St. Unholyness – Tra nebbia sacra e groove infernale

Il 20/02/2026, di .

St. Unholyness – Tra nebbia sacra e groove infernale

Nati dalle nebbie sonore della scena underground tedesca, gli St. Unholyness incarnano una visione potente e senza compromessi dello stoner doom contemporaneo. Il duo di Pfarrkirchen, formato da Christina Earlymorn e Mac Carrigan, debutta con ‘Through High Holy Haze’, un album che è al tempo stesso confessione e rito sonoro. Otto tracce dense di riff monolitici, groove viscerale e oscurità blues che scavano nei temi della mortalità, della resilienza e del fuoco interiore. Un’opera cruda, umana e profondamente intensa.
Per chi non conosce ancora gli St. Unholyness, come descriveresti l’identità e la missione della band, oltre all’essere un duo stoner doom?
“(Christina Earlymorn) Il nostro obiettivo a breve termine è diventare un power trio, così da completare la line-up per i concerti dal vivo. L’identità e la missione degli St. Unholyness sono quelle di essere completamente autentici in un mondo che sembra premiare la finzione. Ho iniziato a suonare metal perché ero un’emarginata, ma oggi vedo la scena come una società dentro la società, piena di regole non scritte e di limiti che detesto profondamente, perché per me il Rock’n Roll dovrebbe essere ribellione. La missione originaria degli St. Unholyness è riportare il Rock’n Roll nel metal, indossando, suonando e mescolando ciò che amiamo, per ricordare alle persone che sono nate per essere originali e non per morire come copie.”
Vi siete formati nel 2017 ma solo ora pubblicate il vostro album di debutto. Come si è evoluta la band in questi anni, sia musicalmente che a livello personale?
“Dal 2015 suonavo in una band deathgrind, che ho lasciato nel 2020, e parallelamente avevo anche due progetti solisti black metal. In entrambi i casi c’erano limiti molto rigidi alla libertà musicale per restare fedeli al genere, e col tempo questa cosa mi ha profondamente annoiato. Così nel 2017 ho iniziato a raccogliere tutti quei riff più strani che non trovavano spazio negli altri progetti. L’idea era rompere le gabbie di genere, e questa visione è diventata realtà nel 2018, quando ho disegnato il logo della band. Poi però la vita ha iniziato a colpire duro: il Covid, la perdita del lavoro, la morte di mio padre. Tutto questo mi ha fatto deragliare più volte, ed è per questo che la realizzazione dell’album di debutto ha richiesto così tanto tempo.”
‘Through High Holy Haze’ affronta temi come la vita, la mortalità e la resilienza. In che modo le esperienze personali hanno influenzato i contenuti del disco?
“Scrivo musica estremamente personale e cerco sempre di fondere ciò che mi interessa con lo spirito del tempo in cui vivo. Quando avevo sei anni sono stata abusata sessualmente da una suora cattolica in una scuola di lavori manuali, perché sono trans: voleva sapere cosa ci fosse nelle mie mutande. Il titolo ‘Through High Holy Haze’ nasce proprio da quel periodo traumatico, quando ho iniziato a mettere in discussione il concetto stesso di religione, guardando oltre quella nebbia di sacralità, e arrivando alla conclusione che la religione è una truffa venduta come strumento di controllo. Non esiste un dio amorevole tra le nuvole: è tutto un inganno per manipolare le menti. Tu sei il tuo stesso dio, perché gli dei agiscono, mentre i codardi pregano.”
Il vostro suono fonde riff stoner, ruvidità blues e intensità blackened. Come riuscite a bilanciare questi elementi senza perdere coesione?
“Per noi è qualcosa di completamente naturale. Stoner doom, blues e black metal sono tutte forme musicali estremamente emotive. Il black metal rappresenta la rabbia ardente, il blues la malinconia, mentre il riffing stoner doom è come un paesaggio montano grezzo che crolla in una frana gigantesca. Quando scrivo un brano cerco di costruirlo come se stessi creando un paesaggio: le montagne devono essere avvolte dalla nebbia e il terreno deve restare ruvido, anche quando è bello nei dettagli. Cerco sempre di immaginare la natura nella sua bellezza ma anche nella sua brutalità.”
Il singolo ‘Dampflok des Todes’ unisce musica e visual fortemente immersivi. Quanto è importante l’aspetto visivo per comunicare il vostro messaggio?
“L’estetica è fondamentale per noi, perché un’immagine può dire più di mille parole. Le probabilità di vincere alla lotteria sono più alte di quelle di nascere, quindi se sei nato significa che sei già un campione. Per questo curo il mio aspetto e affronto le cose in modo diverso: non vedo alcun senso nel vivere senza comportarmi come il campione che sono. Le persone nascono per essere originali e non per morire come copie, ed è per questo che la scena metal può infilarsi le sue regole dove non batte il sole.”

Lo stoner doom evoca spesso sia pesantezza che atmosfere ipnotiche. Che tipo di impatto emotivo volete avere sull’ascoltatore?
“Dal momento che i diversi stili di riffing che utilizziamo sono per noi paesaggi emotivi molto forti, cerchiamo di scrivere sempre col cuore. B.B. King poteva suonare una sola nota e farti sentire tutto il blues, così come i riff di Dimebag ti facevano percepire l’anima dietro ogni assolo. È questo ciò a cui aspiriamo quando creiamo musica: il sentimento. La teoria grigia e sterile non riesce a toccare davvero l’ascoltatore.”
Il groove è un elemento centrale del vostro sound. In che modo ritmo e pulsazione comunicano diversamente rispetto a melodia e testi?
“Tutto nella vita ha un ritmo. La natura ha le sue stagioni, esistono il giorno e la notte, e persino il nostro cuore batte seguendo un tempo. Un ritmo e un groove solidi sono la base su cui melodia e parole possono dialogare, flirtare e creare quella magia che rende una canzone viva. È come una conversazione continua.”
‘Through High Holy Haze’ è autoprodotto. Quali libertà e difficoltà ha comportato questa scelta?
“La libertà principale è stata pter fare esattamente ciò che volevamo, senza nessuno che interferisse o mettesse bocca. La difficoltà, invece, è che devi occuparti di tutto in prima persona: scrittura, registrazione, editing, mix e mastering.”
Molti fan di band come Kyuss, Sleep o Mastodon sono molto legati alla scena underground. Come vi collocate in questa tradizione pur cercando qualcosa di nuovo?
“In realtà non pensiamo affatto a come inserirci o a dove collocarci. Facciamo semplicemente quello che sentiamo in modo autentico, e se alle persone piace ciò che facciamo sono più che benvenute ai nostri concerti.”
Il disco parla dei “fuochi che tutti affrontiamo nel nostro cammino”. Sono sfide personali, sociali o entrambe?
“Sono sfide profondamente personali, legate alla mia storia, di cui mi rifiuto di tacere. Ne parlo apertamente perché magari posso aiutare qualcuno che si trova in una situazione simile. Sono lontana dall’essere perfetta, ma come essere umano sento il dovere di raccontare la mia storia e, come band, di portare il dono della nostra musica nel mondo.”
Vi state costruendo un seguito nella scena underground tedesca. In che modo questo ha influenzato il vostro suono e la vostra filosofia?
“Non solo in Germania, in realtà abbiamo anche un seguito negli Stati Uniti. La nostra filosofia è piuttosto internazionale: ‘vieni come sei e non rompere il cazzo a nessuno’. A livello sonoro, invece, il nostro suono di chitarra saturo di HM-2 resterà esattamente così com’è.”

Doom e stoner metal hanno spesso una dimensione rituale o meditativa. Avete pensato ‘Through High Holy Haze’ come un viaggio o un rituale?
“Assolutamente sì. Ho in mente scene molto ritualistiche per il video di ‘Through High Holy Haze’, perché questo brano parla del portatore di luce. Le persone possono scegliere se vivere l’album come un viaggio, come un rituale, oppure farci sesso sopra (Ride, Nda)!”
I vostri testi sono diretti e senza compromessi. Come affronti la vulnerabilità senza perdere intensità?
“Il mio inglese è pessimo, ma questo non mi impedisce di scrivere col cuore. Non cerco di razionalizzare troppo: se la sensazione è quella giusta, vado avanti e lascio che il flusso prenda il controllo. È così che riesco a essere vulnerabile senza perdere intensità.”
Come duo, come mantenete dinamica ed energia sia in studio che dal vivo?
“È una domanda difficile, perché non abbiamo ancora suonato dal vivo. Potremmo esibirci come duo con le batterie che partono dal laptop, ma onestamente con un vero batterista sarebbe molto più potente. Per mantenere dinamica ed energia, la connessione con il pubblico è fondamentale. Dal vivo non vuoi limitarti a fissare la tastiera: la gente paga per vedere uno spettacolo rock, non solo per sentire delle canzoni. In studio, invece, non compongo musica per soddisfare il mio ego o per dimostrare velocità: scrivo musica che le persone possano davvero ascoltare con piacere, anche se questo significa rinunciare a un assolo tecnicamente complesso.”
Se ‘Through High Holy Haze’ fosse il primo contatto di qualcuno con gli St. Unholyness, con quale atteggiamento dovrebbe affrontarlo e cosa speri che ne ricavi?
“Lasciarsi andare, essere aperti e interpretarlo a modo proprio. Nient’altro.”

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