Emergendo alla fine del 2019, Archvile King è il progetto solista del polistrumentista francese Baurus, una creatura forgiata tra le lame arrugginite del Thrash retrò e l’oscurità più tagliente del Black Metal. Dopo un primo EP sfacciatamente Thrash e un album d’esordio più cupo, Baurus approfondisce ora la sua visione con ‘Aux Heures Désespérées’, un concept album ambizioso e stratificato. Otto brani che raccontano l’ultima grande battaglia dell’umanità attraverso molteplici prospettive, tra paludi in decomposizione, ideali corrotti e una feroce riflessione pacifista sulla futilità della guerra.
Archvile King – L’ultima battaglia dell’uomo
Il 02/05/2026, di Ermes Casagrande.
‘Aux Heures Désespérées’ racconta una storia di guerra da molteplici punti di vista. Perché per te era importante frammentare la narrazione invece di seguire una singola prospettiva eroica?
“Ciao Metal Hammer! Penso che l’elemento chiave per creare un’esperienza credibile e immersiva sia che tutto abbia senso. Avrei potuto semplicemente scrivere di un esercito che combatte contro un altro, dandogli una dimensione epica e grandiosa, ma così avrei perso completamente l’aspetto intimo e personale. L’idea alla base di ‘Aux Heures Désespérées’ è proprio questa visione dell’assenza di uno scopo nella guerra, della sua ipocrisia, dei suoi ideali vuoti. Non puoi davvero definirli se osservi tutto da lontano: devi avvicinare la telecamera ai volti distorti e orribili della morte, alla paura di perdere un figlio, alla disperazione nel vedere la fine avvicinarsi. È questo che rende la guerra orribile. Per questo avevo bisogno di scrivere di un padre, di un bambino, di un soldato, e anche dell’antagonista stesso, facendone una figura esultante e compiaciuta.”
Il Worm King appare allo stesso tempo mostruoso e stranamente lucido. Lo vedi puramente come un antagonista o come uno specchio distorto dell’umanità stessa?
“Penso che in realtà sia entrambe le cose! Il Re dei Vermi (o Worm King, in effetti!) rappresenta l’idea della corruzione. Dal suo punto di vista e da quello dei suoi eserciti, è un guerriero illustre, un generale e un re dotato di un potere immenso e della responsabilità di conquistare il mondo intero e renderlo suo. È un guscio umano mostruoso e vuoto, il cui potere irradia una magia così malata che tutto ciò che incontra, intorno e davanti a lui, appassisce e diventa una versione grottesca di sé. Eppure, lui si vede come un eroe che combatte contro gli ultimi ostacoli alla libertà. Ogni guerra è combattuta sulla base di convinzioni, e non c’è poi molta differenza tra i tuoi ideali e quelli del tuo nemico. Alla fine porta sempre allo stesso risultato: morte e manipolazione. Questo è il Re dei Vermi: l’incarnazione di convinzioni distorte.”
La tua musica fonde Black Metal con Thrash, Heavy Metal e toni epici. In che modo questi generi diversi ti aiutano a esprimere i vari strati emotivi della storia?
“Il Black Metal, per me, è perfetto come tela per l’introspezione e l’auto-riflessione. Lo vedo come un genere molto poetico, capace di trasmettere emozioni estremamente forti. Certo, le più rappresentate sono odio e malinconia, ma penso che anche amore e rimpianto siano altrettanto potenti. Fondere il Black Metal con altri generi permette di mostrare sfumature in questa riflessione. Un po’ di Thrash qua e là dipinge immagini di ferocia e violenza incessante; un po’ di Heavy Metal lungo un brano può evocare battaglie e coraggio. Dato che l’intero album parla di un’unica battaglia, doveva mostrare un’intera gamma di idee: dalla sensazione fisica dell’acciaio contro la carne, a quella astratta del dover lasciare morire tuo padre.”
Essendo un progetto solista, controlli ogni aspetto di Archvile King. Questa libertà totale diventa mai un peso quando devi plasmare un concept album così denso?
“Sì, ci sono momenti in cui ti senti come un cervo abbagliato dai fari. C’è così tanto da dire, così tante cose che potresti fare, che ti ritrovi a guadare un oceano di idee alto fino alla vita. Per fortuna, però, sono circondato da amici carissimi, che capiscono la mia visione, la musica che faccio e le storie che scrivo. Penso di avere tutti i vantaggi della situazione: decido io cosa voglio, ma posso anche contare su aiuti esterni che mi guidano nella direzione giusta. È più liberatorio che opprimente, anche se va detto che ho poca esperienza nel fare musica come parte di un gruppo. Sono comunque immensamente e infinitamente grato di averli nella mia vita.”
La guerra è rappresentata come futile e moralmente corrosiva lungo tutto l’album. Questo messaggio pacifista era presente fin dall’inizio o è emerso in modo organico con lo sviluppo della storia?
“No, posso dirti con certezza che era una parte fondamentale del progetto fin dall’inizio. L’intera storia di questa guerra era già il soggetto di una canzone dell’album precedente, intitolata ‘Atroce’ (e questo album, ‘Aux Heures Désespérées’, può essere visto come una versione ingrandita di quella storia). L’idea alla base del Re dei Vermi è mostrare un uomo che viene talmente consumato e corrotto dal proprio potere da dimenticare per cosa stia combattendo. È una figura solitaria, senza più regni da conquistare, condannata a essere il contenitore del proprio rimpianto. Ha dedicato tutta la vita alla guerra, ha sacrificato milioni di persone, e ora si rende conto che è stato tutto inutile, che è servito solo a nutrire una fame infinita e senza fondo. Perché è questo che è la guerra, no? Contesti sempre diversi ma risultati identici, che non servono ad altro se non a nutrire una gigantesca e mostruosa macchina, usando gli ideali come lubrificante.”
Brani come ‘L’Excusé’ e ‘…Et Aux Hommes Misérables’ risultano profondamente introspettivi. Quanto del senso di colpa e del dubbio del soldato riflette le tue idee personali su responsabilità e obbedienza?
“Non credo che le mie opinioni coincidano davvero con quelle di questi personaggi. Io non sono un guerriero, sono solo un uomo che fa musica per raccontare storie, e penso che non ci sia storia più triste che morire di una morte inutile. L’idea dietro questi personaggi è mostrare i loro ideali che crollano quando si scontrano con la realtà. C’è un certo voyeurismo morboso in tutto questo, ma penso anche che sia confortante vederli rendersi conto che l’amore era, in fondo, il vero punto di tutto.”
Il mondo dell’album è impregnato di decomposizione, paludi e rovine. Cosa rappresenta per te questo ambiente oltre alla sua estetica dark fantasy?
“Al di là dell’estetica, penso che serva a mostrare come convinzioni e prospettive vengano sempre superate dalla pietra, dalla natura, dalla terra. Le rovine hanno per me un aspetto molto romantico: sono resti di vite, idee e culture davanti alle quali nuove convinzioni si scontrano e combattono, per poi morire mentre esse restano in piedi. Inoltre, le paludi sono luoghi perfetti in cui rimanere intrappolati, avanzare senza fine o morire. Non sono come una pianura in cui puoi galoppare o un deserto sterile: sono un ambiente in continuo mutamento che ti assorbe, proprio come fa la guerra. Dietro tutto questo c’è l’idea della natura come regolatore ultimo. Ovviamente, nella realtà, le paludi sono fantastiche, non disgustose, e ospitano insetti fighissimi.”
Le influenze Thrash retrò suggeriscono spesso aggressività pura, mentre il Black Metal tende al nichilismo. Come riconcili questi due approcci all’interno di Archvile King?
“Non credo di vedere questi due generi in questo modo, o almeno non completamente. Il Thrash può essere visto come aggressività pura, certo, ma per me riflette soprattutto un’immagine di audacia, di entusiasmo giovane e incontrollato. Il Black Metal, invece, è portato all’introspezione e alla poesia. Penso che entrambi siano perfetti per descrivere una battaglia: da una parte la violenza, dall’altra il rimpianto. In questo contesto non sono opposti, ma complementari.”
Il generale che abbandona il figlio è una figura potente e scomoda. Ti interessava esplorare la leadership come forma di fallimento morale piuttosto che come autorità?
“Sì, era sicuramente una parte importante del discorso. L’idea di un guerriero illustre che guida migliaia di donne e uomini in battaglia per morire in nome della libertà e della gloria, per poi essere colpito e pensare “oh cazzo, in realtà non è per niente bello”, e dire al proprio sangue di essere un codardo, di scappare e vivere la sua vita, è per me profondamente tragica, al di là del sorriso cinico che può strappare. Tutto torna sempre a rimpianto e responsabilità, due temi chiave di questo album. Cosa scegli tra guidare la tua gente verso il proprio destino in nome dell’onore e del coraggio, oppure fuggire di fronte a probabilità implacabili per salvare te stesso e le persone che ami?”
Rispetto alle uscite precedenti, questo album è più narrativo e riflessivo. Come misuri personalmente la tua crescita come artista all’interno di Archvile King?
“Penso che la quantità di lavoro investita nella scrittura sia un buon indicatore. Mi sento più a mio agio, più in controllo. Il concept mi è chiaro, e questo rende la musica molto più naturale: le melodie nascono direttamente dalla narrazione. Anche l’intero processo di produzione, mixaggio e mastering mi sembra migliore: ho più controllo sul mio ambiente, e le idee che mi vengono in mente sono sempre più facili da tradurre in musica.”
Ti occupi da solo di composizione, testi, mixaggio e mastering. In che modo questa autosufficienza tecnica plasma l’impatto emotivo finale della musica?
“Fare tutto da solo è il modo migliore per lasciare che la tua musica resti un veicolo di auto-espressione. Potevo svegliarmi nel cuore della notte dopo aver sognato una melodia e registrarla pochi minuti dopo aver aperto gli occhi, senza dover chiedere a nessuno o prenotare nulla. È un passaggio diretto dalla testa a un file .mp3. Questo è il modo più puro e definitivo per mantenere la musica al 100% spontanea, cosa per me fondamentale. Quando la musica viene filtrata attraverso compromessi, aspettative, punti di vista e, ovviamente, la natura parassitaria dell’industria, inizia a sembrare sempre meno tua. Certo, può comunque essere molto buona, di successo, e piacerti tantissimo, ma non è più completamente tua. È questo che amo di più nel fare tutto da solo.”
Il Worm King deride apertamente le false convinzioni dell’umanità. Vedi l’ideologia stessa come uno dei veri antagonisti dell’album?
“Sì, assolutamente! Lui si limita a farlo notare e a dirlo chiaramente. Una volta ho sentito un tizio dire: “quando sei convinto di avere ragione, non devi più romperti le palle a pensare”. Le ideologie sono molto pratiche e ti fanno risparmiare un sacco di tempo, ma poi vieni colpito in testa dalla pala delle conseguenze… e allora? Ovviamente è un esempio estremo, e non voglio che sembri un attacco a chi crede in qualcosa, perché non lo è. Io stesso credo in molte cose, anche in modo ossessivo. Penso solo che alcuni esempi, se estremizzati, possano darci un momento di auto-riflessione.”
Il Black Metal è spesso associato a estremismo e assolutismi, eppure questo album mette in discussione certezze e convinzioni. Lo vedi come una contraddizione o come un’evoluzione del genere?
“A essere completamente onesto, non penso che il mio album debba essere visto come un segno di evoluzione del genere o come una sua contraddizione. È semplicemente il genere che ho scelto per comunicare qualcosa, non sto cercando di combatterlo o cambiarlo. Credo che l’associazione tra Black Metal ed estremismo sia circostanziale, non intrinseca al genere musicale. Il tremolo picking e gli accordi minori possono essere una tela per un’ampia gamma di credenze ed emozioni, non solo una vetrina per immagini odiose o estremiste. Credo che sia il mio modo di dire che il genere appartiene agli artisti, e non ai fottuti fascisti.”
Il titolo ‘Aux Heures Désespérées’ suggerisce un momento in cui tutte le illusioni crollano. Cosa pensi che rimanga quando speranza, gloria e vittoria vengono spogliate di tutto?
“Per me, ciò che resta è l’amore. È anche ciò di cui parla l’album. Un uomo ferito pensa a suo figlio, un figlio ferito pensa ai suoi genitori. Persino il Re dei Vermi finisce per scegliere il proprio destino in nome dell’amore. È tutto ciò che c’è, ed è tutto ciò che conta. È l’unica verità universale.”
Dopo aver chiuso questo capitolo della mitologia di Archvile King, ti senti attratto dall’idea di espandere questo universo o di allontanarti del tutto dalla narrazione nelle future uscite?
“Continuerò senza alcun dubbio, e con grande piacere, a espanderlo! Che sia musicalmente o attraverso altri media, voglio continuare a raccontare questa storia. Non sto dicendo che ogni uscita futura sarà narrativa come questa, ma saranno tutte create sotto lo sguardo terribile del Re dei Vermi!”