Zu – L’identità in continua espansione
Il 26/02/2026, di Anna Maria Parente.
In occasione della recente uscita di Ferrum Sidereum e del tour, abbiamo raggiunto virtualmente gli Zu per approfondire questo nuovo capitolo del loro percorso, tra chilometri macinati e concerti ad altissima intensità. Ne è nata una conversazione densa che attraversa la genesi del disco, la loro visione artistica e la forza della dimensione live. Un confronto diretto con una delle realtà più vitali della scena indipendente italiana.
Partiamo dall’oggi. Siete in tour con il nuovo disco. Che riscontro state avendo dal pubblico e come state vivendo questa fase on the road?
“(Massimo Pupillo) La cosa più bella che mi è stata detta da qualcuno in questo tour è stata che pur eseguendo solo il disco nuovo, le persone sono così abituate al fatto che porteremo ogni volta qualcosa di nuovo che si aspettano solo e nient’altro che questo. Questa persona mi ha addirittura detto “avete educato il vostro pubblico ad aspettarsi sempre qualcosa di diverso”. A volte uno sguardo ed una parola esterna sono davvero molto valide perché da dentro e in corsa non sempre sei consapevole in diretta di come arrivi quello che facciamo.”
“(Paolo Mongardi) Per quanto riguarda la mia prospettiva, questo tour ha una valenza iniziatica. Il riscontro del pubblico degli Zu è eterogeneo, tra chi era presente al primo concerto del ’97, fino a chi “è la prima volta che vi vedo”, ma il denominatore comune mi pare essere una certa gioia nel cuore e questo certamente ci aiuta e sostiene nel Momento; quando poi succede la magia del salto di ottava, questa gioia si trasforma in Amore e questo corrobora anche le lunghe guide in furgone. Sta andando molto bene!”
Nel vostro percorso artistico esiste un punto di svolta in cui il vostro linguaggio sonoro si è consolidato oppure ogni lavoro ridefinisce da capo l’identità degli Zu?
“(Luca T. Mai) Abbiamo sempre posto l’enfasi sulla ricerca sonora, da quando da ragazzi andavamo a vedere band che venivano principalmente dagli Usa o dall’Inghilterra e ci chiedavamo perché avessero un suono così grasso che alle band italiane mancava. E appunto, essendo una ricerca, non ha un punto di chiusura, ma si espande continuamente. Ferrum è nato proprio dalla premessa di non fossilizzarsi e appoggiarsi all’idea di come Zu debba suonare, tanto meno di cosa esternamente ci si aspetti da noi.”
“(Massimo Pupillo) Forse non proprio punti di svolta ma snodi importanti, quello sì. Nel 2002 abbiamo fatto un tour europeo di due mesi suonando ogni sera, escluso un giorno di viaggio su un traghetto fra Stoccolma ed Helsinki. Alla fine di quel tour eravamo completamente un’altra band. Il tour con i Fantomas Melvins è stato un altro snodo molto netto. Non è tanto una direzione quanto un cerchio che si allarga. E allargandosi accoglie più cose e, anche più parti di noi.”
Avete già parlato altrove della vostra visione sull’AI e sul mondo degli algoritmi, quindi non mi soffermo di nuovo su ‘A.I. Hive Mind’. Vorrei però chiedervi se, secondo voi, esiste anche solo una piccola “crepa” in questo scenario — qualcosa che possa modificare il futuro in positivo — o se la prospettiva resta quella di un progressivo appiattimento.
“(Luca T. Mai) Giordano Bruno già cinquecento anni fa disse che se il progresso della scienza non era commisurato a un progresso umano questa stessa scienza lo avrebbe travolto. Credo che la crepa di cui parli sia qui, nel non degradarsi a una vita asettica e passiva per cui ogni aspetto della nostra presenza su questo pianeta è delegata ai cosiddetti “esperti” ma cercare le risposte nel silenzio dentro di sé e seguirle e, anche se sembrano radicali , aderirvi.”
“(Paolo Mongardi) “La “crepa” di cui parli presuppone un vuoto che l’uomo moderno riempie di concetti, rappresentazioni, ideologie indotte…finché non riusciremo a riappropriarci di quel Vuoto, non riusciremo a fare entrare in noi il Sacro. Solo attraverso questa consapevolezza può colmarsi il divario e può avvenire quella modifica, quella vera progressione virtuosa e non virtuale, dove l’Essere Umano può usare la tecnologia senza esserne vittima, pensare pensieri vivi e non già pensati da un’altra intelligenza.”
Andiamo ora più nello specifico sul nuovo album, ‘Ferrum Sidereum’. In questo lavoro si ha la sensazione che la musica non si limiti a descrivere uno spazio, ma lo attraversi. Avete lavorato più sull’idea di paesaggio sonoro oppure su quella di forza e impulso, come se i brani fossero traiettorie in movimento più che luoghi da abitare?
“(Massimo Pupillo) Credo che noi non lavoriamo per concetti ma lavoriamo per idee. E per idea intendo etimologicamente, legata a “video”, cose che vedi, anche dette visioni. Un suono dà vita ad una immagine, quella immagine nutre il racconto, e gli dà una drammaturgia. Sono due aspetti che si nutrono l’uno dell’ altro.”
“(Luca T. Mai) Nell’anno in cui abbiamo lavorato al disco, nella fase compositiva ci siamo resi conto che molte parti evocavano in noi le stesse visioni e che condividevamo più o meno le medesime percezioni a riguardo. Questo ha fatto sì che i brani prendessero una direzione ben precisa.”
Questo disco, come anche gli altri che avete realizzato in passato, ha un suono molto potente e fisico. Che tipo di effetto volete che abbia davvero su chi lo ascolta, scuotere, mettere a disagio, dare energia, svuotare…
“(Luca T. Mai) Sinceramente non creiamo musica con l’idea di provocare un ritorno emotivo specifico in chi ascolta, né per inseguire un effetto calcolato … ciò che facciamo deve essere prima di tutto sincero per noi e da dove arriva la musica fino alla sua stesura definitiva non poniamo filtri dell’ego.”
“(Massimo Pupillo) L’ unico effetto che possiamo passare, se quello che fai è sincero, è l’effetto che ha su di noi. Quindi siamo noi le prime cavie. Escludo a priori ogni volontà di mettere a disagio mentre sono d’accordo sul dare energia e aprire per un breve istante all’ “altro”. Quando questo avviene nel live, è innegabile, si sente, ed è condiviso. Il pensiero che quello che facciamo possa mettere a disagio o disorientare secondo me deriva dal fatto che ormai il 99% della musica che si sente in giro è in quattro quarti e con una ricerca armonica molto elementare, per cui a volte ci viene chiesto se improvvisiamo quando invece ogni nota è completamente scritta e inchiodata. Ma se non sei abituato ai tempi dispari magari la prima impressione può essere di caos e disordine, mentre siamo semplicemente fuori dal metro standard.”
“(Paolo Mongardi) L’Arte aveva come fine ultimo l’Elevazione e se c’è un effetto nobile auspicabile è questo. Per fare speculazione, potremmo trasformare il “mettere a disagio” in “osceno”, ma come “ob-scenum” – per dirla alla Carmelo Bene – ovvero che sta al di fuori della scena, mancante ma presente ai margini. Un effetto di abbandono, di assenza per “non essere dove si è”.”
Quanto ha influito l’ambiente in cui il progetto è nato e si è sviluppato — Roma e in particolare Ostia — sulla vostra musica? Sentite che quel contesto è ancora vivo nel vostro modo di suonare e comporre, o vi siete sempre mossi con un’identità più cosmopolita?
“(Massimo Pupillo) Ostia è il punto di partenza, e in quanto punto di partenza e di sbarco in questa vita, sarà sempre dentro di noi. La musica poi ci ha ampliato gli orizzonti , in primo luogo come ascoltatori e successivamente come parte attiva, ma non sono orizzonti geografici, piuttosto scoperta, esplorazione e rivelazione di spazi interiori.”
“(Luca T. Mai) Diciamo che Ostia incarna quel campo morfogenetico primordiale e totalizzante che ha plasmato la nostra essenza, forgiando il nostro essere con le sue ruvidezza e le sue contraddizioni, eppure, per una forza vitale inesorabile, ci ha spinti oltre i suoi confini, sia nel corpo che nell’anima, sotto pena di un’autodistruzione inevitabile.”
Nel tempo siete stati accostati a generi come jazz core, noise rock e avant-metal. C’è una di queste definizioni in cui vi riconoscete più delle altre?
“(Massimo Pupillo) Personalmente, e parlo forse da meno metallaro della band, il cappello metal mi sembra il più comprensivo di quello che facciamo. Poi ognuno può aggiungere il prefisso che vuole, prog, avant. A noi non interessa incasellarci dentro nulla, ma capisco il bisogno dall’ esterno di provare a definire.”
“(Luca T. Mai) C’è da aggiungere che, per ogni definizione che ci hanno affibbiato, ce n’era poi un’altra contraria e questo ha determinato anche la nostra presenza o assenza in alcuni festival. All’inizio, quelli jazz non ci volevano perché eravamo troppo rock e quelli rock perché eravamo troppo jazz. Ognuno porta la propria esperienza sonora nell’ascolto e nella percezione della musica, e questo ha fatto sì che, nel tempo, le cose si siano stemperate perché sono cambiate le sensibilità e i gusti. Mi è capitato di parlare di musica dopo alcuni concerti con dei metallari presenti che ascoltavano da Busoni ai Dead Can Dance. Diverso invece il discorso con alcuni ascoltatori di jazz e Jazzisti fedeli oltranzisti alla loro dorata parrocchia. Quindi siamo contenti che la musica che facciamo operi una sorta di sincretismo tra i differenti “culti”, una unione anziché una divisione.”
“(Paolo Mongardi) Una volta mi è capitato di udire il bassista degli Zu che, un po’ esasperato dalla richiesta di definizioni, disse “siamo i Negazione che suonano i King Crimson”.”
Nella vostra musica utilizzate molti strumenti e costruite sonorità molto complesse … c’è uno strumento che non avete ancora usato e che vi piacerebbe esplorare? Magari qualcosa di particolare che avete scoperto lungo il vostro percorso?
“(Massimo Pupillo) No, non funzioniamo esattamente così, nel senso che quasi sempre è la persona che arriva, e poi di conseguenza c’è lo strumento che suona. Per me è stato molto bello usare la ghironda di Stefano Michelotti sul nostro album Jhator, è uno strumento stupendo ed era quello adatto a quel racconto.”
“(Luca T. Mai) L’introduzione delle sonorità dell’Hammond e del Mellotron ha conferito ai brani una profondità più organica. Si tratta di strumenti che, qualche anno fa, abbiamo avuto modo di conoscere a fondo allo studio di Thighpaulsandra dei Coil, in Galles. Grazie a lui ci si sono aperti ulteriormente gli orizzonti.”
“(Paolo Mongardi) La Fisarmonica (risposta del romagnolo presente in me).”
Ora un tuffo nel passato … Se ripensate al tour con il super progetto Fantômas Melvins Big Band (che avete già citato), che ormai risale a quasi vent’anni fa, qual è il ricordo più significativo che vi è rimasto di quell’esperienza?
“(Massimo Pupillo) Con FantomasMelvins si parla di una serie di tour perché siamo stati anche in Giappone con loro…posso dirti che il nostro suono in quei tour è cambiato per osmosi con dei maestri. Tutto questo senza copiare nulla di tecnico o neanche cercare di farlo, è successo così, quando hai a che fare con dei veri maestri ci sono dei passaggi che avvengono naturalmente.”
“(Luca T. Mai) Non ho mai avuto una particolare soggezione di fronte a persone “famose” ma devo dire che trovarsi ad avere a che fare con Dave Lombardo mi ha fatto sentire come un bambino che trova i regali sotto l’albero la mattina di Natale.”
C’è una band o un artista in particolare con cui vi piacerebbe collaborare nei prossimi anni ma non glielo avete ancora confessato?
“(Massimo Pupillo) Le collaborazioni non sono mai state e non credo saranno mai qualcosa di pianificato e non avvengono sul piano del desiderio. Poi è molto importante stare nel presente ed ora il presente è questo disco, questo tour, questa data. ”
Quali potrebbero essere tre aggettivi per descrivere chi siete a chi non vi conosce … e perché proprio questi tre?
“(Massimo Pupillo) Difficile auto definirsi. Ma ti direi che come band siamo autentici. Questo aggettivo lo sento nostro. Siamo quello che vedi e che senti. Non ci sono calcoli. Non mi viene altro.”
“(Luca T. Mai) Essere autentici può essere difficile e per questo a volte siamo pervasi e ve ne siete accorti, da un forte sense of humor.”
“(Paolo Mongardi) Aggiungerei, devoti, nei suoi più ampi significati. Forse perché come i Blues Brothers siamo in missione per conto di Dio, ma con meno Blues e più Industrial.”
Foto: Marco Franzoni.