Wind Rose – From the Mountain to the Stage
Il 02/03/2026, di Fabio Magliano.
C’è un silenzio carico di attesa dietro le quinte, un momento sospeso tra la realtà e l’immaginario che da sempre accompagna i Wind Rose. Francesco Cavalieri osserva il mondo da dietro il microfono con la calma di chi conosce il peso delle responsabilità e la leggerezza della passione che lo ha portato fin qui. La musica non è solo uno strumento, ma una necessità, un rifugio, un modo per trasformare esperienze personali in energia condivisa. Nel pieno della seconda parte del tour europeo insieme ai Powerwolf, si percepisce in ogni parola la determinazione e la dedizione che animano chi fa della propria vita un percorso guidato da emozioni autentiche e sogni che non si arrendono mai.
Ciao Francesco, benvenuto su MetalHammer.it. E’ un piacere ospitare i Wind Rose, anche perché so che ci tieni particolarmente a essere intervistato dalla stampa italiana…
“Assolutamente sì. Anche se Metal Hammer Germania ha un peso internazionale enorme, per me essere su una rivista italiana ha un valore diverso. Io sono nato qui, questa è la mia terra. Vedere che in Italia c’è attenzione e interesse per quello che facciamo è un grande orgoglio, soprattutto considerando che spesso si dice che nessuno è profeta in patria.”
I Wind Rose sono in attività da molti anni: oggi siete una delle realtà italiane più forti all’estero. Ve lo aspettavate?
“Sinceramente no, non a questi livelli. L’ho sempre sperato e voluto, ma non me lo sarei mai aspettato. Fare 3.200–3.300 persone a Milano con una band relativamente giovane non è affatto scontato. Se guardiamo alla storia del metal italiano, poche band hanno raggiunto numeri simili, sia dal vivo sia online. È qualcosa di enorme e in parte anche inaspettato.”
Da dove nasce questa determinazione così forte?
“Parlo per me: vengo da una famiglia molto semplice. Per tutti il mio destino sarebbe stato fare l’operaio per cinquant’anni, come i miei nonni che mi hanno cresciuto. Persone splendide, ma quella non era la vita che volevo. ‘Volere è potere’ non è vero del tutto: servono sacrificio, preparazione, idee e impegno. Quando arriva l’occasione, devi essere pronto. Se non hai nulla da dire artisticamente, non ha senso intraprendere questo percorso.”
Per te la musica è stata una necessità più che un obiettivo.
“Esatto. Ho iniziato per bisogno, per esprimermi e stare meglio. La musica è sempre terapeutica: entri in studio e ti disconnetti dalla realtà. Scrivere mi ha aiutato tantissimo nei momenti difficili.”
Dal vivo, però, vivi tutto in modo diverso.
“Sul palco no, non è terapeutico. Da cantante hai una responsabilità enorme: la gente ti dedica tempo e soldi, quindi devi essere sempre al massimo. A Milano, per esempio, avevo una tonsilla gonfia come una palla da ping pong. Cortisone e si va sul palco, perché non potevo deludere nessuno.”
L’immaginario dei nani è centrale nei Wind Rose. È un rifugio?
“L’immaginario nasce dalla mia passione per il fantasy e da una simpatia naturale per i nani. Ma le tematiche non sono una fuga: i testi parlano di vita vissuta. I nani sono la ‘brandizzazione’ del progetto.”
Puoi fare un esempio concreto?
“‘I Am the Mountain’ parla di depressione, un problema che ho vissuto intensamente. Anche ‘No More Sorrow’ affronta lo stesso tema. Sono canzoni epiche nella forma, ma profondamente personali nel contenuto. ‘Diggy Diggy Hole’ è invece un gioco, una parentesi scherzosa, non rappresenta il cuore delle nostre tematiche.”
In questi anni c’è stato un momento in cui hai pensato: ‘Ce l’ho fatta’?
“No, mai. Sono sempre gli altri a ricordarmi dove siamo arrivati. Io non riconosco mai i miei successi e voglio sempre fare di più. Capisco il valore di quello che facciamo quando persone come te, o riviste importanti, ci danno attenzione e credono in noi.”
Secondo te qual è il segreto del forte legame con il pubblico?
“Non siamo rockstar. Siamo persone normali, gamers, senza pose. La gente si rivede in noi. Inoltre credo che venga apprezzata l’onestà: scriviamo la nostra musica, raccontiamo qualcosa di vero e non siamo una copia di qualcun altro.”
Anche dal punto di vista umano sembri molto accessibile.
“Sì, parlo con tutti. Non ignoro messaggi o persone. Sono sempre stato uno ‘del popolo’ e non vedo perché dovrei cambiare. Anche se potrei permettermelo, non mi interessa fare il gradasso.”
Il vostro è un progetto molto curato, a 360 gradi. Quanto lavoro c’è dietro?
“Tantissimo. Nulla viene da sé. Tutto è pensato, studiato, provato. Se non dimostri da solo di avere idee e determinazione, nessuno ti dà fiducia. Devi essere proattivo, artefice del tuo destino.”
Come vi organizzate concretamente?
“Siamo in tre a gestire tutto: io, Federico Meranda e Claudio Falconcini. Dalla scrittura alla burocrazia, dai social ai rapporti con l’etichetta. Loro sono incredibili dal punto di vista organizzativo, il grosso del lavoro lo fanno loro, anche sette, otto ore al giorno, mentre io ho un ruolo più da supervisore. La vera fortuna della mia vita è stata trovare persone con la mia stessa fame.”
Guardando al futuro: tour e nuovo materiale. Come si divide il 2026?
“Il 2026 sarà ancora molto dedicato al live, soprattutto con la seconda parte del tour europeo con i Powerwolf. Ma non ci fermiamo mai di scrivere. Un disco esce solo quando è pronto: se non ci convince, non lo pubblichiamo. Non voglio deludere chi ci segue da anni.”
Come vivi le critiche?
“Le critiche argomentate mi piacciono più dei complimenti. Mi aiutano a migliorare. Se qualcuno dice solo ‘non mi piace’ senza spiegare, non mi interessa. Ma se c’è un’analisi, ascolto sempre.”
Chiudiamo con una precisazione personale.
“Io faccio musica dal 2005: quest’anno sono 21 anni. Non ho fatto l’università, avevo iniziato infermieristica ma ho mollato. Il mio sogno era fare il musicista, e ho deciso di provarci fino in fondo.”