Dawn Of A Dark Age – Il Canto Oscuro dei Sanniti

Il 24/02/2026, di .

Dawn Of A Dark Age – Il Canto Oscuro dei Sanniti

Con ‘Ver Sacrum’ (qui la nostra recensione) i Dawn Of A Dark Age chiudono il cerchio di un percorso artistico e identitario unico nel panorama del black metal italiano, trasformando la musica estrema in uno strumento di memoria storica e rievocazione culturale. Guidato dal polistrumentista e compositore Vittorio Sabelli, il progetto fonde black metal, folk e suggestioni rituali con l’uso distintivo del clarinetto, riportando alla luce miti, tradizioni e vicende del popolo sannita. Ne abbiamo parlato direttamente con l’autore per approfondire genesi, visione e significato di un’opera che va ben oltre i confini del semplice album.

È un grande piacere poter approfondire con te, Vittorio, il progetto Dawn Of A Dark Age. Partiamo dalle fondamenta musicali: cosa rappresenta per te il Black Metal, come è avvenuto il tuo primo contatto con questo genere e perché lo ritieni il linguaggio più adatto per dare voce a storie, tradizioni e identità culturali della tua terra, spesso “messe ai margini” dalla narrazione dominante?
“Ciao Filippo e un saluto a tutti i lettori di Metal Hammer. Il primo contatto col Black Metal è avvenuto relativamente tardi, intorno al 2010, dopo che per oltre dieci anni mi ero dedicato completamente alla scoperta e allo studio della musica jazz, tenendo fuori dalla mia vita musicale qualsiasi altro genere. Non ricordo chi mi fece ascoltare ‘Nemesis Divina’ dei Satyricon, ma quello che ricordo è che mi fece sobbalzare al primo ascolto. Da quel momento ho iniziato a fare quello che avevo fatto col jazz anni prima, scoprendo e studiando le band che hanno forgiato il sound tipicamente Black Metal. Allo stesso tempo ho iniziato a sperimentare l’interazione dei miei clarinetti all’interno di quella musica così coinvolgente e radicata al territorio. Il Black Metal era quel genere che cercavo da molto tempo, il terreno fertile che mi ha permesso di creare un’identità nuova per il clarinetto, ma soprattutto di ridare voce alla mia terra e alle mie radici.”

Dawn Of A Dark Age nasce con una forte tensione storica e identitaria. Qual è stata la scintilla capace nel farti capire che questo progetto sarebbe diventato uno strumento di rievocazione culturale legato al popolo italico dei Sanniti, oltre che un’espressione di musica estrema?
“Sinceramente, conclusa la saga degli “Elementi”, sentivo di aver raggiunto il mio scopo, quello di inserire il clarinetto nel metal estremo, e pensavo che avrei potuto mettere una pietra sopra Dawn Of A Dark Age. Questa pausa però è durata poco, ovvero fino a quando ho visitato la mostra “La Tavola degli Dèi”, dedicata al più famoso reperto giunto fino a noi sui rituali praticati dai Sanniti, La Tavola Osca. Da quel momento più che una scintilla si è acceso un fuoco che mi ha invaso totalmente, e dal giorno successivo ho iniziato a scavare a fondo nella storia dei miei antenati per cercare di dare il mio contributo alla causa Sannita. Ammetto che non avrei mai e poi mai pensato di dare vita a quattro album in così poco tempo, ma una volta che si inizia a raccontare la storia…”
Dopo ‘La Tavola Osca’, ‘Le Forche Caudine’ e ‘Transumanza’, con ‘Ver Sacrum’ torni all’origine del racconto e della storia del popolo sannita. È stato un ritorno naturale o una scelta consapevole, maturata nel tempo, legata anche all’idea di chiudere un cerchio narrativo?
“‘Ver Sacrum’ non è un album che avevo previsto nell’iniziale “Trilogia della Memoria”, ma una volta finito ‘Transumanza’ ho avuto come la sensazione che mancasse qualcosa, e quel qualcosa era il prologo della saga sul Sannio e i Sanniti. Una volta iniziato il racconto la storia si è evoluta in maniera naturale. Adesso posso affermare che questo cerchio si è chiuso definitivamente.”

Prima di entrare nella dimensione musicale, puoi raccontarci l’origine storica del rito del Ver Sacrum e il suo significato per i popoli italici, spiegando come questo racconto si sviluppa e prende forma all’interno dell’album?
“Il Ver Sacrum è un antico rito nato da momenti di grave crisi come carestie e epidemie. La comunità prometteva agli dei di consacrare tutti i primogeniti nati la primavera successiva affinché concedessero salvezza e prosperità nei raccolti. Ma a un certo punto le madri si ribellarono a questa barbarie, fuggendo con i loro neonati sulle montagne e rompendo il patto fatto con Mamerte, il Dio della guerra. Fu solo grazie al Consiglio degli Anziani che, dopo aver consultato l’Oracolo dell’isola galleggiante sul Lago di Cotilia, i Sabini trovarono un ‘compromesso’ con il potente dio della guerra. Questo nuovo patto prevedeva che al posto dei neonati sarebbero stati sacrificati due tori, ma al compimento del ventesimo anno di età, i giovani avrebbero lasciato la loro terra natia per conquistare nuovi territori e portare a nuove genti la devozione alla figura di Mamerte. Proprio durante una di queste migrazioni, i Sabini, guidati da un toro e dal guerriero Comio Castorio, arrivarono nei pressi di un luogo con tre grandi massi. E in quel posto, l’attuale Pietrabbondante, nacque la grande Nazione Sannita.”
Partendo da questa base storica e simbolica, il concept di ‘Ver Sacrum’ è costruito quindi come un rito iniziatico che attraversa sacrificio, esilio e rinascita. Quanto è stato complesso tradurre questa narrazione in un linguaggio musicale che unisce Black Metal, Folk, elementi rituali, il clarinetto di cui sei maestro e momenti di sperimentazione, mantenendo al tempo stesso un impatto diretto e viscerale?
“Probabilmente la cosa più difficile è stata far coesistere tutti gli elementi che hai citato facendo scorrere il concept nella maniera più lineare possibile, pur mantenendo i diversi momenti ben distinti (ma allo stesso tempo collegati) tra di loro, a seconda di cosa avveniva all’interno del copione. Come per i testi, anche la musica è venuta fuori in maniera incredibilmente naturale dal primo all’ultimo secondo.”

La formazione rinnovata ha inciso in modo determinante sul risultato finale. Come nasce il rapporto con Ignazio Cuga e in che modo si è sviluppato professionalmente, influenzando la resa emotiva e l’intensità dell’album?
“Dopo che Emanuele Prandoni, voce nei primi tre album de “La Tetralogia della Memoria”, mi ha detto che non era disponibile per il nuovo album, mi sono messo alla ricerca del suo sostituto e, avendo avuto a che fare con la Sardegna in passato, ho cercato di mantenere vivo questo legame. Devo ammettere che anche questa volta la Terra Sarda non mi ha tradito. Cercavo un cantante che proseguisse il lavoro fatto da Emanuele, ma che allo stesso tempo avesse una propria identità e personalità. Ho scoperto Ignazio Cuga grazie al bellissimo debutto dei suoi Kre’u e senza esitazione l’ho contattato per proporgli di registrare il nuovo album. Ignazio è riuscito a dare ulteriore profondità e varietà al discorso vocale, portando ‘Ver Sacrum’ in una dimensione ritualistica e tribale molto forte, caratterizzando l’album in maniera consistente.”
Guardando all’intera discografia, c’è un passaggio tecnico o artistico che consideri una svolta significativa nel percorso di Dawn Of A Dark Age?
“Più che un passaggio artistico, credo che la grande differenza tra la saga degli Elementi e quella del Sannio è la mia diversa concezione del concept. Se negli Elementi pensavo i brani in maniera singola, pur tenendo fede all’Elemento di volta in volta scelto, nella “Tetralogia della Memoria” ho iniziato a lavorare al concept con la cosiddetta ‘visione aerea’, una sorta di copione cinematografico che mi permettesse di capire in tempo reale dove iniziava e dove finiva la storia. Al suo interno c’è lo sviluppo di questa storia e di tutte le vicende che accadono nei vari album. Credo che questo sia l’aspetto che contraddistingue questi due periodi in maniera netta.”

In cosa ritieni che ‘Ver Sacrum’ si differenzi dai lavori precedenti del progetto? Personalmente lo percepisco come un album più riflessivo e, per certi aspetti, quasi liturgico: condividi questa interpretazione?
“Rispetto ai tre dischi precedenti, ci sono nuovi elementi che caratterizzano ‘Ver Sacrum’. Il primo è l’utilizzo del clarinetto in maniera meno virtuosistica ma più in ‘equilibrio’ con gli altri strumenti, poi è sicuramente più marcata la componente epic / folk e soprattutto quella ritualistica / tribale, anello di congiunzione tra l’antico popolo dei Sabini e il Dio Mamerte. Probabilmente è il disco ‘meno Black Metal’ della Tetralogia, ma non è un problema, perché come sempre accade nei miei progetti, ogni elemento va visto dall’alto e rappresenta solo un tassello della composizione generale.”
All’interno dell’album c’è un brano che considero particolarmente rappresentativo, ‘Il Voto Infranto (L’Ira di Mamerte)’. Puoi raccontarci qualcosa sulla sua genesi e sul suo ruolo nel concept?
“Come anticipato in precedenza, ‘Il Voto Infranto’ è l’inizio di tutto, ed è importante perché, senza questa diatriba tra i Sabini e il Dio Mamerte, non ci sarebbe stata alcuna migrazione e la storia si sarebbe evoluta in modo diverso. Musicalmente ho iniziato a lavorare a qualcosa di intimo come l’introduzione per portare l’ascoltatore in un mondo rurale e campestre, per poi sfociare a un certo punto nella lite tra le donne del paese e il Dio della guerra. Così si evolve la prima scena che si conclude con il coro tribale ‘Hey, hay, Ver Sacrum!”. ‘Il Voto Infranto’ è il punto di partenza che ha permesso lo sviluppo degli altri brani e dell’intero concept.”
Hai dichiarato che ‘Ver Sacrum’ rappresenta la chiusura definitiva di Dawn Of A Dark Age. Perché ritieni che questo lavoro costituisca il punto finale naturale del progetto? Confesso che continuo a sperare in una possibile prosecuzione.
“L’idea iniziale era di una trilogia che mettesse in musica i vari aspetti della vita e della storia dei Sanniti, e solo in corsa ho sentito la necessità di scrivere un prologo. Sinceramente pensare di aprire questo cerchio magico in maniera forzata non avrebbe alcun senso. Il mio obiettivo iniziale è stato ampiamente portato a termine, e ogni cosa da questo momento in poi sarebbe un extra che non darebbe alcun valore aggiunto alla causa Sannita. Se in futuro Dawn Of A Dark Age approderà su altri territori solo il tempo potrà dirlo, anche perché al momento sono totalmente concentrato sull’attività live.”
‘Ver Sacrum’ è stato pubblicato da alcune settimane. Ti aspettavi un riscontro così positivo da parte di critica e pubblico, oppure è stata una sorpresa?
“Quando finisco un disco, master, artwork e tutto il resto, arriva il momento del ‘chissà se…’. Parlando di un prodotto artistico, la parte interessante è che puoi aspettarti di tutto da chi lo compra e lo ascolta. Cerco di non crearmi mai delle aspettative, ma devo ammettere che vedere, leggere e ricevere messaggi così entusiasti su ‘Ver Sacrum’ ha dato molta soddisfazione a me e ai miei compagni i viaggio, soprattutto perché tanta nuova gente ha iniziato a scoprire i Sanniti e la loro storia.”
Dopo aver concluso un percorso così intenso e identitario, quali sono i tuoi progetti futuri? Continuerai a esplorare tematiche storiche e rituali o senti l’esigenza di aprire una fase completamente nuova della tua ricerca musicale?
“Al momento sono in pausa con Dawn Of A Dark Age dal punto di vista compositivo, se ci saranno nuovi argomenti ad accendere una scintilla che mi spinga ad approfondirli e spenderci tempo e energie, li accoglierò a braccia aperte. Altrimenti mi accontenterò di tutto quanto fatto finora. In compenso ho ripreso a lavorare su alcuni progetti lasciati in sospeso mesi fa…”
Ti lasciamo le ultime parole di questa intervista ringraziandoti per quanto prodotto sino ad oggi ed aspettando notizie ulteriori sui tuoi prossimi progetti.
“E’ stato un immenso piacere e grazie a nome di Dawn Of A Dark Age e dei Sanniti. Seguiteci sui nostri canali social e sulla pagina Bandcamp per news e live: https://dawnofadarkage.bandcamp.com”

Foto di Martina Rosati 

 

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