Stefania Pedretti (oVo, Alos) – La musica è ció che sopravvive quando tutto il resto crolla
Il 20/05/2026, di Maria Teresa Balzano.
Stefania Alos Pedretti è un nome che riecheggia come un codice segreto nelle pieghe più radicali della musica italiana contemporanea. Artista e performer, voce e corpo sono per lei strumenti inscindibili, terreno di esplorazione e di tensione costante tra fragilità e forza. Il suo percorso attraversa decenni di sperimentazioni sonore, dai territori abrasivi e corrosivi degli OvO fino all’introspezione contemplativa di Alos, progetto solista dove la voce non è solo suono ma presenza, respiro e memoria del corpo.
Questa intervista nasce dal desiderio di capire non solo il suo lavoro musicale, ma la persona che si cela dietro ogni gesto e ogni nota. Stefania non è solo una musicista: è un’artista che sfida i limiti del corpo, che ha conosciuto la sospensione assoluta della vita e della voce dopo un coma, e che ha trasformato quell’esperienza in un linguaggio unico, dove il silenzio diventa materia e il rumore diventa politica. Le sue performance sono luoghi di ascolto radicale, dove il gesto, la presenza e la fatica fisica dialogano con la memoria, l’identità e la resistenza a ogni forma di normatività.
Leggere le parole di Stefania significa avvicinarsi a un’arte che è insieme resistenza, introspezione e trasformazione continua, un invito a comprendere la musica non solo come produzione di suoni, ma come esperienza radicale di vita.
Quanto il pensiero, la lettura e il dialogo con altre arti entrano nel tuo processo compositivo, anche quando il risultato finale appare istintivo o corporeo?
“Sono una persona la cui creatività, ma anche anima, necessita di essere costantemente alimentata e rigenerata grazie a tutte le arti, sono una divoratrice di libri e film e amo andare a vedere mostre. Quindi credo che più del 50% del il mio processo creativo venga “influenzato” da quello che vivo e vedo. Adoro proprio la permeabilità dell’arte”.
La perdita della voce ti ha sottratto temporaneamente uno strumento di potere simbolico. Cosa significa, per una musicista, abitare una condizione di afasia in una società che esiste solo nel discorso?
“Posso dire che è stata veramente dura solo ora che sto bene e riesco a guardare tutto quello che ho vissuto in questi ultimi 4 anni. Sul momento, per come sono fatta io, ho vissuto tutto con naturalezza e cercando di essere più serena possibile, ma non ci riuscivo molto, sinceramente. Ora posso scrivere che grazie alla situazione che ho vissuto ho imparato molte cose. Ad esempio: ho imparato a prendermi cura della mia voce attraverso esercizi di riscaldamento vocale, che ora condivido anche nei miei laboratori, e a un nuovo rituale che coinvolge anche adolescenti. Ho acquisito una consapevolezza maggiore di come la voce sia uno specchio dello stato d’animo che si sta vivendo e che oggettivamente è una porta verso l’esterno. Vivere un lungo periodo in cui le persone faticavano a sentirmi sia in ambienti rumorosi che silenziosi , è stato molto frustante e destabilizzante, portandomi a essere temporaneamente più schiva, insicura e logicamente taciturna, un modo di comportarmi in antitesi con il mio modo di essere precedente e attuale. Come scrivevo all’inizio di questa risposta la parte interessante è l’ arricchimento che mi ha donato, credo mi abbia permesso di maturare sia a livello personale che professionale. Ma ripeto è stato veramente difficile e destabilizzante, qualcosa che non auguro a nessuno”.

OvO e Alos sembrano muoversi tra conflitto e sottrazione. Li vivi come due risposte diverse, strategie differenti di sopravvivenza, alla stessa violenza strutturale del reale?
“Più che strategie di sopravvivenza le vivo come metodi per scardinare e quindi lottare contro il reale e l’imposto” .
Se dovessi scegliere un aneddoto davvero allucinante del tuo percorso — legato a OvO o ad Alos — quale racconteresti?
“Ho talmente tanti aneddoti con entrambi i progetti che potrei scriverci un libro, ed è strano come mi venga spontaneo raccontare più facilmente aneddoti di situazioni complicate piuttosto che quelli che accrescerebbero la fama dei miei gruppi, ma credo siano più divertenti i primi. Vi racconterò del primo tour Europeo OvO, avvenuto esattamente 25 anni fa in cui viaggiavamo fra Grecia, Turchia, Bulgaria e Macedonia, dove la comunicazione e le conferme dei concerti erano state fatte via lettera, in cui si occupava un cinema solo per il concerto e bisognava scappare subito dopo prima dell’arrivo della polizia, dove si litigava con il proprietario di un locale a Plovdiv perché ci facevamo il caffè con il fornelletto anziché comprarglielo, o a Sofia dove ci vollero pagare in vodka e patatine, perché sono stati un viaggio e un tour indimenticabili.
Quando sono tornata ho capito che questo era ciò che amavo fare, e abbiamo deciso
di prendere quella via con OvO; una via che ancora seguiamo, anche se ora siamo meno punk e abbiamo buoni cachet, la voglia di viaggiare e vivere avventure rimane la stessa”.
Guardando alla tua traiettoria, senti di aver costruito un linguaggio oppure di aver progressivamente smontato quelli che ti venivano imposti?
“Grazie per questa domanda che mi ha portato a una riflessione profonda su questo tema. In tutta sincerità credo di aver iniziato seguendo il mio istinto, avviando un percorso di decostruzione del linguaggio e dell’uso canonico della voce arrivando, dopo quasi 30 anni, a creare un mio linguaggio artistico e una nuova lingua, o meglio a usare la Glossolalia per esprimermi e usare la voce in un modo completamente personale”.
Nel tuo lavoro il corpo appare come un campo di tensione tra controllo e perdita. Quanto la tua pratica musicale dialoga consapevolmente con un’idea biopolitica del corpo, inteso come luogo di disciplina ma anche di diserzione?
“Ti risponderei al 100%, tutto il mio lavoro ruota intorno a questo concetto e a questa pratica, negli anni sono riuscita a creare un equilibrio quasi invisibile fra premeditato e improvvisato, fra conscio e inconscio, tra controllo e smarrimento nel suono e nel rituale”.
In un’epoca in cui anche l’underground viene rapidamente normalizzato e monetizzato, quanto è ancora possibile immaginare una pratica musicale realmente antagonista?
“Credo che sia fondamentale iniziare non solo ad immaginarla ma a metterla in pratica, a renderla viva e presente. Credo sia una necessità attuale. Sono un’utopista e sognatrice, e credo che anche se è veramente difficile creare e avere spazio per della musica antagonista e dissidente , è il momento di dar vita a quella che veniva definita: controcultura!”
Essere una donna in ambiti sonori radicali significa spesso dover negoziare continuamente legittimità e autorevolezza, significa spesso confrontarsi con un doppio regime di controllo: estetico e simbolico. Come hai trasformato questa pressione in una postura critica?
“Prima di tutto ci terrei a sottolineare e rimarcare questa differenza ancora presente nel rapporto fra essere donna o uomo, credo che nel 2026 non dovrebbero esserci più discriminazioni di nessun tipo e in nessun ambito, soprattutto poi in quello culturale o artistico. Ma la realtà non è così e ogni giorno lo sperimentiamo sulla nostra pelle. Credo che questa tua domanda si possa estendere a tante musiciste che come me ogni giorno lottano per rivendicare spazio e autorevolezza e proprio per questo creano progetti unici, potenti e che lasciano, a mio parere, un segno . Quindi per rispondere specificamente alla tua domanda ti direi che sono partita da una necessita personale di volermi esprimere e prendere il mio spazio, rivendicando e rendendo “simbolo” del mio lavoro tutti i difetti o le offese che vengono solitamente additate alle donne, come ad esempio “la non bellezza” ( disegnandomi cicatrici sul viso) o il mio modo di cantare (che molto spesso viene criticato come “da pazza” “isterica” “strega”). Il mio processo creativo parte proprio dalle critiche o accuse rivolte alle donne o alle minoranze, che ricontestualizzo rendendole espressione artistica”.