Hardline – il grido a pieni polmoni
Il 28/04/2026, di Andrea Lami.
Con ‘Shout’, gli Hardline tornano a ribadire la propria identità senza compromessi, tra energia diretta, melodie incisive e una visione artistica lucida e consapevole. Ne abbiamo parlato con Alessandro Del Vecchio, figura centrale nel suono della band, per approfondire il processo creativo, le scelte stilistiche e lo spirito che anima questo nuovo capitolo.
‘Shout’ è un titolo forte, quasi aggressivo, ma arriva da una band che non ha mai avuto bisogno di “gridare” per farsi notare. È stata una scelta istintiva o c’è un messaggio preciso dietro?
“(Alessandro Del Vecchio) È entrambe le cose. ‘Shout’ è un titolo molto diretto, molto fisico, e rappresenta bene l’energia del disco. Non è tanto “gridare per farsi notare”, quanto dire le cose senza filtri, senza compromessi. Oggi c’è tanto rumore, ma spesso poca sostanza. Noi abbiamo voluto fare l’opposto: pochi giri di parole, tanta verità. Quando hai qualcosa da dire davvero, non serve costruirci sopra troppe cose. Lo dici, forte, e basta.”
Nel press kit fate un chiaro riferimento a ‘Double Eclipse’: quanto è stato importante, durante la scrittura, recuperare consapevolmente quel DNA?
“È stato importante, ma in modo molto lucido. Non volevamo rifare ‘Double Eclipse’, perché sarebbe stato un errore. Quel disco è figlio del suo tempo e non avrebbe senso copiarlo oggi. Quello che abbiamo fatto è stato tornare all’essenza: grandi canzoni, grandi ritornelli, emotività vera. Il DNA è lì, non nei suoni specifici. Una volta che ti ricolleghi a quello, tutto viene in maniera naturale, senza sembrare una copia.”
Johnny, ha detto che Hardline non vuole reinventarsi. In un’epoca in cui tutti cercano di evolversi ad ogni costo, quanto è difficile restare fedeli alla propria identità senza risultare ripetitivi?
“Non è difficile, è una scelta molto chiara. Il problema nasce quando non hai una vera identità e allora senti il bisogno di rincorrere qualcosa. Hardline ha un’identità forte, riconoscibile, e quella non ha bisogno di essere reinventata. Il rischio di essere ripetitivi non dipende dallo stile, ma dalla qualità delle canzoni. Se scrivi bene, sei sempre fresco. Se scrivi male, puoi cambiare genere quanto vuoi, ma non serve a niente.”
Ascoltando il disco si percepisce un equilibrio molto naturale tra pezzi tirati e momenti più melodici: è qualcosa che pianificate a tavolino o nasce spontaneamente?
“Nasce in modo spontaneo, ma poi lo osserviamo con consapevolezza. Quando scriviamo non pensiamo a una scaletta ideale, pensiamo alle canzoni. Però sappiamo che Hardline vive di quell’equilibrio tra energia e melodia, tra impatto e profondità. Quindi a un certo punto guardi il quadro generale e capisci se il disco respira nel modo giusto. Non è mai costruito a tavolino, ma non è neanche lasciato completamente al caso.”
L’opener ‘Shout’ ha un impatto immediato e quasi violento: era chiaro fin da subito che sarebbe stata la traccia di apertura?
“Sì, abbastanza chiaramente. Appena abbiamo avuto il pezzo finito, abbiamo sentito che aveva quell’impatto giusto per aprire il disco. È una dichiarazione d’intenti, ti dice subito dove sei e cosa stai per ascoltare. Non volevamo un’intro lenta o costruita. Volevamo entrare subito dentro il disco, senza chiedere permesso.”
Brani come ‘Rise Up’ e ‘It Owns You’ tengono alta la tensione iniziale: volevate dare un’impronta più energica rispetto agli ultimi lavori?
“Sì, volevamo partire con più energia, senza dubbio. Non tanto per differenziarci dai lavori precedenti, ma perché era quello che sentivamo in questa fase. C’era voglia di spingere, di avere pezzi che funzionassero subito anche dal vivo. E poi diciamolo, quel tipo di energia è una parte fondamentale di Hardline. Era giusto riportarla in primo piano.”
La vostra versione di ‘When You Came Into My Life’ degli Scorpions è una delle sorprese del disco: cosa vi ha convinto definitivamente a reinterpretarla?
“La forza della canzone, prima di tutto. Non volevamo fare una cover tanto per fare. Cercavamo qualcosa che avesse un’emotività reale e che potesse vivere anche nella nostra dimensione. Quella canzone ha una profondità che si sposa perfettamente con Johnny. Noi abbiamo cercato di rispettarla, ma anche di darle un vestito diverso, più vicino al nostro suono.”
La performance vocale di Johnny è ancora impressionante: come gestisce oggi la voce? È solo tecnica o c’è anche una componente mentale diversa?
“Guarda, questa è una cosa di cui parliamo spesso io e Johnny, anche perché essendo cantante mi viene naturale confrontarmi con lui su questi aspetti, non solo da produttore ma proprio da collega. La tecnica è fondamentale, ovviamente. Se non hai quella, a un certo punto il conto arriva. Ma la vera differenza oggi la fa la componente mentale e la gestione. Johnny ha una consapevolezza incredibile del suo strumento, sa esattamente cosa può fare, quando può spingere e quando invece deve lasciare spazio. Rispetto agli inizi, dove vai sempre al massimo perché hai fame e vuoi dimostrare tutto, oggi c’è un controllo diverso. Non significa cantare meno, significa cantare meglio, in modo più intelligente. E poi c’è anche un discorso di approccio emotivo. Johnny non canta solo le note, canta il significato. E quando hai quel livello di connessione con quello che stai facendo, la voce risponde in modo completamente diverso. È un equilibrio tra esperienza, testa e tecnica. E quando tutte queste cose lavorano insieme, succede quello che senti nei dischi e soprattutto dal vivo.”
Tu sei ormai ormai una figura centrale nel suono Hardline: quanto questo incide oggi nel processo creativo rispetto al passato?
“Incide molto, ma sempre con un principio chiaro: servire la band. Il mio ruolo è aiutare a costruire, dare forma, dare una direzione sonora e produttiva. Lavoro molto su strutture, arrangiamenti, suono generale. Però non deve mai diventare qualcosa di “mio”. Deve sempre rimanere Hardline. Quando perdi quello, hai perso tutto.”
In ‘Mother Love’ si percepisce molto anche il tuo contributo vocale: è stata una scelta voluta fin dall’inizio o è nata in studio?
“È nata in studio, come succede spesso con le cose migliori. Quando lavori su una canzone, a un certo punto senti che può funzionare meglio con certe armonie, con certe timbriche. Non è mai pianificato. Segui quello che la canzone ti chiede.”
Luca Princiotta sembra aver portato una forte identità, soprattutto nelle intro e nei soli: quanto ha cambiato, se lo ha fatto, il vostro modo di costruire i brani?
“Luca ha portato una grande energia e un approccio molto diretto. Non ha cambiato l’identità della band, ma ha sicuramente dato una spinta nuova, soprattutto nelle parti più aggressive e nei dettagli chitarristici. È molto istintivo, e questo aiuta a mantenere tutto fresco.”
‘Rise Above No Fear’ gioca molto sulle dinamiche: quanto lavorate sugli arrangiamenti per sorprendere ancora l’ascoltatore dopo tanti anni di carriera?
“Tantissimo. Le dinamiche sono fondamentali. Un pezzo che è sempre allo stesso livello, anche se è bello, dopo un po’ perde impatto. Lavorare su salite, pause, cambi di intensità, è quello che rende una canzone viva e ti tiene dentro fino alla fine. Credito assoluto per questo brano a Luca Princiotta che ha portato davvero delle grandissime idee. Gli avevo detto che avrei voluto “il” brano chitarristi del disco con tutti gli elementi che lo caratterizzano a livello strumentale, ed eccoci qua con ‘Rise Above No Fear’.”
La sezione ritmica con Anna Portalupi e Marco Di Salvia è, come sempre, solidissima: quanto è importante per voi avere una base così precisa e potente in fase di scrittura?
“È la base di tutto, letteralmente. Se la sezione ritmica è solida, puoi costruire qualsiasi cosa sopra. Ti dà stabilità, groove, sicurezza. E poi dal vivo è quello che fa davvero la differenza tra un buon concerto e uno che ti rimane addosso.”
“Candy Love” ha un sapore molto anni ’80 e richiama il vostro passato: è un omaggio consapevole o semplicemente il vostro stile che riaffiora naturalmente?
“È un mix delle due cose. Quell’influenza ce l’abbiamo dentro, quindi viene fuori in maniera naturale. Però sì, c’è anche un lato consapevole, quasi un sorriso verso quel mondo. Senza però diventare caricatura, quello è importante.”
“Welcome To The Thunder” nasce anche da una riflessione sul vostro ruolo di artisti: oggi vivete il palco in modo diverso rispetto agli inizi?
“Sì, molto. All’inizio vuoi dimostrare qualcosa, vuoi conquistare il palco. Oggi lo vivi in maniera più piena, più consapevole. C’è meno ansia e più connessione, sia con la musica che con il pubblico. E alla fine, quello è tutto.”
Il tema di “Glow” è molto personale e toccante, legato anche all’amore per gli animali: quanto è importante per voi inserire contenuti così intimi in un disco hard rock?
“È fondamentale. Se togli la parte umana, resta solo rumore. Quelle canzoni sono quelle che davvero arrivano, che rimangono nel tempo. Sono quelle che fanno la differenza tra un disco che ascolti e uno che senti.”
L’idea dei glow stick durante il tour è molto forte dal punto di vista emotivo: volete trasformare quel momento in qualcosa di condiviso con il pubblico?
“Sì, esattamente. L’idea è creare un momento che non sia solo “guardare un concerto”, ma viverlo insieme. Quando pubblico e band si incontrano su quel livello emotivo, succede qualcosa di speciale. Ed è quello che cerchiamo sempre.”
La produzione di Shout è moderna ma mantiene un’anima classica: quanto è stato importante trovare questo equilibrio tra passato e presente?
“È stata probabilmente la sfida più grande. Non volevamo suonare datati, ma nemmeno inseguire le mode del momento. L’obiettivo era fare un disco che suoni bene oggi, ma che tra dieci anni abbia ancora senso. E questo passa sempre dalle canzoni, prima di tutto.”
Ultima domanda “da fan”: cosa deve aspettarsi il pubblico europeo dal tour imminente? Ci sarà spazio per una scaletta che unisca Shout ai grandi classici?
“Assolutamente sì. Ci sarà spazio per il nuovo disco, ma anche per i pezzi che la gente vuole cantare da sempre. Sarà uno show diretto, potente, senza fronzoli. E soprattutto sarà divertente. Per noi e per chi è sotto il palco. Se hai mai visto un concerto degli Hardline, sai che ci sono i momenti emotivi, potenti, ma anche quelli da commedia. Non vediamo l’ora!”