Nomad – Il primo respiro di ‘Oxygen’

Il 22/03/2026, di .

Nomad – Il primo respiro di ‘Oxygen’

Con ‘Oxygen’, i Nomad fanno il loro ingresso ufficiale sulla scena discografica con un debut album ambizioso e fortemente identitario, atteso per marzo 2026. Provenienti dall’underground di Kortrijk, i sei belgi costruiscono un post-metalcore cinematografico e stratificato, in cui aggressività e atmosfera convivono in costante tensione. ‘Oxygen’ non è una semplice raccolta di brani, ma un percorso concettuale che ruota attorno alla dualità: soffocamento e rilascio, pressione e catarsi, distruzione e lucidità. Attraverso muri di chitarre, elettronica immersiva e un’intensità emotiva sempre centrale, l’album riflette il disagio e la complessità del presente, trasformandoli in un’esperienza sonora compatta e coinvolgente. Abbiamo parlato con il chitarrista Laurens Goeminne per approfondire la visione, il processo creativo e le fondamenta artistiche di questo primo, decisivo capitolo dei Nomad.
Il nuovo disco è anticipato dal singolo ‘Breath’. Perché avete scelto questo brano come primo manifesto di ‘Oxygen’?
“(Laurens) ‘Breath’ ci è sembrata la scelta più onesta e diretta per aprire le porte di ‘Oxygen’. Non accompagna lentamente l’ascoltatore, lo mette subito di fronte a ciò che siamo. Questa immediatezza riflette anche perfettamente ciò che è il sound dei Nomad: crudo, intenso e senza strati superflui. Musicalmente bilancia aggressività e spazio in un modo che rappresenta molto bene l’album nel suo insieme. Dal punto di vista concettuale, il brano incarna anche la tensione centrale di ‘Oxygen’: un continuo tira e molla tra pressione e sollievo, tra salita e caduta. Come dichiarazione d’apertura del disco, credo che ‘Breath’ soddisfi pienamente le aspettative.”
Il brano parla di soffocamento e liberazione: questi temi nascono più da esperienze personali o da pressioni sociali più ampie?
“I temi sono profondamente radicati in esperienze personali vissute all’interno della band. Cose come separazioni, depressione e ansia hanno segnato sia le nostre vite sia la nostra musica. Allo stesso tempo, però, non si tratta di storie isolate. I problemi di salute mentale caratterizzano la nostra generazione e per molte persone sono ancora difficili da affrontare apertamente.
‘Breath’ riflette quella sensazione di sopraffazione, di restare senza aria a livello mentale, ma anche il bisogno di continuare a cercare una via di liberazione.”
Il suono dei Nomad bilancia caos e atmosfera. Come decidete quando trattenervi e quando colpire duro?
“Credo che sia soprattutto istintivo. Non pensiamo in termini di parti ‘pesanti’ o ‘soft’, ma in base a ciò di cui il brano ha bisogno in quel momento. A volte la moderazione crea più tensione dell’aggressività, altre volte invece serve colpire duro per liberare tutto ciò che si è accumulato. A volte la nota che non suoni conta più di quella che suoni.”
Essendo un debut album, ‘Oxygen’ appare già molto focalizzato a livello concettuale. L’idea della dualità c’era fin dall’inizio o è emersa durante la scrittura?
“Il concept non esisteva come idea fissa fin dall’inizio, ha preso forma gradualmente durante il processo di scrittura. Man mano che continuavamo a comporre, certi temi e contrasti tornavano spesso, aiutandoci a definire la dualità al centro di ‘Oxygen’. Durante il percorso abbiamo anche scartato parecchio materiale. Non perché non fosse valido, ma perché non serviva all’album nel suo insieme. Questo processo ci ha aiutato a rendere il disco più focalizzato. Eliminando i brani che non si inserivano nel flusso emotivo e concettuale, quelli rimasti hanno iniziato a sentirsi più connessi e intenzionali. Alla fine l’album è diventato meno una raccolta di canzoni e più una storia coerente.”
La vostra musica ha un taglio molto cinematografico. Pensate in modo visivo mentre componete o questo aspetto arriva più tardi in produzione?
“Non pensiamo consapevolmente in termini visivi mentre componiamo, almeno non in modo condiviso. Non c’è un’idea visiva comune fin dall’inizio. Essendo in sei, è naturale che ci siano sei interpretazioni diverse di come la musica potrebbe apparire visivamente.
Se il risultato è cinematografico, credo sia perché cerchiamo sempre un punto d’incontro tra tutti i membri della band, assicurandoci che tutti siano allineati nella direzione che stiamo prendendo.”

In che modo la scena underground di Kortrijk influenza il vostro approccio come band?
“Cerchiamo di partecipare attivamente alla scena della città e non solo, anche perché a tutti noi piace andare a vedere concerti. Inoltre organizziamo un evento annuale, il Kortrijk Wasteland, dove invitiamo band della scena ad aprire per un gruppo più grande. È un modo per farci conoscere da nuovi pubblici, offrendo allo stesso tempo un palco a nuovi talenti locali o portando band dal resto del Belgio o dall’Europa nella nostra città.”
Con tre chitarre e tastiere in gioco, come evitate di sovraccaricare il suono mantenendolo comunque massiccio?
“Raramente ci sovrapponiamo perché siamo musicisti molto diversi tra loro. Björn tende a un approccio metalcore più old-school, basato su downpicking serrato, mentre io ho uno stile più dinamico e moderno. Le tastiere non competono mai con le chitarre. David ha un grande senso dell’atmosfera: sa esattamente quando supportare un riff e quando introdurre una melodia dove sembrava impossibile. Questo equilibrio permette alla musica di risultare più grande e stratificata senza diventare caotica.”
Molte band citano influenze simili ma suonano molto diverse. Cosa pensi distingua davvero i Nomad?
“Abbiamo tutti influenze molto ampie e differenti. Le grandi band metalcore della nostra giovinezza — come Avenged Sevenfold, Trivium, Parkway Drive, Bullet For My Valentine, As I Lay Dying, Bring Me The Horizon e August Burns Red — rappresentano il terreno comune che ci ha uniti, ma ognuno di noi segue anche altre direzioni. Questo porta prospettive diverse nel processo di scrittura. Io ad esempio seguo costantemente le nuove uscite di band moderne come Landmvrks, Polaris, Paleface, Thrown, Guilt Trip, Currents e Silent Planet. David invece ha una conoscenza più limitata del metal in generale. Björn resta più legato alle band con cui è cresciuto, dando un’impronta metalcore più classica, mentre Mathijs fa da ponte tra me e Björn. Arne ha una conoscenza vastissima che scende in profondità nell’underground, e Jason, il più giovane, contribuisce a mantenere un tocco moderno. In più, nessuno di noi ha paura di esplorare altri generi. Possiamo trarre ispirazione davvero da qualsiasi cosa. È questo cocktail di influenze a rendere Nomad qualcosa di nuovo e unico.”
L’elettronica ha un ruolo sottile ma importante. In che modo synth e texture modellano il peso emotivo dei vostri brani?
“L’elettronica è una parte fondamentale del nostro suono, non un semplice contorno. A volte resta sotto la band per rendere tutto più incisivo o per creare atmosfera, altre volte prende il comando e definisce l’intero mood di un brano. I synth ci permettono di colpire emozioni che chitarre e batteria non sempre riescono a raggiungere. Una texture tagliente e sporca può aggiungere urgenza, uno strato elettronico pesante può rendere un breakdown ancora più intenso. È un elemento cruciale del suono dei Nomad.”
‘Oxygen’ è pensato per essere ascoltato come un viaggio completo più che come singoli brani?
“Ogni canzone funziona anche da sola, con la propria storia e identità, quindi non è necessario ascoltarle in ordine per entrarci in contatto. Tuttavia, tutti i brani condividono la stessa dualità: pressione contro rilascio, affogare contro respirare. Ascoltato dall’inizio alla fine, ‘Oxygen’ diventa una narrazione più ampia di questa lotta. Funziona anche singolarmente, ma come insieme colpisce con uno scopo più chiaro.”
Il metalcore di oggi spesso mescola generi diversi. Lo vedete come un’evoluzione o come una necessità?
“L’evoluzione ha trasformato il metalcore moderno nello spettro ampio che è oggi. Questa varietà crea però anche una necessità per le nuove band di innovare e sperimentare nuovi approcci nel combinare melodia e pesantezza, per non suonare come tutti gli altri.”
Qual è stato il rischio creativo più grande che avete corso con questo disco?
“Probabilmente il fatto di non esserci attenuti a strutture di canzone tipiche e di aver deciso di occuparci autonomamente di registrazione, mix e mastering. Questo ci ha permesso di andare avanti senza un grande budget, modellando il nostro suono come volevamo, restando flessibili e potendo investire di più in tutto ciò che accompagna l’uscita del disco.”
Come riuscite a portare dal vivo un materiale di studio così stratificato?
“Anche se il disco contiene alcuni strati extra per aumentare atmosfera e impatto, dal vivo ci atteniamo alle parti originali, lasciando fuori gli elementi aggiuntivi per non complicare troppo le cose o sovraccaricare il mix. Essendo in sei, gran parte delle stratificazioni è già integrata naturalmente nella nostra musica. Credo inoltre che siamo bravi a lasciarci spazio a vicenda e a concentrarci su ciò di cui il brano ha bisogno, rendendo la resa live più chiara e coerente.”
Dopo aver presentato i Nomad con ‘Breath’, cosa volete che provino gli ascoltatori quando l’album uscirà a marzo 2026?
“Vogliamo che le persone capiscano chiaramente chi sono i Nomad e cosa rappresentiamo, e che si uniscano al nostro viaggio. Il nostro obiettivo è portare queste canzoni dal vivo e suonarle con il massimo impatto possibile. Se l’album spinge le persone a venire ai concerti, muoversi e sentirsi parte di qualcosa, allora avremo fatto centro.”

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