Karmian – Oltre l’abisso del true crime

Il 18/03/2026, di .

Karmian – Oltre l’abisso del true crime

I Karmian sono una delle forze più solide e riconoscibili del melodic death metal italiano. Attivi dalle loro prime incarnazioni a metà anni Duemila e definiti nell’attuale lineup dal 2011, la band modenese ha costruito negli anni un’identità fondata su aggressività, profondità melodica e una forte componente concettuale. Con ‘Horror Vacui’, il nuovo full-length in uscita nel 2026 per Rockshots Records, i Karmian raggiungono il punto più maturo e disturbante del loro percorso artistico. L’album si compone di nove brani ispirati a casi reali di omicidi avvenuti in Italia, trasformati in allegorie del vuoto psicologico, della disgregazione sociale e del collasso spirituale. Il primo singolo, “Beastmaster of the Void”, ne è una sintesi brutale e diretta: riff taglienti, tensione costante e un immaginario oscuro che rifugge ogni forma di sensazionalismo, per indagare invece le radici della violenza umana. Musicalmente, ‘Horror Vacui’ fonde la ferocia del death metal melodico di matrice svedese con una scrittura narrativa densa e introspezione emotiva, confermando i Karmian come una band capace di coniugare impatto estremo e profondità tematica. Abbiamo parlato con Andrea Bertolazzi, cantante e autore dei testi, per farci raccontare genesi, visione e significato di questo nuovo capitolo.

‘Beastmaster of the Void’ apre un nuovo capitolo per i Karmian: cosa rende questo brano il manifesto ideale di ‘Horror Vacui’?
“(Andrea Bertolazzi) Questo album è di gran lunga più complesso dei nostri precedenti, curato meticolosamente in ogni dettaglio: i riff, i testi, l’interazione tra gli strumenti e le atmosfere che riflettono ciò che stiamo raccontando. È l’album, e potrà sembrare una frase fatta dirlo, anche se sono il primo critico di noi stessi, che avevo sempre sperato riuscissimo a scrivere un giorno.
Una dose concentrata di death metal maturo, melodico ma al tempo stesso ricco di profondità lirica e di immagini evocative. Volevamo che l’album lasciasse un persistente senso di inquietudine interiore, oltre al suo impatto sonoro: un disagio che ferisce, ma che viene anche esorcizzato attraverso l’atto stesso dell’ascolto.
In questo senso ‘Beastmaster of the Void’, oltre a raccontare i fatti delle Bestie di Satana, è uno degli esempi più diretti del concept dell’album ed è per questo un brano particolarmente adatto come singolo.”
Avete scelto di ispirarvi a casi reali di cronaca nera italiana. Come avete trovato l’equilibrio tra analisi artistica e rispetto per la gravità dei fatti?
“I casi sono stati scelti per veicolare un messaggio. Il processo di immedesimazione porta inevitabilmente, pur nel rispetto di ciò che è accertato, a una certa dose di romanticizzazione, che per me deve però nascere dalla storia stessa, in modo da consegnarla all’ascoltatore in una forma artistica, senza piegarla alle mie idee o alterarne i fatti.
Questo è, per me, il vero rispetto. Ci sono immagini forti, sgradevoli e disturbanti, ma tutto ciò che viene raccontato è realmente accaduto.”
Il titolo ‘Horror Vacui’ richiama il vuoto esistenziale più che l’orrore in sé. Quando avete capito che il vero tema del disco non era il crimine, ma ciò che lo precede?
“Da subito. Una volta definito il concetto di ‘Horror Vacui’, incentrato su veri assassini e sul vuoto psicologico ed esistenziale che si cela dietro le loro azioni, ho scelto le figure specifiche in base a quanto profondamente le loro storie si legassero a questo tema e alle dimensioni psicologiche che sentivo potessimo esplorare attraverso di esse.
‘Horror Vacui’ è una discesa nel vuoto psicologico ed esistenziale che si cela dietro reali atti di omicidio. Ogni brano racconta una storia vera non per glorificare la violenza, ma per esplorare il vuoto che la genera. È un album in cui il death metal incontra la fragilità umana, fondendo brutalità, melodia e riflessione.”
Ogni brano racconta un diverso “collasso umano”. Avete notato elementi ricorrenti che tornano da storia a storia?
“Ciò che accomuna queste storie non è il sangue, ma il vuoto, un’assenza condivisa che corrode dall’interno. Nulla, per me, fa più paura dell’affrontare la vita senza trovare uno scopo e una risposta alla domanda: “Perché esisto?”. Questo male di vivere riguarda ogni essere umano, ma alcuni ne vengono semplicemente sopraffatti.
Il modo di esorcizzare questo disagio comune è poi diverso per ciascuno: c’è chi ha cercato redenzione attraverso la fede o il rituale, chi attraverso l’amore, la bellezza o il controllo. Tutti, però, sono stati inghiottiti dallo stesso nulla che cercavano di colmare.
Per noi queste storie non rappresentano una fascinazione morbosa, ma un mezzo per esplorare ciò che accade quando il significato crolla, quando la mente umana, privata di scopo ed empatia, trasforma la paura del vuoto in violenza.
Ogni canzone rappresenta uno stato psicologico, un frammento di quel vuoto, dall’illusione spirituale all’ossessione erotica, dalla punizione divina alla follia del controllo.”

In ‘Beastmaster of the Void’ emerge forte il tema dell’alienazione adolescenziale. Quanto pensate che il contesto sociale contribuisca alla perdita di identità?
“Il satanismo “acido” non è altro che una forma di esorcismo della paura di cui parlavamo prima. L’estrazione sociale conta relativamente, perché davanti alle nostre paure siamo tutti uguali.
Se invece per contesto intendiamo l’incontro con la persona sbagliata nel momento sbagliato, allora incide moltissimo. È una strada facile entrare in una setta in cui ci si sente parte di qualcosa, non si è soli nel dolore e non si deve pensare, perché qualcuno ti introduce a presunti “misteri” e ti “mostra la via”.
Tutte le controculture, ovviamente con esiti molto meno nefasti, rappresentano in fondo una risposta alla solitudine. È come dire: soffro, soffri anche tu, ma insieme possiamo farcela. Anche noi metallari ci siamo dati una sorta di codice di condotta e persino un modo di vestire per riconoscerci, condividere e non sentirci soli.”
Questo è il vostro lavoro più introspettivo: in cosa si differenzia, a livello emotivo, da ‘Surgere et Cadere’?
“Tantissimo. ‘Surgere et Cadere’ è un album storico: racconta le battaglie e le lotte di un popolo che cerca di preservare la propria identità contro l’ingerenza di Roma. È come un film d’azione, in cui la violenza è il filo conduttore della narrazione. Mi ero divertito a documentarmi su ciò che scrivevo, ma non ero entrato in risonanza con la psicologia dei personaggi come è accaduto questa volta.
Durante la scrittura di questo disco, alcuni aspetti come dettagli, pulsioni e desideri mi hanno profondamente disturbato. Per immedesimarmi nei protagonisti ho dovuto far emergere i mostri che loro stessi combattevano, e a volte ciò che affiora non è affatto piacevole.”
La narrazione in ‘Horror Vacui’ è quasi cinematografica. Quanto conta lo storytelling rispetto all’impatto puramente musicale?
“Per me, che scrivo i testi, conta ovviamente moltissimo. In generale, però, credo che la musica non abbia senso senza un testo all’altezza. Testo e musica devono essere un’amalgama perfetta, capace di veicolare una sensazione e allo stesso tempo lasciare spazio all’ascoltatore per inserirvi i propri significati.
Per questo motivo ci sono band che, pur avendo riff eccellenti, non riesco ad apprezzare fino in fondo a causa di testi che trovo completamente banali. Al contrario, realtà come i Cradle of Filth raggiungono per me un livello molto alto proprio perché testo e musica creano un’opera unica, capace di evocare immagini e alludere a molteplici significati.”

Musicalmente il disco è diretto e feroce, ma mai caotico. Come avete lavorato sugli arrangiamenti per mantenere tensione e chiarezza narrativa?
“Scriviamo ancora soprattutto in modo old school, siamo una band da sala prove. Barra, Andrea Baraldi, porta la maggior parte delle idee e dei riff, che inizialmente sono frammenti scollegati, ognuno con una propria atmosfera. In base al mood e a ciò che ci suggeriscono, Nicholas e io iniziamo a lavorarci insieme in sala prove, costruendo lo scheletro del brano.
In questa fase abbozzo spesso le linee vocali usando parole casuali o suoni improvvisati, qualcosa che sembri una lingua. Il pezzo deve funzionare già così, prima ancora che esistano dei testi veri e propri.
Successivamente entrano in gioco Luca e Michele, che scrivono le loro parti e contribuiscono con idee di arrangiamento. È lì che rifiniamo ogni dettaglio: stacchi, transizioni, interplay e dinamiche. Solo quando tutto può essere suonato dal vivo in sala e il brano è ormai solido trasformo i pattern vocali in testi definitivi.
Dal momento che il concept dell’album viene stabilito prima dei brani, decido di cosa parlerà ogni traccia in base all’atmosfera che sta emergendo, scegliendo tra i temi che abbiamo pianificato. Condivido sempre queste scelte con gli altri, così che possano influenzare l’arrangiamento e, se serve, ispirare anche nuovi riff.
La nostra base resta quella di una band death metal, a volte più melodica e a volte meno, con forti influenze svedesi e una componente thrash. Ogni membro rielabora questo linguaggio durante l’arrangiamento, ed è così che si è formato il nostro suono. Non partiamo mai dall’idea di scrivere in uno stile preciso: sviluppiamo le idee come vengono, senza preoccuparci delle etichette. Sono le nostre canzoni, e il nostro genere è semplicemente ciò che suoniamo.”
Andrea, come hai costruito il registro vocale per rendere credibile una narrazione così oscura senza cadere nella teatralità eccessiva?
“Canto da molto tempo. All’inizio volevo quasi copiare Chuck Schuldiner in ‘The Sound of Perseverance’, avevo circa quattordici anni, e infatti il primo disco che ho registrato nel 2002 con i Bad To The Bone è molto simile a quello stile.
Con gli anni mi sono evoluto e credo di aver trovato una mia voce, un growl “catarroso” che mi rende riconoscibile, nel bene o nel male, rispetto a chi oggi magari impara guardando tutorial su come cantare metal. È stato soprattutto un percorso fatto di prove ed errori, attraverso il quale ho sviluppato un mio modo di usare il growl senza farmi male, cantando le note e non utilizzando la voce solo come strumento ritmico.
Mi piace infatti cantare anche in pulito, anche se nei Karmian succede quasi mai.”
Avete dichiarato di non voler glorificare la violenza. Pensate che il metal abbia una responsabilità particolare quando affronta certi temi?
“No. Per me il metal deve trasmettere almeno uno di questi due elementi: disagio oppure violenza, intesa come impatto sonoro violento. Quando si affrontano argomenti controversi e si sceglie di farlo, credo che non debbano esserci censure.
Alcune immagini, per esempio in ‘Beastmaster of the Void’, sono molto estreme. Questo non significa ovviamente che io sia d’accordo con ciò che rappresentano o che le metterei mai in pratica. Non credo che il metal debba veicolare messaggi morali, ma piuttosto sensazioni.
Per me il metal è sempre stato uno specchio, con una certa cornice, dentro il quale potevo riversare i miei disagi durante l’ascolto ed esorcizzarli. Per questo, ad esempio, amo il black metal delle origini. Mi calma, mi tranquillizza, mi fa stare bene. Mi permette di purificarmi in un certo senso, e questo non significa certo che andrei a bruciare chiese.”
Il concetto di “vuoto spirituale” sembra centrale. È qualcosa che percepite anche nella società contemporanea, al di là dei singoli casi raccontati?
“Certo. Quello che mi spaventa oggi è che a volte non si tratti nemmeno più di un vuoto spirituale, ma di un vuoto e basta, senza motivazioni e senza una dimensione interiore, solo il nulla.
Vengono compiuti atti anche efferati senza un vero perché, quasi per gioco. Tutto è estremamente veloce e questo non lascia più il tempo di pensare, di fare introspezione, di darsi delle risposte e persino di praticare una forma di autoterapia. Tutto sembra superficiale, ed è pericoloso.”
Dopo vent’anni di carriera, sentite che questo album rappresenta una sintesi definitiva della vostra identità artistica?
“È la sintesi definitiva della nostra identità artistica attuale, ma ci piace guardare avanti senza fretta. Proprio per questo, il prossimo disco sarà sicuramente qualcosa di diverso, perché saremo diversi anche noi.”
Come ha influito il nuovo assetto della band sul processo compositivo di ‘Horror Vacui’?
“Siamo cresciuti molto a livello tecnico, anche i membri storici. La batteria, per esempio, è oggi molto più intricata rispetto al passato, grazie al lavoro costante che Nicholas dedica al miglioramento personale.
Con l’ingresso di Michele e Luca nella band, abbiamo potuto esplorare tutto ciò che desideravamo fare musicalmente, senza preoccuparci se saremmo stati davvero in grado di realizzarlo. Di conseguenza, questo album è il disco più maturo, elaborato e fortemente death metal che abbiamo mai scritto.
Inoltre, abbiamo scelto una produzione moderna, ma con tutto suonato in modo acustico, per catturare anche su disco l’essenza della nostra esperienza dal vivo, che è davvero il nostro marchio di fabbrica. Non è stato usato alcun trucco di studio per creare qualcosa che non potessimo riprodurre sul palco.”
Pensate che un album così concettuale richieda un ascolto più attento e “lento” rispetto agli standard attuali?
“No, non lo richiede in senso obbligatorio. Credo che l’album abbia un impatto anche a un livello più immediato e superficiale. Ovviamente, per me, per essere apprezzato fino in fondo andrebbe compreso sia musicalmente sia a livello di testi.
Mi rendo però conto che oggi, nel 2026, solo una percentuale molto ridotta di persone si prenderà davvero il tempo di farlo, di documentarsi sulle storie, di cercare di capire i riferimenti, di notare ad esempio che quando in ‘The Call of the Abyssal Bell’ dico “on a full moon night”, quella sera c’era davvero la luna piena, o di chiedersi cosa sia il “pain mark” in ‘Beyond the Dream Gate of Fear’. Gli esempi sarebbero tanti, li lascio scovare a quei pochi.”
Dopo aver esplorato il vuoto umano in modo così radicale, dove vedete i Karmian dirigersi artisticamente nel futuro?
“Personalmente mi piacerebbe inserire qualche vena black all’interno delle nostre canzoni, ma la verità è che a un certo punto troveremo semplicemente un nuovo tema di cui parlare, e sarà l’immedesimazione stessa a suggerirci la direzione.
Sicuramente sarà ancora un concept, perché è ciò che ci stimola di più. Il come non lo decidiamo mai a priori, anche perché non siamo mai riusciti, e forse non abbiamo mai voluto, imbrigliarci davvero in un genere preciso, anche se questo renderebbe probabilmente più facile venderci.”

Leggi di più su: Karmian.