Adeline Gray – Ritratto di una discesa e di una rinascita

Il 24/05/2026, di .

Adeline Gray – Ritratto di una discesa e di una rinascita

Gli Adeline Gray tornano con ‘Portrait of Our Descent’, un album che si presenta come un vero e proprio ritratto emotivo, capace di scavare a fondo nell’abisso umano per poi risalire lentamente verso la luce. Il disco segna un passaggio importante per la band italiana, che affina il proprio linguaggio alternative groove metal rendendolo più introspettivo, maturo e consapevole. Tra rabbia, inquietudine e malinconia, ogni brano lascia spazio alla possibilità di rinascita, trasformando il conflitto interiore in un percorso condiviso con l’ascoltatore. In questa intervista, gli Adeline Gray ci accompagnano dentro il processo creativo e concettuale di ‘Portrait of Our Descent’, raccontando identità, dualismo e la necessità di trovare speranza anche quando tutto sembra crollare.

‘Portrait of Our Descent’ viene definito come un “ritratto”. Di cosa sentivate il bisogno di fissare l’immagine in questo momento della vostra vita e carriera?
“Inizialmente non sentivamo un’esigenza particolare, eravamo i primi a dover capire quale tipo di progetto potesse nascere dal nostro incontro. Abbiamo iniziato a conoscerci musicalmente a livello personale, confrontandoci per capire cosa volevamo comunicare con i testi e quale stile potesse adottare la band, unendo influenze simili ma diverse. Abbiamo lavorato molto in sala prove, alla vecchia maniera, per amalgamare personalità e visioni. Con questo primo lavoro abbiamo fissato uno spaccato importante delle nostre vite, ispirato agli ultimi cinque anni tra difficoltà personali e collettive. È un ritratto in cui ci siamo messi completamente a nudo, cercando di costruire una nostra identità sonora e visuale. ‘Portrait of Our Descent’ è l’insieme di tutto questo.”
Il disco racconta una discesa nell’abisso umano ma anche una risalita. È stato più difficile scrivere del buio o trovare le parole per la luce?
“Il buio può essere totalizzante e seducente. Scriverne è stato possibile solo dopo aver trovato una luce, ed è stato anche un modo per elaborare psicologicamente questioni personali. Non si può descrivere l’abisso con lucidità mentre ci si sta annegando dentro. Durante la scrittura, l’oscurità ha smesso di farci paura e ha iniziato ad accompagnarci.”

Quanto di questo album è autobiografico e quanto nasce da un’elaborazione artistica delle emozioni?
“In questo album convivono entrambe le cose. Abbiamo cercato di fondere episodi personali ed elaborazione artistica nel modo più naturale possibile.”
Il dualismo è al centro della vostra identità. In che modo questo conflitto si traduce nelle scelte musicali e negli arrangiamenti?
“Leghiamo strettamente testi e musica, lasciandoci guidare dalle emozioni che vogliamo trasmettere. Utilizziamo arrangiamenti più serrati, aggressivi e cupi per esprimere dolore e inquietudine, mentre scegliamo soluzioni melodiche e introspettive per comunicare riflessione, speranza e rinascita. Il dualismo è entrato nel processo compositivo in modo naturale.”
Il riferimento a René Magritte suggerisce il rifiuto di spiegazioni definitive. È difficile oggi lasciare spazio all’interpretazione?
“Sì, è una scelta che va contro il nostro tempo, ma crediamo profondamente nel valore dell’interpretazione. Non vogliamo dare risposte preconfezionate, ma creare un legame con chi ascolta. Anche la produzione segue questa filosofia: niente suoni patinati, niente artifici. L’EP è stato registrato senza sample o amplificatori digitali, privilegiando un suono analogico e umano. Ringraziamo Riccardo Pasini dello Studio 73 di Ravenna per aver capito subito la nostra visione.”
Perché era importante che chi ascolta potesse vivere la propria storia attraverso i vostri brani?
“Per noi la musica è condivisione. Vogliamo che i brani diventino uno specchio per l’ascoltatore, un catalizzatore di immagini personali che permetta di riappropriarsi del proprio vissuto.”
La figura di Adeline Magritte è carica di mistero e dolore. Cosa rappresenta simbolicamente?
“Rappresenta il confine sottile tra tormento e silenzio, la personificazione del vuoto interiore che esploriamo nei nostri brani.”
Dorian Gray incarna bellezza e dannazione. Come convivono queste due anime nella vostra musica?
“Non le vediamo come opposte ma come una metamorfosi continua. Convivono in simbiosi, una come conseguenza dell’altra. Non esiste luce senza ombra.”
Le parti melodiche e quelle più dure sembrano dialogare continuamente. È una lotta o una coesistenza?
“Entrambe. È una coesistenza forzata dal conflitto: a volte lottano, a volte dialogano. Sono due facce della stessa medaglia.”
Scrivere di instabilità interiore è stato liberatorio o emotivamente faticoso?
“È stato un processo ambivalente. Liberatorio, ma anche faticoso, perché ci ha costretti a riaprire ferite non del tutto rimarginate.”
Come rabbia e inquietudine diventano strumenti di crescita invece che di autodistruzione?
“La crescita nasce dalla capacità di immergersi nel proprio abisso mantenendo lucidità. Così il dolore diventa consapevolezza e la musica uno sfogo.”
Ogni brano lascia spazio alla speranza: scelta consapevole o bisogno naturale?
“È una scelta consapevole. Vogliamo comunicare che non si è soli nella sofferenza e che si può ripartire anche quando tutto sembra crollare.”
Come si inserisce ‘Portrait of Our Descent’ nel panorama metal italiano attuale?
“La scena underground italiana è viva e variegata. Con ‘Portrait of Our Descent’ vogliamo portare il nostro contributo, unendo radici groove e thrash a soluzioni più moderne, senza forzature e con la massima sincerità.”
Il pubblico deve capire un album come questo o semplicemente sentirlo?
“Preferiremmo che cercasse di capirlo immergendosi nell’ascolto come meglio crede. Sarebbe già un grande risultato.”
Se questo disco è un ritratto, chi sono oggi gli Adeline Gray?
“Siamo quattro amici che ora condividono un percorso. Questo lavoro non ci ha dato tutte le risposte, ma ha gettato basi solide per continuare a cercare la nostra identità sonora e, soprattutto, chi siamo davvero.”

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