Anneke van Giersbergen – La trilogia dell’esistenza

Il 15/04/2026, di .

Anneke van Giersbergen –  La trilogia dell’esistenza

Con ‘La Mort’, secondo capitolo della trilogia dedicata ai tre grandi pilastri dell’esistenza — vita, morte e amore — Anneke van Giersbergen prosegue un percorso artistico intimo e profondamente umano. Un lavoro che si muove tra suggestioni letterarie, atmosfere evocative e una scrittura che rifugge la superficialità per cercare una verità più autentica.
In questa intervista, l’artista olandese racconta il significato di questa trilogia, il rapporto tra intuizione e controllo nel processo creativo, il valore dell’onestà nella scrittura e il ruolo della musica come spazio di connessione e condivisione emotiva, oggi più che mai necessario.

Questo lavoro ha una qualità molto letteraria, una forte impronta evocativa. Ci sono stati scrittori, libri o riferimenti artistici specifici che ti hanno ispirata mentre lo stavi plasmando?
“Cerco sempre di scrivere seguendo ciò che sento, nel modo più poetico che riesco a trovare. Alcuni testi, certo, sono più diretti, più concreti, ma in generale provo a cercare parole belle, parole che abbiano un peso e una grazia particolare.
Non direi però che ci siano stati autori specifici o figure precise ad avermi ispirata in modo diretto.”
Te lo chiedo perché l’intero concept, comprese le immagini, mi ha ricordato qualcosa che si potrebbe ritrovare nella letteratura o in una certa arte concettuale.
“È interessante, mi fa piacere.”
Una cosa che trovo davvero interessante è che ‘La Mort’ si trovi al centro della trilogia: quasi suggerisce che la morte non sia una conclusione, ma una transizione. È stata una scelta intenzionale?
“Sì, assolutamente. Mi piace molto questa domanda.
In realtà avevo pensato alla trilogia e ai suoi titoli già molto tempo fa. Poi tutto il processo è iniziato davvero, con la scrittura e con le registrazioni, e in qualche modo ogni cosa ha trovato il proprio posto in modo naturale. Le canzoni, quello che stavo attraversando, il tempo che passava: tutto si è collegato da sé.
Per questo penso che il percorso abbia una sua logica molto naturale. E sì, credo che la morte sia una transizione. Credo invece che l’amore sia la conclusione.
È qualcosa che tutti cerchiamo: la vita e la morte sono inevitabili, sappiamo che siamo qui e sappiamo che un giorno lasceremo questo pianeta. L’amore, invece, è ciò che dobbiamo trovare lungo il cammino. Non è qualcosa che ci viene semplicemente dato o che riconosciamo automaticamente. È lì, ma va cercato. E penso che sia proprio ciò che tiene insieme tutto il resto.”

È quasi come se l’amore continuasse anche oltre la morte, come se non fosse qualcosa che finisce davvero.
“Sì, sono d’accordo.”
Ed è anche per questo che collocare ‘L’Amour’ alla fine sembra quasi una dichiarazione d’intenti…
“Lo è, assolutamente. Hai colto perfettamente il senso. E penso che questo abbia anche a che fare con tutto ciò che accade continuamente nel mondo. Ci sono sempre guerre, sempre conflitti, sempre una certa dose di negatività e oscurità nelle nostre vite. Dobbiamo riconoscerlo, certo, e cercare di migliorare le cose, soprattutto nel nostro piccolo, nel raggio d’azione che ognuno di noi ha.
Ma credo anche che servirebbe molta più attenzione verso la positività e verso l’amore, perché è una forza potentissima. Se tutti noi dedicassimo un po’ più di spazio all’amore, al perdono, al rispetto, all’uguaglianza, penso davvero che il mondo sarebbe un posto migliore.
E credo anche che le notizie e i media dovrebbero soffermarsi molto di più sulle cose positive, anche quando sono piccole, perché altrimenti finiamo per avere l’impressione che tutti siano arrabbiati, aggressivi, fuori controllo.”
Sì, in effetti è proprio questa la sensazione che si ha.
“Esatto. E così ci si dimentica che la maggior parte delle persone, in realtà, è fatta di persone perbene, persone gentili, che vogliono fare del bene a sé stesse e a chi hanno intorno. Anche per questo mi sembra un modo importante di parlarne.”
Pensi che questo sia un periodo difficile per fare musica, o arte in generale?
“Credo di sì. Ed è una bella domanda, perché a volte si ha la sensazione che musica, cinema o arte siano qualcosa di secondario, quasi di frivolo, se confrontati con gli aspetti più duri della vita. Eppure penso che l’arte, la musica, i film, qualunque forma di espressione creativa, siano in realtà profondamente necessarie. Lo sono per la nostra salute mentale: per chi crea, ma anche per chi ascolta musica, guarda un film o osserva un dipinto.
Sono cose che ci mantengono lucidi, che ci ispirano, che ci tengono uniti. Basta pensare a un concerto dal vivo: le persone si ritrovano insieme attorno alla musica. E io stessa, oltre a salire sul palco, vado anche ai concerti come spettatrice. In quei momenti facciamo tutti la stessa cosa: condividiamo l’amore per una band, per una canzone, per una certa atmosfera. Nel nostro pubblico ci sono persone di ogni provenienza, di ogni tipo, e per qualche ora diventiamo tutti una cosa sola dentro un club rock. Ecco perché credo che sia fondamentale continuare a fare arte, musica, e a difenderne il valore.”
Sì, è quasi come una forma di terapia collettiva.
“Sì, assolutamente.”
Quando si scrive di vita, morte e amore è molto facile scivolare nel cliché, proprio perché sono temi universali. Come fai ad affrontarli senza perdere autenticità?
“Non ne sono del tutto sicura. Però credo che la forza di tutto questo stia forse nel fatto che non cerco forzatamente modi alternativi per dire certe cose. I cliché esistono anche perché, in fondo, contengono una verità. Perdere qualcuno che ami, innamorarsi, attraversare il dolore: sono esperienze universali, e tutti prima o poi hanno a che fare con queste cose.
Io cerco semplicemente di scriverne nel modo più poetico e più bello possibile, ma anche nel modo più onesto possibile, partendo sempre dal cuore. A volte penso davvero che un cliché sia un cliché proprio perché è vero. Certo, ho cercato di evitare le formule e le frasi che si sentono ovunque, ma non è sempre facile.”
Quindi è stata questa, in fondo, la sfida per te.
“Sì. E spero sempre che chi ascolta riesca a trovare qualcosa di nuovo nei miei testi o nella mia musica. Ma anche se una persona ci trova qualcosa che ha già sentito mille volte, eppure le fa bene o le piace comunque, allora va bene lo stesso. Non sento il bisogno di essere “speciale” a tutti i costi o di distinguermi artificialmente. Scrivo di temi che appartengono a tutti, quindi non mi sento in alcun modo al di sopra degli altri solo perché li metto in musica.”
Credo però che sia il modo in cui costruisci il messaggio a fare davvero la differenza: le parole che scegli, ma anche la musica che costruisci attorno a esse. È lì che un cliché può trasformarsi in qualcosa che ha davvero un impatto.
“Sì, è vero. È assolutamente vero. Anche a livello di suono e di produzione, a volte sarebbe molto facile fare leva sulle emozioni delle persone con qualcosa di estremamente semplice: parole dirette, frasi come “ti amo”, “ti sarò sempre fedele”… cose che sono state usate milioni di volte. Eppure sono vere.
Io però cerco di evitarle, perché voglio davvero creare qualcosa di bello. E credo che sia anche per questo che la nostra musica non passa molto in radio. Ogni tanto viene trasmessa, ma non così spesso. Perché quando finisco una canzone mi rendo conto che è, in fondo, musica alternativa.
Facciamo scelte diverse: nei suoni, nella produzione, nelle parole, nei temi. E chi ascolta metal, rock, prog o musica alternativa apprezza questo tipo di ricerca. Credo che sia proprio per questo che cerchiamo di andare un po’ più a fondo, sia nel linguaggio che nelle melodie e nelle sonorità.”
Quindi è come muoversi all’interno di una nicchia… e tu sei felice di questo?
“Sì, siamo sicuramente in una nicchia. Ma è una nicchia enorme, in realtà: milioni e milioni di persone ascoltano metal e prog. Però resta comunque una nicchia.
E me ne accorgo spesso: per noi questa è musica “normale”, mentre per altri può risultare strana, troppo pesante, troppo oscura. Noi siamo molto onesti in quello che facciamo, sia nella musica che nei testi. E chi ascolta questo tipo di musica lo capisce. Ci capiamo. Ed è una sensazione bellissima.
Non ho bisogno di suonare negli stadi per essere felice.”
Ti capita mai di pensare a come questo lavoro verrà recepito dagli ascoltatori, a livello personale? Che tipo di impatto emotivo potrebbe avere questa trilogia?
“Non si può mai sapere. Non si può mai sapere davvero. Ci sono persone che non capiscono, che semplicemente passano oltre. Ma ci sono sempre anche persone che capiscono, che colgono quello che stai cercando di dire.
E sì, a volte questa cosa genera anche un po’ di ansia. Perché io scrivo quello che sento, poi lavoriamo con la band, registriamo, pubblichiamo… e fino a quel momento sono felice. Ma proprio prima dell’uscita, mi viene sempre quel pensiero: e se a nessuno importasse?
Metti dentro un lavoro così tanto tempo, energia, soldi… e magari non sarà abbastanza per convincere le persone a venire ai concerti o a seguire il progetto. Però, alla fine, ci sono sempre persone che si riconoscono in quello che faccio. Ogni disco va in modo diverso: a volte meglio, a volte meno. Ma c’è sempre qualcuno che capisce.
Ed è una sensazione incredibile. È come dire: “Questo è il mio diario, leggilo”. E certo, se qualcuno lo prendesse in giro farebbe male. Ma non succede quasi mai. Anzi, succede il contrario. E questo è davvero speciale.”

Sì, e penso che avrà un forte impatto emotivo, anche perché in questo EP sembri completamente esposta, quasi “nuda”, per ciò che scrivi e per quello che c’è dietro.
“Sì, ho notato che più sono onesta, più le persone riescono a capirmi. Perché, in fondo, stiamo tutti vivendo le stesse cose: amore, morte, vita, natura, bellezza, bruttezza, paura, malattia.
E nella nostra scena — quella rock, metal, prog — non ci sono tabù. Le persone ascoltano tutto, capiscono, perché attraversiamo tutti le stesse esperienze e non abbiamo paura di parlarne. Ed è qualcosa di davvero bello. Ricevo molti messaggi, e anche dopo i concerti, quando parlo con le persone, mi raccontano storie di vita molto simili. E questo è un segnale: significa che le persone trovano forza nella musica. Nella mia musica, certo, ma nella musica in generale.”
Come una forma di cura, o di conforto.
“Sì, esatto. Come un amico. Come qualcuno che sta attraversando le stesse cose che stai vivendo tu.
E mi piace molto quando le persone condividono le loro esperienze con me, quando mi dicono “è successo questo, questo e questo” — perché lì si crea una connessione. Un legame molto forte tra musicista e pubblico.”
Quanto del suono finale nasce dall’intuizione e quanto invece da un controllo più consapevole?
“Entrambi. La prima fase della scrittura è pura intuizione. Però, a un certo punto, devi sederti, andare in studio, iniziare a lavorare concretamente. Durante la giornata, mentre viaggio, mentre sono in treno o in macchina, le idee arrivano — e le segno subito, sul telefono o ovunque mi capiti.
Quella è intuizione pura. Poi però arriva il momento in cui devi dare una forma a tutto: capire che tipo di disco sarà, come far funzionare insieme i brani, quali suoni utilizzare, che tipo di produzione scegliere. È lì che entra in gioco la parte più razionale.
Ma anche in studio l’intuizione resta fondamentale. Quando i musicisti provano un suono o iniziano a suonare qualcosa, spesso capisco subito se funziona oppure no. È una reazione immediata, istintiva. Quindi direi che l’intuizione ha un ruolo enorme, soprattutto nella prima impressione, nel sentire “di pancia” ciò che funziona.”
Immagino però che nella fase di registrazione entri molto più in gioco il controllo.
“Sì, esatto. Anche se non è mai così lineare.
Perché puoi pensare: “ok, ora abbiamo tutti gli elementi, registriamo”. Ma poi, per esempio, quando registri le voci, succedono piccole cose — un’imperfezione, una rottura nella voce — e a volte ti accorgi che proprio quelle imperfezioni funzionano, danno qualcosa in più.
E allora le lasci. Non cerco mai di rendere tutto perfetto, perché a quel punto smetterebbe di essere onesto. Anche nel processo più tecnico ci sono sempre momenti in cui ci affidiamo all’istinto.”
E credo che questa cosa arrivi molto all’ascoltatore. Si percepisce.
“Sì, ne sono convinta anch’io.”
Sono anche molto curiosa di sapere perché hai scelto il francese per i titoli. È una lingua molto evocativa.
“Lo è. Anni fa vidi un’intervista — non ricordo esattamente a chi, forse un musicista o qualcuno del mondo del cinema — e c’era questa idea di la vie, la mort, l’amour. E mi ha colpita immediatamente. Ho pensato: sono i tre pilastri della vita. È qualcosa di così semplice e allo stesso tempo così potente.
E sì, come dicevi, il francese ha una musicalità e una bellezza particolare. Così ho iniziato a lavorare sull’idea di una trilogia e ho pensato di usare proprio quei tre concetti come titoli. E, in modo quasi naturale, anche le canzoni che stavo scrivendo hanno iniziato a incastrarsi perfettamente in quel framework.”
Durante la fase di scrittura e registrazione lavori completamente da sola o anche i membri della band contribuiscono attivamente al risultato finale?
“Assolutamente sì, è un lavoro condiviso.
Il mio processo di solito parte da sola: scrivo molto, raccolgo idee, costruisco delle demo in cui metto insieme musica, testi e linee vocali. Poi porto questo materiale alla band.
A quel punto lavoriamo insieme in studio, soprattutto con la formazione principale — chitarra, basso, batteria — e iniziamo a sviluppare davvero i brani. Ognuno di loro ha una competenza molto più specifica sul proprio strumento rispetto a me, quindi porta il proprio punto di vista, il proprio modo di suonare.
Tutti lasciano un’impronta forte sulle canzoni. I brani evolvono molto durante questo processo: lavoriamo sugli arrangiamenti, sui dettagli, sulle dinamiche. Inoltre il nostro bassista ha uno studio e si occupa anche della produzione, quindi contribuisce moltissimo anche a livello di suono, di struttura, di come tutto si tiene insieme.
Quindi sì, è un lavoro molto collettivo: le canzoni cambiano e crescono parecchio dopo la fase iniziale delle demo.”
Un’ultima domanda: cosa possiamo aspettarci dal punto di vista sonoro dal prossimo e ultimo EP della trilogia? Ci sarà un’evoluzione?
“A livello di suono, l’idea è quella di mantenere una certa coerenza tra tutti e tre gli EP. Volevo che ci fosse, in ognuno, una traccia di quel sound anni ’80 — nelle tastiere, nella batteria, nell’uso dell’elettronica.
Un certo tipo di atmosfera, quella che ti fa pensare a band come i Genesis o a Peter Gabriel negli anni ’80.
Quindi, da questo punto di vista, credo che la direzione resterà simile. Però le canzoni devono ancora essere scritte in gran parte. Ho già qualche idea, ma la maggioranza del materiale deve ancora prendere forma.
Penso che inizierò a scrivere seriamente quest’estate. Poi, probabilmente, registreremo e pubblicheremo il prossimo anno — quindi bisognerà avere ancora un po’ di pazienza.
Nel frattempo andremo in tour con questo EP, e naturalmente anche con il precedente. Ora ‘La Mort’ è appena uscito, quindi partiremo con i concerti in Olanda e, dopo l’estate, torneremo anche in Italia.”

“Grazie mille. Davvero, grazie per il tuo tempo, per i complimenti e per le domande — erano davvero bellissime. È stato un piacere.”
Grazie a te, Anneke, ci vediamo in Italia!

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