattempo, iscrivetevi al nostro canale YouTube: c’è ancora molta musica in arrivo”.

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