Vision Divine – Diciotto anni dopo

Il 16/05/2026, di .

Vision Divine – Diciotto anni dopo

I Vision Divine sono tornati con il nuovo EP ‘A Clockwork Reverie’. Niente di nuovo, direte voi, se non fosse che la formazione, batterista a parte, è la stessa del biennio 2004-2005, capace ai tempi di sfornare due capolavori come ‘Stream Of Consciousness’ prima, e ‘The Perfect Machine’ poi. L’hype, come confermato lungo quest’intervista, è stato altissimo, e non solo in Italia. Ma cosa ha spinto Olaf Thorsen e Michele Luppi ad uscire quest’anno con un EP? Com’è stato pensato e lavorato? Inoltre, cosa prevede il futuro, a release pubblicata? Di questo, e di tante altre curiosità, chitarrista e cantante hanno parlato ai microfoni di Gianfranco Monese. Buona lettura!
Buongiorno Olaf e Michele, grazie della vostra disponibilità e bentornati a Metal Hammer Italia: come state innanzitutto?
“(Michele Luppi) Benissimo!”
“(Olaf Thorsen) Alla grande!”
Primo EP della band, ‘A Clockwork Reverie’: vi va di partire dal significato del titolo?
“(ML) Beh, il significato è che finalmente dopo tanto tempo le nostre strade si sono ricongiunte, al tempo giusto, nel momento giusto, e abbiamo cercato di creare un sound energico e vario come piace a noi: ci siamo cuciti i brani addosso e non vediamo l’ora di proporli.”
“(OT) Aggiungo che noi siamo sempre stati abituati a lavorare su dei concept, piuttosto che su brani singoli. Per questo mini abbiamo avuto l’idea di una mini storia, che gira attorno al concetto del tempo: il tempo ha a che fare con noi, col fatto che dopo diciotto anni, proprio come da titolo di ’18 (It Feels Like Heaven)’, siamo tornati insieme, e ci è piaciuto questo titolo: “reverie” è una parola che ha più significati, simili ma anche differenti tra di loro, e nel nostro caso è vista come un riaccendere una situazione che si era bloccata, come raccontiamo nel testo della titletrack. C’è questo orologio che dopo essersi fermato (ad insaputa di tutti), viene riavviato da noi: lo facciamo ripartire dopo diciotto anni.”
Ok, e come mai la scelta, almeno per quest’anno, di uscire con un EP?
“(OT) Perché sai, dopo tanti anni, e l’hype che si crea dopo che annunci una reunion, l’attesa era molto forte, sia per i fan che per noi, che avevamo voglia di ricominciare a suonare, cementando subito la line up, chiudendo un pò tutti i casini che comportano un cambio di formazione e tornare a pensare solo alla musica. Lavorare su un EP ti da il tempo di concentrare le tue energie al meglio, soprattutto in un’epoca dove sappiamo benissimo che per quanto si faccia un album, poi le uscite digitali si concentrano sempre sul singolo colpo, no?! Abbiamo quindi ottimizzato le due cose, le abbiamo unite, e questo ci ha permesso di lavorare al massimo su meno brani, potendolo quindi fare in tempi più brevi, e cominciare già ad essere operativi ed attivi.”
“(ML) Poi, sai, lavorare su un album intero lo fai in virtù delle esperienze del passato. Siccome siamo già abbastanza “stagionati”, l’idea era proprio quella di ricreare una sorta di ponte tra quello che c’era prima, e quello che andremo a fare, rivisitando tre brani vecchi per dar loro un sound attuale, anche per far capire come suoniamo adesso, e dei brani nuovi per far capire qual’é la nuova direzione, che comunque non è diversa da quello che facevamo prima, però è arricchita da tutto quello che ognuno di noi ha sviluppato negli anni.”
“(OT) Inoltre, siamo diversi anche noi: sono passate quasi due decadi, quindi l’idea di fare un mini ci è servita per assestarci su quello che siamo sempre stati e crediamo di essere ancora, ma anche su nuove tecnologie e metodologie di registrazione. A disco completo, volevamo essere sicuri di aver di nuovo perfettamente oliato tutta la macchina, perché siamo brave persone, ma quando si tratta di lavorare abbiamo dei leggeri problemi di perfezionismo (ride, ndr.).”
“(ML) Esatto, e se posso aggiungere, Olaf ha fatto notare il fatto che comunque l’aver fatto sei pezzi non ci ha portato via meno tempo rispetto ad un album intero: forse ci abbiamo messo di più!”
“(OT) Esatto! (Ride, ndr)”
“(ML) L’idea era di fare un qualcosa che stabilisse un punto fermo dal quale poi ripartire.”

Certo. Nel rispondere a questa domanda, Michele, hai quasi anticipato una delle domande successive, che vi faccio subito: nell’EP offrite appunto tre nuove versioni di ‘Identities’, ‘God Is Dead’ e ‘The 25th Hour’. Qual’é lo scopo di questa operazione, ovvero dell’essersi, passatemi il termine, “auto coverizzati” anni dopo?
“(ML) Lo hanno fatto tanti gruppi: i Whitesnake hanno rifatto ‘Here I Go Again’, che è diventato un successo la seconda volta che è stato proposto, ‘Fool For Your Loving’ idem… Secondo me, un gruppo arriva a riproporre qualcosa quando capisce che ha cambiato pelle. Aggiungo inoltre che ‘Identities’ è uno dei brani che è venuto meglio nell’EP, perché lo abbiamo realizzato con dei mezzi diversi rispetto a una volta, abbiamo lavorato meglio sulla performance di tutti, e abbiamo dato un pò più di respiro a ‘The 25th Hour’, disco che aveva una produzione la quale, secondo me, non rispettava il valore dei brani: la loro freschezza è stata vista dal produttore in un modo che non rendeva loro giustizia, e quella cosa mi era rimasta nel tempo… Inoltre, il fatto di prendere un brano per ogni album, e farli sentire come se facessero parte dello stesso disco, come se fosse più importante la personalità dei musicisti che il brano in sé… Noi abbiamo sempre dato importanza in primis ai brani, mettiamo la musica davanti a tutto, però è giusto far capire come oggi la band suona. I pezzi li abbiamo scelti in tre e abbiamo deciso quelli perché… Non mi ricordo perché, sinceramente… (Ride, ndr.)”
“(OT) A parte ‘Identities’, che per noi è sempre stato un brano molto particolare, ha un valore anche simbolico, dato che è il pezzo di chiusura di quel disco che per noi ha fatto iniziare il tutto (‘Stream Of Consciousness’, ndr.), la scelta è stata difficile. Se posso aggiungere, come ascoltatore sono molto allergico alle riedizioni di album interi, fatte quando è palese che si tratta di un’operazione commerciale. Molte band, in un momento di “stanca creativa”, aprono le vecchie tracce, le remixano un pò, le ributtano fuori, ed ecco fatto. Dato che non parliamo di una reunion fatta tre o quattro anni dopo, per la quale quest’operazione non avrebbe avuto senso, la nostra curiosità in merito a come avremmo scritto i brani nuovi, valeva anche per quelli vecchi: come suoneremmo oggi, i brani di vent’anni fa? E questo non perché Michele ha meno voce, o io suono peggio, ma proprio perché siamo altre persone, quindi come suona la stessa band vent’anni dopo? Su un lavoro di questo tipo tre brani, di cui uno per disco, è una di quelle operazioni curiose, che personalmente per una qualunque delle mie band preferite mi piacerebbe: a meno che non sia un disco che suonava malissimo, per il quale mi può interessare una produzione che gli renda giustizia, se mi proponi la riedizione del Black Album dei Metallica, che già suonava perfetto nel 1991, non ha molto da dire un’operazione del genere. Qui tutti i brani sono stati assolutamente e totalmente risuonati e rifatti da capo.”
Personalmente, per quanto il trademark del gruppo sia comunque legato a pezzi veloci come ‘Andromeda’ credo, ed è un mio opinabile pensiero, che la vostra odierna esperienza e maturazione regali più classe in un brano come il primo singolo estratto ’18 (It Feels Like Heaven)’: cosa ne pensate?
“(ML) Il singolo sarebbe dovuto essere il secondo brano del disco, ‘A Clockwork Reverie’: era logico che sarebbe stato quello per le sue caratteristiche. Poi però ho voluto sentire i master, perché quando si fanno i demo l’impatto emotivo non è lo stesso, soprattutto per un brano più Hard Rock: nei demo i pezzi più speed assomigliano molto a come saranno poi nel disco, mentre i pezzi più lenti, più “d’atmosfera”, nei demo solitamente fanno sempre schifo, poi però ci lavori un pò e diventano fighi (ride, ndr.). Ogni brano, secondo me, rispecchia la band, a prescindere dalla velocità, da quanti acuti o assoli ci sono, e quello che si vede anche dal video ufficiale di ’18 (It Feels Like Heaven)’ è che forse siamo riusciti a realizzare dopo tanto tempo quello che volevamo fare un pò da bambini, ovvero andare sul palco ognuno con il proprio strumento e fare in modo che il sound rispecchiasse lo spazio di tutti. Se c’è una cosa che, spero, hai notato, è che quando tu ascolti il brano senti cinque elementi che ti stanno comunque parlando: non c’è uno davanti e gli altri dietro che fanno da comparse. Questa è una prerogativa che ci siamo promessi prima di andare a produrre. Detto questo, secondo me ogni brano avrebbe potuto funzionare: ovvio che se fossimo usciti con ‘Andromeda’, magari in  Sud America avrebbero goduto di più, ma se ci fai caso i gruppi Hard Rock, all’epoca, buttavano spesso fuori un lento come singolo, che non rispecchiava certo il disco: non dico che ’18 (It Feels Like Heaven)’ sia il nostro lento, però come ha sempre fatto notare Olaf in altre interviste, abbiamo sempre avuto quella vena Hard Rock… Noi, alla fine, facciamo Hard Rock veloce, giusto Olaf?!”
“(OT) Proprio l’altro giorno, io e Michele, parlavamo di brani come ‘La Vita Fugge’, ‘Andromeda’… Queste sono tutte cose che realizzi vent’anni dopo: nel momento in cui le fai non te ne rendi conto, ed io gli dicevo che più suoniamo, più mi accorgo che la nostra attitudine nei confronti dei brani veloci, non è quella delle band power Metal scandinave che sono precise, schiantate, super tecniche… Noi abbiamo quest’attitudine che comunque nella nostra radice è più Hard Rock: se tu ascolti bene ‘Andromeda’, non ha quell’editing forsennato e moderno: c’è ancora una testata a valvole, il modo in cui Michele chiude il ritornello prima che partano gli assoli non è schiantato e perfetto, come uno si aspetterebbe da una band come, ad esempio, i Dragonforce: è molto Hard Rock. ‘Taste Of a Goodbye’, ‘Versions Of The Same’, ‘Colours Of My World’, ‘Out Of a Distant Night (Voices)’, ‘Land Of Fear’: noi abbiamo sempre avuto anche quest’anima, non siamo una band che suona puramente speed in doppia cassa a 170 di metronomo. E sicuramente, ma questa per me è una cosa di cui vado orgoglioso, e non un qualcosa per cui mi devo giustificare, questa line up è quella che ha espresso al meglio in assoluto questo tipo di anima. E’ chiaro che la senti più marcata, senza togliere niente agli altri, ma per questo tipo di musica, questa per me è la band giusta, motivo per il quale quando suoniamo questo genere, lo senti incastrato perfettamente, tutto qui.”
“(ML) Se posso aggiungere, l’unico speed classico che ho cantato io nei dischi è, forse, ‘Out Of The Maze’, perché di tutti gli altri, come anche ‘Andromeda’, se tu ne fai una versione lenta, ti rendi conto che forse è più un lento che un veloce: per gli accordi che ha, per gli intervalli utilizzati. Sul discorso del groove che ha fatto notare Olaf, personalmente noto che molti dischi Metal sono aggressivi, quindi senza entrare troppo nella tecnica, quando sei troppo schiantato al metronomo, quando arrivi prima o quando il cantante anticipa, prima di tutto rompe le scatole venendo quindi tenuto basso, in quanto quando comincia a cantare toglie quelli che sono tutti gli attacchi dei suoi compagni, come uno a tavola che non tace, invece quello che ho cercato di fare io, è di cantare sempre dopo. Questa è una cosa che ho imparato facendo Hard Rock e che, grazie a Tommy Aldridge, ho messo in pratica. Di solito le tracce dei primi dischi dovevo spostarle un pò a destra, quindi ritardarle un pò. Adesso ho dovuto addirittura anticiparle: questa è stata la grossa differenza per quanto mi riguarda, mentre al tempo stesso ho visto che loro nel tempo sono diventati molto granitici. Olaf, e questo è un complimento ufficiale che gli faccio, quando butta giù degli accordi adesso, crea dello spazio, come se arrivasse uno tsunami dietro le chiappe (ride, ndr.), costringendoti di conseguenza ad ampliare il suono, ad avere un qualcosa di molto più largo, motivo per il quale la produzione di questo disco, rispetto a quelli vecchi, è più tridimensionale, si fa ascoltare, che è il nostro obiettivo per questo EP.”
Nell’intro ‘Sator Rotas’ vi è un chiaro riferimento al Quadrato del Sator, ‘Andromeda’ inizia con una frase di Friedrich Nietzsche: guardando anche ai riferimenti passati, da Petrarca ad Angiolieri ad Ungaretti, quanto conta per voi la letteratura? Vi è inoltre un’opera, un testo, di cui non potete fare a meno?
“(OT) Questa è una caratteristica che ci ha sempre contraddistinto molto: chi ci ascolta e ci apprezza, sa che diamo un’importanza superiore rispetto ad altre band per la questione testi, liriche e significati. Essendo un mini, queste cose le noti un pò di più per ovvi motivi. Se ti devo nominare un libro faccio il secchione, e ti dico che per me un libro fondamentale è stato ‘La Critica Della Ragion Pura’ di Immanuel Kant. Non è un romanzo o un libro di saggistica, bensì è un libro di filosofia, anche pesantino: l’ho dovuto leggere più volte per capire tre pagine (ride, ndr.), però è stato un libro che, da giovane, mi ha posto il vero problema della morale estrapolata dal contesto religioso. Da questo libro, e poi dai successivi di Kant, per me è stato un percorso importante. Per il resto, nel testo di ‘Andromeda’, siamo io, Michele e Oleg che discutiamo del concetto di “Dio è morto” di Nietzsche, con un ritornello che, però, non ha alcun senso. Il ritornello è fuori contesto: tre persone che fanno colazione con vista sui cieli di Andromeda, significa che si sta parlando di cose talmente più grandi di noi, che è come discutere sul sesso degli angeli: non ha alcun senso. La primissima ispirazione di questo concetto di “nonsense” del ritornello, arriva da ‘Elettrochoc’ dei Matia Bazar, un’attitudine di testo che mi ha colpito, a cui poi per ‘Andromeda’ si è deciso di dare una contrapposizione con la strofa. Ogni linea del testo è una discussione di argomenti che si trovano all’interno dell’opera di Nietzsche.”

Olaf, in merito alla tracklist di ‘A Clockwork Reverie’, ti va di dare una tua opinione sul lavoro svolto dalla sezione ritmica composta da Andrea “Tower” Torricini e Mattia Peruzzi?
“(OT) Fantastica, e qui mi piacerebbe che te ne parlasse Michele, dato che è ritornato dopo tanto tempo: io con Andrea e Mattia suono già da tantissimi anni, tuttavia sono entusiasta del lavoro fatto da loro due, ed anche di quello che fanno tutte le sere dal vivo, che è fondamentale. Il Tower stesso, un bassista che suona da parecchi anni e che potrebbe dire “non mi rompete le scatole”, accetta molto di mettersi in discussione. Nella fase di produzione di questo album, Michele gli ha chiesto delle cose che per lui potevano essere anche nuove, e lui non solo non ha battuto ciglio, ma le ha fatte alla grande. Lascio la parola a Michele, che da questo punto di vista ha molto più senso quello che ti può dire lui, rispetto a me.”
“(ML) La cosa che ho cercato di ottenere, e che cerco di ottenere sempre con le persone con cui lavoro, è di portarle subito fuori dalla loro comfort zone. Cercare quindi di sfruttare quelle che sono le doti di Mattia e Andrea. Il fatto bello di quando io, Olaf e Oleg abbiamo arrangiato i brani, è che si è pensato proprio alla loro performance, senza lasciare tanto campo libero: sono state scritte delle parti. Tant’è che li abbiamo seguiti anche durante le registrazioni, mentre prima magari si dava una linea e stop. La cosa che a me preme è che tu puoi anche suonare le note giuste, ammesso che siano state scelte giuste (ride, ndr.), però queste devono pulsare, e questo è stato deciso su Mattia, quando dopo che avevamo registrato tutto, siamo andati a rifare la batteria, un qualcosa che facevano i Genesis ed i gruppi dell’epoca. Questo viene fatto per dare più respiro alla batteria, perché quando tu parti da una batteria e poi costruisci tutto il resto, chi rimane in fondo rimane un pò soffocato, invece nel nostro caso era mia premura che ci fosse la giusta grinta, la giusta spinta, dal rullante alla cassa a tutte le parti, e che il lavoro del basso venisse valorizzato, infatti se c’è una critica che mi può essere mossa, è che nel mastering ho tenuto il basso altino: per me è giusto, a Olaf piace, al Tower piace tanto. Questo perché secondo me il basso non dev’essere visto come un supporto alla chitarra, ma proprio come uno strumento che svolge un’attività completamente diversa, cosa che in questo disco è stata messa più in evidenza perché, dato che io sono anche bassista, di conseguenza ho sempre cercato nell’arrangiamento delle parti di far fare al Tower delle cose diverse da Olaf, in modo che fossero complementari. E’ un modo di scrivere più da tastierista, però in questo io, Olaf e Oleg ci ritroviamo. Quindi secondo me la performance non è soltanto andare a registrare: c’è molto di più, ed il mio lavoro è stato quello di fare in modo che alla fine si sentisse tutto quello che era lo spirito della performance in tutte le note, che non è facile.”
Data la tua illustre carriera anche di tastierista, un pensiero su Oleg Smirnoff?
“(ML) Io e Oleg abbiamo tantissime cose in comune, inoltre un fatto interessante che vorrei dire è che, non so se l’hai notato, ma nel video di ’18 (It Feels Like Heaven)’ egli ha la t-shirt di Giuffria. Gregg Giuffria era il nostro idolo quando eravamo ragazzini, e quando ’18 (It Feels Like Heaven)’ ancora non aveva un titolo, gli avevamo messo proprio ‘Giuffria’. Questo in quanto è nato tutto da un particolare accordo, che durante la strofa fa girare un pò tutto, un accordo che nel Rock non si sente e che solo Giuffria metteva nell’Hard Rock. Oltre alle cose in comune, tra me e Oleg c’è tanta stima, poi io ho un’attitudine diversa dalla sua, ma secondo me ci siamo combinati molto bene: lui è stato contento del lavoro svolto, io pure, e ci stiamo spingendo oltre quello che è il solito lavoro, cercando di ripescare cose passate, suoni passati che sono andati un pò persi, cercando però di non essere boomer (Olaf ride, ndr.). Secondo me le tastiere di ’18 (It Feels Like Heaven)’ sono classiche da questo punto di vista, poi ci sono le sue meravigliose idee, come dei suoni particolari che inserisce, che ti arrivano da sotto, facendotene rendere conto dopo, ma sono quelle particolarità che poi ti tengono lì, sul pezzo. Tornando nuovamente a ’18 (It Feels Like Heaven)’, se ci fai caso è un brano fatto a sezioni: il panorama che si viene a creare tra il verse, il pre-chorus ed il chorus sono tre capitoli di un libro che però tengono lì l’ascoltatore, non è un suono che inizia e finisce nello stesso modo, cosa che secondo me non è vincente soprattutto nel nostro genere, che tende ad essere ripetitivo.”

Ottimo ragazzi. Ed ora, cosa bolle in pentola?
“(OT) Un sacco di roba! Suonare dal vivo, perché suonare dal vivo è lo scopo massimo. Tutto quello che facciamo, lo facciamo per portarlo dal vivo: siamo una di quelle band che nei dischi fa quello che sa di poter portare dal vivo, proprio perché lo vuole. Quello che ascolti su disco, poi grosso modo è quello che portiamo live, e chi ci ha visti lo sa. A me il live piace tanto, mi piace proprio la vita del live: andare in giro, fare il soundcheck, poi il concerto, passare una cena mangiando insieme, è quel tipo di vita per cui poi ho deciso di fare questo, no?! C’è poi anche la voglia di fare un disco intero vero e proprio: adesso che abbiamo mangiato l’antipasto, ed è stato molto buono, si ha voglia della portata principale. Certo, non saranno tre brani come questa volta, anche se come ha detto Michele all’inizio, chi li ascolterà sentirà tutte le facce di questa band: c’è il brano più veloce, c’è il brano prog, quello un pò più AOR… Mancano tutti quei colori dell’arcobaleno nel mezzo che abbiamo sempre composto in passato, e che ci vengono naturali. Noi in realtà non ci mettiamo a scrivere già con l’idea di fare un determinato pezzo, ma la mescolanza dei tre stili che abbiamo poi solitamente questo genera, ed è una cosa che mi piace molto. Ti faccio un esempio: io ho un’idea, come la può avere Michele, e la invio a loro. Loro la cucinano, io magari me la aspetto cucinata con zucchero e cannella, ed invece loro ci mettono olio, aceto e sale. Quindi quando io ricevo indietro il tutto riempito da loro, tutte le volte per me è come ascoltare una cosa nuova, non “telefonata”. Ed il pensare a cosa potrei inserirci è quella cosa che mi fa venir voglia la sera di mettermi a casa con la chitarra a pensare a cosa aggiungere, anche perché, e qui si ritorna al discorso fatto su Giuffria, è difficile pensare a cosa suonare sopra ad un accordo, in quanto quello che suona bene su tastiera non suona altrettanto bene su chitarra, anzi spesso vanno in collisione. Alla fine abbiamo trovato questa quadra che penso, e spero, sia piaciuta, e credo che d’ora in poi noi tutti abbiamo questa voglia di fare le due cose che sono poi l’attività di una band: suonare dal vivo e creare musica. Personalmente però, per motivi di età collegata al fatto che di dischi ne ho fatti tanti, così come Michele, creare musica vuol dire non avere più la costrizione di fare uscire qualcosa entro domani, che magari vorrebbe dire fare qualcosa male, ma tirarla fuori. Vorrei fare qualcosa di figo prendendomi il mio tempo, come fatto per ‘A Clockwork Reverie’, e nel momento in cui esce devo avere quella sensazione che per me è molto nuova, della serie “non cambierei una nota”. La cambierei sempre perché la mente è sempre in evoluzione, ma non è più un “senti che errore”. Questo è probabilmente il primo lavoro di cui io sono soddisfatto al 1000%: se dovessi tornare in studio e rifarlo, lo potrei solo rovinare, quindi è una bella sensazione.”
“(ML) Una cosa che forse non abbiamo fatto notare, è che a differenza dei dischi passati, per questo ci siamo proprio trovati di persona. Nonostante viviamo lontani l’uno dall’altro, sono tutti venuti a casa mia, e li ringrazio tanto per questo, ma il punto è che oggi dobbiamo trovarci per fare dischi: non si può mandarsi i file, e tutte quelle robe lì. Oggigiorno, producendo anche delle band, vedo come lavorano, invece io impongo che si lavori in sala prove, ed il risultato ovviamente è diverso, non sto dicendo che sia migliore o peggiore, però diciamo che a livello di feeling tutto rimane. Inoltre, se c’è un qualcosa che siamo riusciti a fare secondo me, è far uscire qualsiasi sfaccettatura in un sound così denso, che non è facile, e credo che ci stiamo impegnando tutti in quella direzione: a me un compito, ad Olaf un altro, Oleg un altro ancora… Ed il bello è che non cerchiamo di fare ostruzione, ma di creare: questa è la prerogativa principale. I dischi che ascoltiamo sono la sinergia di tante persone: ognuno di noi potrebbe fare il solista, ma chissenefrega, piuttosto facciamo un qualcosa di bello insieme, giusto?!”
Giusto! Recentemente si sono riformate molte band: senza scomodare fenomeni da stadio come Oasis, in Italia i primi nomi a venirmi in mente sono Bluvertigo, Litfiba e CSI, con un buonissimo riscontro sia dal lato social che, poi, live. Dato che anche per voi è stato utilizzato il termine “reunion”, come ve lo spiegate questo generale ritorno a band influenti venti/trenta/quarant’anni fa? Manca forse qualità nella musica odierna? Mancano i giovani fruitori e/o giovani musicisti? Sembrano essere solo i boomer i veri appassionati della musica di un tempo, forse in quanto non trovano oggi il nuovo che avanza?
“(OT) Ogni epoca ha i suoi eroi, e gli eroi per diventare tali hanno bisogno di tempo, quindi è naturale che alcuni ascoltatori siano legati a band di quarant’anni fa, che hanno fatto nel loro genere cose monumentali, anche se di quelli che hai nominato, Litfiba a parte, seguo poco. Tuttavia, quando un artista ha fatto una carriera e cose importanti nel suo genere, anche se non mi piace, o meglio non lo capisco, lo rispetto molto. Per il resto, io sono convinto che il motivo per cui i boomer hanno tutta questa presa, un pò è sociale: i quarantenni e cinquantenni sono i maggiori fruitori di musica, intesa come la si ascoltava una volta, ovvero tramite l’acquisto di CD o vinili. Oggi i ragazzi ne ascoltano più di noi di musica, ma la ascoltano tramite altre piattaforme mentre fanno altro, ma io credo che le band di una volta abbiano più presa, perché avevano un modo di scrivere e suonare, e quindi di creare qualcosa con un’attenzione diversa, che oggi probabilmente è un pò più diluita. Molte band oggi fanno gli album col computer, costruiscono i pezzi, titolo, copertina, e pubblicano. Magari artisticamente non ci credono nemmeno loro in quello che hanno fatto, è “un prodotto fatto per”. Per noi, che facciamo parte di un’altra generazione, questi sono prodotti per i quali spendi un anno della tua vita, e che poi ti rimarranno per tutta la vita, quindi non può e non deve uscire un prodotto inadeguato. Quando succede, perché purtroppo succede, per me sono ferite incurabili, e tutte queste band secondo me hanno questa attenzione, anche quando sembrano approssimative: è il loro modo di essere, e ha un significato che si riflette anche nel modo in cui vivono. Quindi credo che queste band, rispetto ad altre più moderne, abbiano un pò più presa per quello, tuttavia ci sono ottime band anche oggi.”
“(ML) Secondo me è un problema di modelli: i modelli che avevamo noi erano diversi. Quando noi si era giovani, l’idea era quella di imparare a suonare uno strumento come se fosse una cosa importante. Imparare a rispettare la musica, comprenderla, oltre all’idea di essere personali, e non perché si vuole fare i diversi, gli alternativi, ma semplicemente perché vogliamo dar giustizia a noi stessi. Anche in fase di scrittura, cerchiamo di accontentare noi stessi: siamo egoisti da questo punto di vista, perché quelli che ascoltavamo facevano così, e se piace a me può piacere a te, ma se fa schifo a me, come fa a piacere a te? Invece oggi, forse, mancano i modelli: i modelli di oggi sono i soldi, mentre quando eravamo giovani i soldi erano quelli che servivano per comprarsi lo strumento, e la prima cosa che si faceva in sala prove, parlo per me che ho iniziato nel 1987 sotto questo punto di vista, era di non fare le cover. Era da sfigati fare le cover, ne facevi al massimo una per tributare qualcuno, per divertirti, e stop. Ovviamente poi tutto è cambiato, anch’io ho una cover band da tempo, ma quella è la mia palestra emotiva e musicale, perché comunque quando fai materiale tuo, a meno che non abiti a Los Angeles, non sei in un ambiente che favorisce la tua crescita. Quindi, secondo me, è proprio l’attaccamento viscerale verso la musica, quello che abbiamo noi, è un qualcosa che ci fa stare bene, mentre ora la musica è stata sostituita da altre cose.”
“(OT) Possiamo dire che la nostra è stata una scelta di vita, perché quando eravamo ragazzi scegliere di condividere con altre persone un garage a sognare i nostri idoli, mentre altri andavano nel pub, in discoteca, a calcetto… Io guardavo i miei chitarristi dell’epoca e dicevo: “Io vorrei essere così”, ma non perché lo volevo copiare, era un voler vivere la stessa cosa. Oggi, per la tecnologia, i computer, i social, la vita più frenetica, è anche più difficile focalizzarsi su un qualcosa.”
“(ML) Il fine nostro è quello di soddisfare noi stessi attraverso la musica, invece oggi quando i ragazzini vengono a lezione da me e dicono che vogliono diventare famosi, io non so cosa rispondere, è veramente imbarazzante. Quando ho conosciuto gli idoli con cui sono cresciuto, vedi David Coverdale, Tommy Aldridge, Reb Beach, e ci ho passato del tempo, posso confermare che loro sono esattamente così: hanno la passione per la musica come noi. Poi loro hanno vissuto esperienze meravigliose in un’epoca dove si poteva diventare giganteschi, ma la passione di allora era la stessa di adesso, sia nel suonare che nel creare. E quella del creare, è una caratteristica andata un pò in disuso: adesso non c’è neanche tanto bisogno di fare… Però, diciamo che voler soddisfare sé stessi, anche se sembra un lato egoistico, in realtà secondo me è il lato più nobile che si possa avere. Arriverà che si tornerà lì, perché secondo me è troppo bello.”
Bene Michele e Olaf, l’intervista è giunta al termine. Ringraziandovi nuovamente per la vostra disponibilità, se c’è qualcosa che desiderate aggiungere per i lettori di Metal Hammer Italia, quest’ultimo spazio è tutto vostro!
“(OT) Io spendo una parola in più per Metal Hammer, perché simbolicamente nella persona di Alex Ventriglia è stato l’unico che nel 2003, quando eravamo in studio a realizzare ‘Stream Of Consciousness’ da cui ripartiva tutto, dato che la band all’epoca era quasi data per spacciata a causa della rivoluzione nella line up, è venuto in studio e, ascoltato il disco, si è girato e ha detto: “cavoli, ragazzi, forse non avete capito cosa state facendo!” A me fa sempre molto piacere riparlare con voi, perché è un cerchio che nuovamente si chiude, e quindi il ringraziamento particolare va a voi, oltre a chiunque ci abbia sempre voluto bene. La cosa che più mi piace di questa ripartenza, più che reunion, è vedere l’affetto delle persone, sia live che social. Sui social, posto dove solitamente ci si esprime al peggio, nel nostro caso ho visto così tanto affetto nei nostri confronti che mi ha fatto tanto piacere: vuol dire che qualcosa di bello lo si è fatto, no?!”
“(ML) Assolutamente, poi la prima volta che Metal Hammer ci ha messo in copertina, era la prima volta pure per me: ho ancora un quadro in merito, qui in casa. Ovviamente sono ricordi ai quali sono molto legato, anche perché io compravo i giornaletti in edicola, quindi non avrei mai sperato all’idea di finire nella copertina di una rivista del genere, quindi siamo molto riconoscenti.”

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