Yoth Iria: – visioni di un black metal in trasformazione

Il 03/05/2026, di .

Yoth Iria: – visioni di un black metal in trasformazione

Nel panorama contemporaneo del black metal, gli Yoth Iria si confermano tra le realtà più rilevanti della scena greca. Con il loro ultimo album, il progetto guidato da Jim Mutilator rafforza la propria identità sonora, costruendo un impianto che intreccia black metal, influenze etniche, approcci heavy e sfumature gotiche. Ne emerge un lavoro solido e coerente, che ribadisce la volontà della band di mantenere un forte legame con la tradizione del genere, aprendo al tempo stesso a una ricerca espressiva più ampia e articolata. In questo contesto, Mutilator ripercorre anche passato e futuro degli Yoth Iria, offrendo uno sguardo sulla continuità e sull’evoluzione di un progetto che mira a ridefinire, senza strappi, i confini del proprio universo sonoro.
Buonasera Jim. Partiamo da ciò che è più recente: cosa porta di nuovo ‘Gone with the Devil’ nella musica degli Yoth Iria e come vivi la collaborazione con Metal Blade?
“Innanzitutto sono molto felice di far parte del roster della Metal Blade Records. Sai, il fondatore della Metal Blade, Brian Slagel, è una leggenda. Un’etichetta che ha pubblicato, tra le altre cose, i primi album degli Slayer e dei Metallica non ha bisogno di presentazioni. Ora, cosa porta di nuovo ‘Gone with the Devil’? È un album che attinge idee dai lavori precedenti ma contiene anche elementi nuovi, dato che non abbiamo avuto paura di addentrarci in territori più gotici, più etnici, nel classic rock, ma anche death metal, thrash metal e punk sono presenti. Siamo sicuramente il New Wave of Hellenic Black Metal”.
Il titolo dell’album, ‘Gone with the Devil’, trasmette intensità. Come si traduce questa intensità nei testi e nell’atmosfera complessiva del disco?
“È un titolo che divide, un titolo che provoca e invita l’ascoltatore ad approfondire. Proprio come si addice all’ideologia del metal: scuotere e sollevare interrogativi. ‘Gone with the Devil’, per me è qualcosa di neutro che esprime perfettamente la nostra epoca, che si nasconde dietro un dito e cerca di occultare la crisi globale di valori e idee sotto il tappeto”.
Hai collaborato con diversi cantanti nel corso degli anni. Quanto cambia l’anima degli Yoth Iria quando cambia la voce che trasmette la tua visione?
“Per me gli Yoth Iria sono qualcosa di più di una band: sono il mio mondo interiore, ma anche il mio avatar personale. Il mio angelo/demone custode. Sì, sono una persona che sperimenta, e la voce è qualcosa di molto particolare per la fisionomia della band. All’inizio il piano era di cantare io, ma il risultato era qualcosa tra Attila Csihar e Franta Storm. Non era quello che volevo. Così ho provato altri cantanti e il risultato mi è sembrato migliore. Ovviamente tutto è questione di gusto e forse in futuro ci saranno altre sorprese nelle voci e non solo”.

Per la produzione avete collaborato con George Emmanuel e Lawrence Mackrory. Cosa avete tratto da queste esperienze e come hanno influenzato l’evoluzione del vostro suono?
“Con George Emmanuel siamo stati molto tempo insieme in studio ed era un ambiente molto familiare, davvero qualcosa di rituale. Così come doveva essere il mio inizio. Mi mancano davvero quei giorni meravigliosi. Lawrence lo abbiamo trovato lungo il percorso, ma non ho ancora avuto la fortuna di incontrarlo di persona. Tuttavia ero già un grande fan del suo lavoro, soprattutto per ciò che ha fatto con i Katatonia, che sono una delle mie band preferite”.
La musica degli Yoth Iria ha un’atmosfera fortemente rituale e oscura. Quanto è difficile trasferire questa sensazione sul palco e che ruolo ha il rituale live nell’esperienza del pubblico?
“Direi che la nostra musica nasce dalla nostra anima e da un lontano subconscio. Non so se siamo black metal, una band oscura o una band occultista, ma io dico che siamo una metal band. Per me il metal è una deposizione dell’anima e una musica molto ampia che si basa sulla libertà di pensiero, movimento e scambio di energia tra il musicista e chi ama la band. Sul palco siamo semplicemente noi stessi e lasciamo che l’amore che proviamo per chi viene a vederci arrivi a loro, così che per un po’ possano sentirsi meglio e tornare a casa con il cuore pieno di metal e la mente più tranquilla”.
Qual è stata l’esperienza più intensa o estrema che hai vissuto sul palco e come continua a influenzare la tua creatività?
“Le cose più estreme le ho vissute ai tempi dei Rotting Christ, soprattutto durante il Fuck Christ tour nel 1993. Suonavamo mentre sotto il palco la gente si tagliava le vene, come era “di moda” allora. Non dimenticherò mai quel ragazzo che si ferì e il sangue schizzava come un fiume addosso a me e a Sakis. Naturalmente il concerto fu interrotto dai soccorritori che vennero a portarlo via. Non ho mai saputo cosa gli sia successo. Ogni concerto ha la sua particolarità e per me ha sempre valore: ricevo sempre qualcosa di nuovo”.
Dopo anni di silenzio discografico, quali sono le differenze più importanti tra la scena di allora e quella di oggi? Cosa ti manca e cosa apprezzi oggi?
“Oggi le cose sono molto più facili, sia nella creazione di un album sia nella diffusione della musica attraverso internet e i social media. Una volta servivano lotta, fede e enorme pazienza, perché tutto procedeva a ritmi diversi. Non ti nascondo che mi mancano quegli anni, quando eravamo “noi contro tutti”, ma con un’unità che ci rendeva molto forti”.

Dopo quasi 40 anni, pensi che lo spirito grezzo del black metal sia sopravvissuto o sia cambiato radicalmente?
“Il black metal continua a produrre ottime uscite e ha musicisti di talento, e questo è molto positivo. Ma ciò che immaginavamo allora non ha importanza. Ognuno può definire il black metal come vuole o come gli conviene. Io non voglio più parlare di “spirito del black metal” e cose simili, perché non mi definisco più un black metaller”.
La scena black metal greca ha acquisito un’aura mitica. Come vedi la sua posizione oggi e cosa l’ha resa speciale fin dall’inizio?
“Il black metal greco è stato una creazione dei Rotting Christ. Senza esagerare, io e Sakis abbiamo iniziato una guerra. In realtà sono orgoglioso perché, attraverso il primo demo dei Varathron nell’89 e i primi demo dei Rotting Christ, ho scritto i primi riff del black metal greco, cosa che allora non avevo realizzato. Poi sono arrivate altre band che hanno apprezzato ciò che facevamo e hanno iniziato a creare a loro volta, formando una scena forte che, pur non raggiungendo la fama di quella scandinava, ha ottenuto rispetto ed è diventata un punto di riferimento. Il black metal greco si è basato molto sul temperamento mediterraneo e su un’energia antica che permea ogni angolo della terra e dell’aria greca. Anche se il cristianesimo pensa di aver cancellato questa antica saggezza, essa è ancora ovunque”.
Gli Yoth Iria sono una naturale continuazione del tuo percorso musicale o un nuovo capitolo?
“Direi che sono un nuovo capitolo. Come ho detto prima, ciò che facevamo allora non può essere fatto oggi. Lo descrivo anche in ‘Sid Ed Djinn’ con il verso: We are nothing of what once were. Gli unici elementi che mi legano sono puramente musicali e il mio amore per i demoni come veri amici della gente comune, in contrasto con il loro fratello arrogante, che odia persino coloro che lo venerano e non li vede come nulla più che pecore da macell”o.
Cosa ti mantiene creativo e affamato dopo decenni sulla scena? Quali percorsi vuoi ancora esplorare?
“La musica è una parte fondamentale della mia vita e questo è sufficiente per mantenermi creativo. Voglio pubblicare quanti più album possibile e suonare quanti più concerti possibile. I percorsi spesso si presentano quando meno te lo aspetti, e dato che mi piace camminare nell’ignoto, non so cosa troverò davanti a me”.
In poche parole, cosa rappresentano oggi gli Yoth Iria?
“Metal Magic Freedom”.
Se potessi tornare indietro e dare un consiglio al tuo io più giovane, quale sarebbe?
“Qualunque consiglio dessi al giovane Mutilator, non lo ascolterebbe. Sono sempre stato qualcosa tra il caos e l’armonia, come un arcobaleno dopo la tempesta”.
Grazie per il tuo tempo. L’ultimo commento lo lascio a te.
“Grazie mille per la bella intervista e per il supporto. Grazie anche a tutti quelli che leggeranno questa intervista. State bene e guardate ogni cosa con amore: questo vi renderà invincibili e senza paura. Love is the law, love under will…”