Il blues più rumoroso del mondo: ricordando Phil Campbell
Il 14/03/2026, di Fabio Magliano.
Oggi ci ha lasciato Phil Campbell. Quando nel 2008 ebbi modo di intervistarlo in occasione dell’uscita di ‘Motorizer’, mi resi conto quasi subito che non sarebbe stata una chiacchierata “facile”. Non perché fosse scortese o indisponibile – tutt’altro – ma perché Phil era esattamente ciò che ci si aspetta da un gallese cresciuto a pane, blues e amplificatori tirati al limite: asciutto, ironico in modo sottilmente british e poco incline alle grandi dichiarazioni.
D’altra parte, parlare con il chitarrista storico dei Motörhead significava anche confrontarsi con una personalità abituata da decenni a lasciare parlare soprattutto la musica. In quel periodo la band guidata dall’iconico Lemmy Kilmister era nel pieno di una delle sue fasi più solide, con una line-up ormai rodata insieme a Mikkey Dee, capace ancora di sfornare dischi convincenti e trasformare ogni concerto in una fragorosa celebrazione di rock’n’roll ad alto volume.
Campbell era il perfetto punto d’equilibrio tra le personalità del gruppo: meno istrionico di Lemmy, meno appariscente di altri chitarristi passati nella storia della band, ma fondamentale nel definire quel suono sporco, bluesy e brutale che ha reso i Motörhead un’istituzione. Dietro l’apparente calma si intravedeva però una vena ironica costante, che a tratti faceva capolino anche durante la nostra conversazione.
Rileggere oggi quelle parole fa un certo effetto. Non solo perché nel frattempo molto è cambiato nell’universo Motörhead, ma anche perché negli anni successivi Phil ha continuato a vivere la musica con la stessa passione, arrivando a condividere il palco con i suoi figli nel progetto Phil Campbell and the Bastard Sons, band nata quasi per gioco e diventata poi la sua nuova casa artistica.
Fa quasi sorridere, riascoltandola oggi, la risposta che mi diede quando gli chiesi del figlio Todd e della musica in famiglia: parole semplici, da padre orgoglioso più che da rockstar. Un dettaglio che racconta molto di più della persona dietro al chitarrista.
Quella che segue è la chiacchierata integrale realizzata nel 2008, riproposta insieme agli scatti inediti di Alice Ferrero. Un piccolo ricordo di Phil Campbell: musicista essenziale, ironico quanto bastava, e soprattutto innamorato – fino in fondo – di ciò che faceva.
Motorhead – Ridin’ With The Driver
Non si può certo dire che rapportarsi a Phil Campbell sia il massimo della vita. Ma forse è giusto così, perché in un modo o nell’altro anche questo segue il suo filo logico. Se i Motorhead sono speciali, e ancora oggi riescono a sfornare dischi validi e a trasformare ogni loro concerto in una goduriosa carneficina, è perché dopo tanti esperimenti e l’ausilio di musicisti “usa e getta”, hanno finalmente trovato la giusta quadra, non a caso la line-up attuale è in assoluto la più longeva. In essa trova spazio l’immenso carisma acido di Lemmy, una vera e propria icona sempre più avvolta in un alone tra il mistico e l’alcolico, la pacata ironia di Mikkey Dee e Phil Campbell, appunto, un ideale trait-d’union tra le altre due personalità. Il secondo membro dei Motorhead per anzianità è infatti pacatamente british (a volte ai limiti della sonnolenza) ma non per questo rinuncia a sprazzi di ironia, pur non arrivando mai ad eguagliare in termini di fascino ed ilarità il suo inarrivabile boss. Sprazzi che a tratti fanno capolino anche nella chiacchierata che segue, una delle poche rilasciate dalla band per promuovere il nuovo ‘Motorizer’, il suo diciannovesimo album in studio, lavoro che conferma quanta voglia abbiano ancora questi tre folli, tra un Jack Daniels e una giocata alla slot machine, di scatenarsi e dare vita a sane bordate di fragoroso hard rock senza troppi compromessi.
Però, Phil, chi ve lo fa fare?
“(Phil Campbell) Scusa?”
Sì, insomma, 33 anni di carriera e 19 studio album. Dove trovate ancora la voglia di comporre e incidere nuovi dischi?
“Ci divertiamo ancora, e fino a quando questa condizione perdurerà, continueremo fregandocene di tutto. Per alcuni versi è una sorta di sfida, noi ci proviamo, e fino a quando alla fine della giornata continueremo a ritrovarci con in mano ottime canzoni che vale la pena buttare su di un album, beh, andremo avanti. Dopo tutto è il nostro lavoro, e a noi piace”.
Quindi dopo trent’anni di carriera sentite ancora il bisogno di mettervi alla prova e di dimostrare qualcosa a qualcuno…
“In un certo senso si. Ogni volta, prima di iniziare a lavorare ad un nuovo disco, cerchiamo di fissare il nostro limite massimo e studiamo il modo di raggiungerlo e superarlo. E’ un buono stimolo per dare sempre il meglio di noi, e visto sotto quest’ottica posso dire che ‘Motorizer’ è un buon passo in questa direzione”.
Onestamente, non avete mai pensato di smetterla con i dischi in studio e andare avanti unicamente con i tour? Dopo tutto di classici per “animare” centinaia di concerti ne avete una valanga…
“No no, noi vogliamo continuare a scrivere nuove canzoni, è troppo eccitante. E poi ci pensi che palle andare avanti a suonare ogni sera il tuo ‘best of’? Troppo noioso, non fa per noi. La gente ha sempre bisogno di qualcosa di fresco, e noi pure!”
C’è una song nel vostro nuovo lavoro, intitolata ‘(Teach You How To) Sing the Blues’, una sorta di tributo ad un genere, il blues, per voi fondamentale ma che spesso i vostri fan paiono ignorare…
“Esatto, esatto! Se devo essere sincero non mi sono mai ritrovato nella definizione ‘heavy metal’, penso che i Motorhead suonino da sempre una sorta di blues’n’roll sparato a volumi assurdi. C’è il blues alla base del nostro sound, io non mi reputo un chitarrista metal, le mie basi sono blues e anche il mio modo di suonare. Solo lo faccio nel modo più heavy possibile”
Un’altra canzone si intitola ‘English Rose’. Ora, Lemmy vive da tempo a Los Angeles, Mikkey in Svezia e tu in Galles. Che cosa rimane in voi di inglese e dell’Inghilterra?
“Ancora parecchio direi. Lemmy è comunque nato in Inghilterra e non ha mai rinnegato le sue radici, io vivo in Galles ma sono legato per svariate ragioni all’Inghilterra, quindi non stiamo parlando di una realtà distante da noi. ‘English Rose’ è una sorta di dedica di Lemmy al Paese che lo ha visto nascere. Se non sbaglio il testo di questa canzone è stato scritto proprio durante uno dei suoi frequenti viaggi in Inghilterra”.
E vi è infine ‘Heroes’. Quali sono i tuoi personali eroi?
“Non lo so, ce ne sono troppi… o troppo pochi… diciamo che chiunque riesca a fare qualcosa di buono per gli altri nel suo piccolo è un eroe, peccato che di gente simile oggi ce ne sia davvero poca. Addirittura si è più propensi a idolatrare criminali piuttosto che uomini realmente meritevoli”
Forse si è semplicemente perso il significato della parola “eroe”: una volta eroe era Martin Luther King o Gandhi, oggi è considerato tale un calciatore, un attore o una velina…
“Si, esatto. Questo è lo specchio della società moderna, la gente non venera chi dice qualcosa di importante ma chi appare, perché quello che tutti vogliono fare alla fine è apparire, in un modo o nell’altro. E’ più facile che qualcuno voglia diventare una star, piuttosto che un predicatore. Le cose sono cambiate, radicalmente, purtroppo in peggio”.
In un modo o nell’altro, politica ed ironia sono sempre andate a braccetto nell’universo dei Motorhead. Quanto sono ancora importanti questi due elementi nel vostro sound attuale?
“Non molto direi. Noi cerchiamo solamente di scrivere buona musica, il resto non ha importanza. Se in passato la
politica si è infiltrata nei nostri testi è stato sicuramente un caso, magari perché si parlava di particolari situazioni legate all’attualità, però non siamo e non siamo mai stati una band ‘politicizzata’. L’ironia invece fa parte di noi stessi, ci consideriamo persone acidamente ironiche e questo è naturale che si rifletta nella nostra musica. Che comunque sarà sempre un divertente rock’n’roll studiato per fare casino, non certo per lanciare messaggi propagandistici o roba di questo genere. Dopo tutto chi viene ad un nostro concerto vuole stare bene e divertirsi per un paio d’ore, non certo sorbirsi un palloso comizio. Per queste cose basta e avanza la televisione”.
In una vecchia intervista, Lemmy dichiarò che “Phil è il vero cuore nonché l’anima dei Motorhead”. Non male come apprezzamento da parte di chi, per tutti “è” i Motorhead…
“E’ sicuramente un gran complimento. Lo considero un attestato di quanto di buono ho fatto in questi anni. All’inizio lavorare con Lemmy mi faceva un effetto particolare, dopo tutto lo ammiravo ancora prima di entrare a far parte dei Motorhead, poi andando avanti negli anni e vedere prima che le mie idee venivano prese in considerazione per le canzoni della band, poi che erano considerate la base di partenza per ogni album dei Motorhead, mi ha fatto prendere consapevolezza della mia importanza all’interno del gruppo, e ciò che di buono ha detto Lemmy su di me non è altro che riprova di come ho svolto bene il mio lavoro”.
Nel corso degli anni la line-up dei Motorhead è cambiata più e più volte tanto che tu, con i tuoi 24 anni di militanza, sei il secondo membro per anzianità nella storia del gruppo. E’ stato difficile “sopravvivere” a Lemmy per tutti questi anni?
“No, assolutamente. Quando si ama ciò che si fa nulla è difficile. E poi perché parli di sopravvivere? Quando si suona con gente come Lemmy e Mikkey tutto è molto semplice. Sono fratelli, hanno il mio stesso sense of humor, vedono la musica sotto il mio stesso punto di vista, sono eccellenti professionisti e musicisti molto seri e preparati, insieme formiamo un ottimo team, quindi confrontarsi con loro è un piacere, altro che esperienza ai limiti della sopravvivenza!”.
Prima di te, alla chitarra, si sono succeduti musicisti del calibro di Larry Wallis, Fast Eddie Clarke, Wurzel e Brian “Robbo” Robertson. Mi puoi dare il tuo personale parere su ognuno di loro?
“Non mi piace parlare del passato e di chi ha suonato prima di me nei Motorhead, non è una parte di storia che mi appartiene. Posso dirti solo che sono tutti grandi musicisti che hanno svolto al meglio il loro lavoro. Ma io non vivo nel passato, non mi piace guardarmi alle spalle; è sempre meglio parlare del futuro”.
Nel 2007 vi siete imbarcati in un interessante tour inglese in compagnia di Alice Cooper. Che esperienza è stata?
“Diciamo che è un’esperienza che ritorna ciclicamente, visto che avevamo diviso il palco con lui anche negli Eighties e nei Nineties. E’ sempre un piacere suonare con lui, è un personaggio incredibile al quale siamo tutti molto legati e poi, forse perché il suo pubblico è davvero particolare, ogni volta vengono fuori degli show molto validi. Da parte nostra si è trattato di performance ottime, riguardo lo spettacolo di Alice Cooper…beh, Alice è Alice…”
I Motorhead sono da sempre considerati una delle “live band” per eccellenza. Qual è ad oggi il tuo più bel ricordo legato alla tua esperienza on stage?
“Ce ne sono troppi da citare, il nostro obiettivo è dare sempre il meglio di noi stessi dal vivo, quindi un concerto ‘riuscito’ finisce per essere per noi quasi la normalità. Potessi individuare uno show positivo vorrebbe dire parlare di un’eccezione, e questo non va bene. A livello di feeling, posso dirti che lo scorso anno abbiamo suonato in Francia e la reazione dei nostri fan è stata davvero splendida, un’energia inaspettata che ci ha sorpreso non poco”.
Venendo a te: tua madre è nata in Italia. Quanto c’è di italiano in te e nel tuo modo di suonare?
“Non lo so, è una strana domanda, non me lo sono mai chiesto. Io ho sempre suonato la chitarra seguendo il mio istinto, non mi sono mai chiesto da dove venisse tutto questo, quindi non so dirti se la mia attitudine sia più italiana o gallese”.
Ti ho chiesto questo perché la musica italiana è celebre in tutto il mondo per il suo calore e la sua passione, doti queste che a ben vedere potrebbero anche ritornare nel tuo “chitarrismo”…
“Può essere, e allora ti dico che c’è il 50% visto che nella mia musica c’è anche la voglia di fare casino classica di una sbronza tipicamente gallese”.
Nel 2000 Lemmy incise un album di cover swing con Slim Jim e Danny B. Se tu dovessi incidere a tua volta un disco di cover, che brani inseriresti?
“Non so, ce ne sono troppe, faccio persino fatica a pensarci. Quello che è certo è che non mi butterei sullo swing come Lemmy, magari cercherei qualcosa di più pesante, come qualche bel, vecchio classico blues”.
Ma pensi uscirà mai un tuo disco solista?
“Certo, ci sto pensando, ho anche iniziato a tirare giù qualche canzone e spero di farlo uscire nel giro di un paio d’anni. Sarà qualcosa di totalmente differente da quanto proposto sin qui con i Motorhead, certamente più vario ed eterogeneo. Non voglio soffermarmi su un singolo stile, ci saranno brani più robusti ed altri con dentro addirittura un pianoforte. Ho molte idee per la testa, staremo a vedere se riuscirò a concretizzarle tutte”.
Tuo figlio Todd suona come te la chitarra. Che tipo di padre sei stato? Di quelli che a tre anni mettono la chitarra in mano al proprio figlio, o lo hai lasciato libero di scegliere che strumento suonare?
“Ne ho tre di figli, e tutti suonano qualcosa, ma non necessariamente la chitarra. Diciamo che crescere in un ambiente come il nostro li ha favoriti nell’avvicinamento alla musica. Io personalmente non ho mai imposto loro nulla, ma ho visto che da parte loro c’è stata sin da subito una certa curiosità verso lo strumento. Todd ha iniziato molto presto a farmi domande, ad interessarsi alla chitarra, a cercare di capire qualcosa di più su cosa facesse suo padre e la cosa non poteva che farmi piacere. Oggi per alcune cose è lui ad insegnarmi qualche trucco legato alla chitarra, ed in questi casi l’orgoglio va alle stelle”.
Vi siete mai esibiti insieme?
“Certo, moltissime volte. C’è anche un brano sul live dei Motorhead ‘Live At Brixton Academy’ nel quale Todd suona con noi. Strana sensazione vederlo suonare sul nostro stesso palco, però ho la consapevolezza che se ci è arrivato è solo perché ha talento e ha sempre lavorato duramente per raggiungere i suoi obiettivi. Non posso che esserne orgoglioso”.
Foto Alice Ferrero Image