Ian Highhill – A Hymn Written Among Gravestones
Il 14/02/2026, di Fabio Magliano.
Con ‘A Hymn Among Gravestones’, Ian Highhill firma il capitolo più cupo e consapevole del suo percorso solista, un disco che affonda le radici nell’heavy metal classico per raccontare le ombre del presente. Lontano da mode e sottogeneri, Ian rivendica una libertà creativa totale, costruendo brani che uniscono riff implacabili, melodie epiche e una forte dimensione narrativa. Ispirato tanto dai maestri come Black Sabbath, Dio e Iron Maiden quanto dalla realtà contemporanea – guerra, avidità, tradimento e inquietudine interiore – l’album si muove tra atmosfere oscure e riflessioni profondamente umane. In questa intervista, Ian Highhill racconta le origini del disco, il suo rapporto con il metal old school, il valore della melodia, il peso dell’esperienza personale e l’influenza della cultura finlandese su una musica che punta dritta all’anima, senza compromessi.
‘A Hymn Among Gravestones’ è il tuo terzo album: in che modo senti che questo disco rappresenti la tua evoluzione come artista rispetto ai lavori precedenti?
“Rappresenta me stesso in modo molto onesto, così come i due album precedenti. Il mio progetto solista mi ha dato l’opportunità di creare la musica che ho sempre voluto fare fin dall’adolescenza, ed è una sensazione fantastica. Per una volta non devo preoccuparmi di sottogeneri: posso semplicemente fare quello che voglio. Ero un adolescente quando esplose la New Wave of British Heavy Metal, quindi si può dire che sono tornato alle mie radici.”
Il titolo dell’album suggerisce un tono cupo e malinconico. Puoi spiegare il concetto dietro ‘A Hymn Among Gravestones’ e come si lega ai temi del disco?
“La canzone, che è anche la title track, racconta la storia di un uomo che sente una voce flebile cantare un inno mentre passa davanti a un cimitero. La voce appartiene a un fantasma che canta sulle tombe di coloro che sono morti in battaglia. Quando ero bambino c’erano ancora veterani della Seconda guerra mondiale tra noi e si poteva percepire il peso enorme che portavano dentro; c’era oscurità nei loro occhi. Considerando tutto il caos e le guerre nel mondo di oggi, ho iniziato a pensare a cosa trovi un soldato quando torna a casa dopo essere stato spezzato dalla guerra. Nessuna gloria promessa o ricompensa, solo un inno cantato tra le lapidi quando muore. Ho sempre preferito scrivere dell’oscurità dell’umanità piuttosto che di demoni e draghi immaginari. La sete di potere, l’avidità, l’oppressione e la guerra sono mali così grandi da far sembrare il Diavolo stesso quasi innocuo al confronto.”
Hai citato icone come Black Sabbath e Dio come influenze. Come riesci a rendere omaggio a queste leggende restando allo stesso tempo fedele al tuo suono?
“È piuttosto facile, in realtà. Black Sabbath e Judas Priest sono come dèi per me: so che non potrei mai raggiungere il loro livello, nemmeno provandoci. Credo anche che ognuno debba fare la propria cosa. Forse la loro influenza si manifesta più nel loro approccio alla musica e nel semplice atteggiamento diretto, ‘in your face’, con una vena blues sempre presente.”
Brani come ‘In the Eye of the Storm’ e ‘Wild Winds’ evocano immagini molto forti. Quanto è importante l’aspetto visivo del metal nel plasmare la narrazione della tua musica?
“La visualizzazione è molto importante nel metal. Ai tempi in cui ascoltavo band come Rainbow e Black Sabbath, a volte avevo la sensazione che qualcuno stesse proiettando un film nella mia testa quando chiudevo gli occhi. Ronnie Dio era particolarmente bravo in questo: sapeva dipingere immagini con le parole come nessun altro. Il metal è sempre stato molto più teatrale di qualsiasi altro genere musicale. Anche gli Iron Maiden ne sono una prova.”
‘The Oath Breaker’ e ‘Deal With The Devil’ suggeriscono temi di tradimento e tentazione. Cosa dicono questi brani sui conflitti morali che esplori nell’album?
“‘The Oath Breaker’ parla del tradimento in generale, che è una cosa terribile e causa molta sofferenza. La canzone racconta di qualcuno che tradisce una confraternita incaricata di sorvegliare un grande male imprigionato negli inferi. ‘Deal With The Devil’ parla invece di giovani (soprattutto ragazzi) che si uniscono a bande criminali per ottenere riconoscimento e che prima o poi finiscono in una vita in cui devono sempre guardarsi alle spalle, in fuga dalla legge o da gang rivali.”
Con così tante influenze del metal classico, cosa pensi distingua il tuo approccio all’heavy metal nel 2026?
“Come ho detto prima, ho smesso di seguire le scene metal e rock attuali. Sto semplicemente facendo la musica che mi piace, e che suoni originale o meno non mi interessa. Lo faccio principalmente per me stesso, ma se piace anche a qualcun altro, tanto meglio.”
C’è una forte componente melodica nel tuo suono che contrasta con la pesantezza dei riff. Come bilanci questi due elementi per creare l’atmosfera che cerchi?
“Ho sempre pensato che una canzone debba avere una melodia e un buon hook. Rainbow e Iron Maiden sono esempi perfetti di questo, con le loro fantastiche armonie e melodie: epiche ma melodiche. Personalmente ascolto molta musica classica quando mi rilasso, quindi le melodie per me sono importanti quanto i riff. Di solito inizio a scrivere partendo da un riff e poi aggiungo melodie e accordi intorno, ma a volte può funzionare anche al contrario, dipende dalla situazione.”
Il brano ‘Insomnia’ accenna a temi di conflitto interiore. Quali esperienze personali o pensieri ci sono dietro questa canzone, e come incanali queste emozioni nella tua musica?
“Soffro di insonnia da anni, e col tempo è anche peggiorata. Ho smesso di bere alcol sei anni fa, il che ha aiutato un po’, ma ho ancora grossi problemi a dormire. Però ci sono anche degli aspetti positivi: a volte mi vengono idee per canzoni mentre sono sveglio a letto, quindi non è tutto negativo, credo.”
La canzone ‘King of Ashes’ suggerisce temi di potere, decadenza ed eredità. Puoi raccontare meglio cosa rappresenta questo brano, sia musicalmente che a livello lirico?
“La canzone è una riflessione diretta sulle guerre che sono in corso in questo momento. Ci sono state minacce di utilizzo di armi nucleari, il che è ovviamente terrificante. Che senso ha vincere una guerra se alla fine restano solo le ceneri?”
Dato il tono oscuro e atmosferico dell’album, che ruolo ha la narrazione nella tua scrittura e come dai vita a queste storie attraverso la musica stessa?
“Appunto su un quaderno le cose che mi preoccupano del mondo. Prendo idee dalle notizie, dai social media, dalla mia vita e da belle citazioni di libri e film. Poi le mescolo e le trasformo in temi che alla fine diventano canzoni. Di solito parto da un titolo o da una frase quando inizio a lavorare: mi aiuta a trovare le progressioni di accordi e le atmosfere giuste.”
Come è evoluto il tuo approccio alla produzione degli album dal primo disco, e cosa volevi ottenere a livello sonoro con ‘A Hymn Among Gravestones’?
“Da quando ho iniziato a lavorare su ‘Man in White’ nel 2020, sono alla ricerca del suono caldo e analogico dei dischi prodotti da Martin Birch. Tutti i miei acquisti in studio da allora sono stati plug-in per ottenere quel suono tipico degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta. Il mio sound metal preferito di sempre su disco è ‘Mob Rules’ dei Black Sabbath, quindi immagino che sia quello a cui aspiro: quel suono implacabile, brutale, come un rullo compressore.”
Hai sviluppato un suono distintivo che risuona con i fan dell’heavy metal tradizionale. Quali elementi della tua identità musicale sono per te irrinunciabili quando crei un nuovo album?
“Beh, sono un vecchio e sento di non dover seguire le mode. La musica che scrivo è ciò che sento e che voglio
esprimere. Non credo di dover scendere a compromessi per rientrare in un genere specifico. Quando crescevo io c’erano solo hard rock e heavy metal, quindi è questo che faccio, semplice e diretto.”
Il metal old school è noto per la sua energia grezza e l’autenticità. Nel 2026, come fai a catturare quella stessa energia rendendo comunque la musica rilevante per il pubblico di oggi?
“Penso che l’approccio migliore per me sia essere me stesso ed essere onesto con me stesso. E fare musica che riguardi più il sentimento che la perfezione. Sono cresciuto nei primi anni Ottanta, quindi ho una certa conoscenza di come suonava la musica allora. È fantastico vedere che il metal tradizionale è tornato chiaramente in auge. Anche i fan più giovani sembrano apprezzarlo.”
Con ‘In the Name of Greed’ esplori gli aspetti più oscuri della natura umana. Come affronti la scrittura di temi così pesanti senza perdere la dimensione catartica o potente della musica?
“Ho sempre cercato di incorporare le mie opinioni e i miei sentimenti in temi fantasy per adattarli meglio alla musica. ‘In the Name of Greed’ però è un po’ più diretto. Sono stato della classe operaia per tutta la vita, e questo ti fa capire quanto il sistema sociale possa sfruttare la persona comune all’infinito. I soldi vengono sprecati in tutto tranne che nel benessere delle persone che mandano avanti la società.”
Come artista finlandese, la tua musica porta con sé un certo peso e un’atmosfera spesso associata all’eredità metal del tuo Paese. In che modo senti che la cultura e il paesaggio finlandese influenzino la tua musica e il tuo songwriting?
“Beh, qui è buio per la maggior parte dell’anno. L’estate è molto breve. Quindi, naturalmente, gli accordi tendono alle tonalità minori. Noi finlandesi siamo anche piuttosto introversi, quindi scrivere e suonare musica aggressiva è un buon modo per esprimere i nostri sentimenti. Probabilmente è per questo che il metal si adatta così bene ai finlandesi.”