Lili Refrain – Il suono come rito, il palco come soglia
Il 27/03/2026, di Maria Teresa Balzano.
C’è una linea sottile, quasi invisibile, che separa il concerto dal rito. Lili Refrain cammina da anni esattamente su quel confine, trasformando il palco in un luogo di passaggio, la musica in un atto fisico, il suono in una forza che precede le parole. Polistrumentista, compositrice e performer romana attiva dal 2007, ha costruito negli anni un progetto solista radicalmente personale, lontano dalle dinamiche di genere e dalle convenzioni di scena. Il suo lavoro si muove su un territorio di confine in cui folk arcaico, psichedelia, blues primordiale, metal e minimalismo rituale convivono senza mai fondersi in una formula riconoscibile o rassicurante.
Il cuore del progetto è il live: chitarra elettrica, voce, percussioni, synth e loop station vengono utilizzati senza basi preregistrate o supporti digitali. Tutto accade in tempo reale, sotto gli occhi del pubblico. Non c’è mediazione tecnologica che protegga dall’errore: la performance diventa esposizione totale, rischio, costruzione e possibile crollo. È in questa tensione che il progetto trova la propria forza.
Il percorso discografico riflette un’evoluzione costante e mai lineare: dall’esordio ‘Lili Refrain’ (2007) e ‘9’ (2010), passando per ‘Kawax’ (2013), ‘Ulu’ (2020) e ‘Mana’ (2022), fino a ‘Live in London – Hammersmith Apollo’ (2024). Nel 2026 inaugura una nuova fase con ‘Nagalite’, un’opera concepita come una suite in quattro movimenti.
L’abbiamo incontrata per parlare di suono, corpo, trasformazione e futuro.
La tua musica sembra nascere da una necessità più che da una scelta estetica. Ti riconosci in questa definizione? Quando hai capito che il suono sarebbe diventato un bisogno, prima ancora che una forma di espressione?
“Mi riconosco totalmente. Ho iniziato a percepire la musica come un grande antidoto alla gravità fin da bambina. Se avevo paura di qualcosa, canticchiavo: ero convinta che il suono potesse creare uno scudo, allontanare interferenze invisibili. In qualche modo ha sempre funzionato. Prima ancora di essere un linguaggio è stata una protezione, un canale attraverso il quale dialogare molto profondamente con le proprie ombre e riuscire a dipanarle.”
Nel tuo progetto il live è centrale e tutto viene costruito in tempo reale. Che ruolo ha il rischio nella tua musica e quanto è importante l’idea di esposizione totale sul palco?
“Più che rischioso, il live mi mette in uno stato di attenzione estrema, un focus speciale che mette in connessione ogni cosa. Le possibilità di errore sono più alte quando si gestisce tutto dal vivo e in tempo reale, ma credo sia proprio questo a rendere la performance molto emozionante! Tutto avviene passo dopo passo sotto gli occhi di chi guarda e ascolta, senza alcun trucco e senza alcuna replicabilità. In qualche modo questo rompe una barriera e quello che può essere un limite diventa un punto di forza, la condivisione di questa sorta di vulnerabilità la trovo profondamente liberatoria.”
La loop station è spesso vista come uno strumento di controllo. Nel tuo caso sembra invece un mezzo per perderlo. Che rapporto hai con l’imprevedibilità?
“La loop station non è uno strumento così tanto imprevedibile: è un registratore, fa esattamente ciò che gli viene chiesto. Imprevedibili siamo noi! Gestirne cinque contemporaneamente richiede un controllo rigoroso e una preparazione fisica e mentale molto precisa, perché ogni gesto ha conseguenze immediate. Un pedale premuto male, un feedback che rientra, un tempo che slitta…e ovviamente non si può tornare indietro! Ma esattamente come in un processo omeopatico è la stessa dose di controllo che crea il suo opposto, generando un’ apertura. C’è un momento in cui la ripetizione dei loop strato dopo strato smette di essere tecnica e diventa quasi uno stato di trance: un mantra. Il controllo serve solo a creare le condizioni perché avvenga questo slittamento, la mente si sposti altrove e la musica possa accedere ad un altro livello di percezione.”
L’introduzione del taiko e del throat singing o del canto lirico ha modificato il tuo linguaggio musicale. Quanto queste pratiche hanno trasformato anche il tuo modo di stare sul palco?
“Il taiko è uno strumento molto coreografico e ha sicuramente arricchito non solo il mio modo di suonare le percussioni ma anche tutta l’attuale gestualità della performance. Molti dei movimenti che si fanno per suonarlo arrivano direttamente dalle forme delle arti marziali unendo così due delle mie più grandi passioni. Suonare con questa intenzione ha senza dubbio amplificato l’aspetto rituale della performance, inoltre il calore sviluppato dai movimenti ampi agevola moltissimo anche il focus della voce e quindi del passaggio tra tanti stili e registri anche molto diversi tra loro.”
Il concetto di energia vitale è centrale in ‘Mana’, che ti ha portata su prestigiosi palchi internazionali. Come si traduce questa idea nelle tue composizioni e che rapporto ha con lo stato di coscienza, tuo e di chi ti ascolta?
“‘Mana’ è un disco che è stato scritto durante la pandemia, in un momento di separazione forzata e normalizzazione della distanza, ma anche in un periodo storico segnato da forti migrazioni umane. Una parte del mondo è stata forzata a fermarsi mentre un’altra parte provava ad attraversare con tremende difficoltà confini e mari, costretta da condizioni terrificanti e disumane. È principalmente a loro che questo disco è dedicato. Ho sentito il bisogno di opporre a una narrazione di paura e separazione qualcosa di propulsivo, di vitale. La grande presenza di tamburi e percussioni che non avevo ancora mai usato prima, ha sicuramente avuto un ruolo chiave in quel disco: sono strumenti di riconnessione, di movimento. Se quell’ energia è riuscita a passare e a creare legami, allora il lavoro ha avuto senso.”
La parola “rituale” viene usata spesso per descrivere la tua musica. Pensi che chiarisca davvero il tuo lavoro o rischia di diventare un’etichetta comoda?
“La musica é un rituale, forse uno dei pochi che ci restano. Non la considero un’etichetta: è come chiamare nutrimento il cibo! Non penso che qualcuno sia ancora riuscito ad etichettare il mio lavoro, io stessa non saprei come definire ciò che faccio, ma se ha usato questa parola probabilmente è perché la mia musica gli avrà evocato qualcosa alla quale è riuscito a riconnettersi, e di questo posso solo essere felice.”
Il tuo linguaggio sonoro dialoga con l’idea di arcaico e di memoria collettiva. Che rapporto hai con il passato: lo attraversi o lo metti in discussione?
“Mi piacerebbe che il passato fosse come la buona memoria di un saggio: un patrimonio di esperienza da cui trarre consigli per vivere meglio il presente. Una memoria critica da cui imparare a non ripetere gli stessi errori. Ma oggi direi che viviamo tutti sulla nostra pelle l’esatto opposto, il presente ci racconta quanto facilmente entriamo in dinamiche di ripetizione che ci portano totalmente alla deriva. In questa sconnessione e disequilibrio totale mi piace credere che la musica riesca ancora ad attivare delle memorie profonde per ricordarci, riconnetterci, riequilibrarci, tornare in armonia, anche se solo per lo spazio di un concerto.”

‘NAGALITE’ viene presentato come una suite più che come un album. In che modo questa forma ti ha permesso di lavorare sulla trasformazione in maniera più radicale rispetto al passato?
“I quattro movimenti sono parte di un unico organismo, un serpente immaginario che attraversa tutto il disco. Lavorare come flusso continuo ha reso la trasformazione più radicale.”
In ‘NAGAL’, cuore pulsante dell’opera, il serpente non è minaccia ma compagno: indica il ritmo della trasformazione, ricordando che la forza non è mai separata dalla cura. È la parte del mondo che ci vuole vivi. In un’epoca in cui la violenza sembra normalizzata, quanto è stato importante per te rivendicare il cambiamento come atto d’amore?
“È stato centrale. Cambiare non è distruggere, ma prendersi cura. Divenire sabbia negli ingranaggi non per odio, ma per impedire che continuino a macinare vite.”
In ‘Coil’ emerge l’idea della soglia, del rischio, di uno spazio liminale: il luogo in cui veleno e rimedio si sfiorano, dove la visione nasce nel punto esatto in cui paura e desiderio si incontrano. Pensi che oggi ogni trasformazione autentica debba necessariamente passare attraverso una scelta scomoda o pericolosa?
“La trasformazione non è mai comoda. Attraversare una soglia significa mettere in dubbio una sicurezza apparente. Pericoloso è restare fermi.”
‘Lithos’ parla di sepoltura e rinascita collettiva, un requiem per un mondo devastato, ma anche una preghiera d’amore. Quanto il tempo storico che stiamo vivendo ha inciso sul tono e sulla gravità di questo lavoro?
“Enormemente. È un requiem nato dal lutto e dall’impotenza, ma anche una preghiera. La sepoltura non è resa, è il tentativo di immaginare una guarigione collettiva.”
Grazie Lili, è stato un piacere averti di nuovo sulle nostre pagine.
“Grazie a te!”