Vesta – Oltre le parole

Il 08/06/2026, di .

Vesta – Oltre le parole

Nati a Viareggio nel 2016, i Vesta hanno costruito negli anni un percorso personale all’interno della scena post-rock e post-metal italiana, sviluppando un linguaggio strumentale intenso, atmosferico e fortemente dinamico. Il trio composto da Giacomo Cerri, Sandro Marchi e Giulio Lorenzini alterna con naturalezza passaggi eterei e contemplativi a esplosioni più pesanti e abrasive, mantenendo sempre una forte attenzione alla costruzione emotiva dei brani. Dall’esordio omonimo fino a ‘Odyssey’, la band ha affinato una scrittura libera e cinematografica, capace di muoversi tra suggestioni post-rock, tensioni progressive e aperture più heavy senza mai perdere coerenza. Una musica che vive tanto dell’impatto sonoro quanto delle immagini e delle sensazioni che riesce a evocare. In questa intervista abbiamo parlato con i Vesta del loro approccio compositivo, dell’importanza dell’improvvisazione, del rapporto con la scena underground italiana e della direzione che stanno prendendo con il loro prossimo lavoro in studio.
Il vostro suono sta sempre in bilico tra parti molto delicate e altre decisamente più pesanti. È qualcosa che vi viene naturale o ci lavorate sopra in modo consapevole?
“Ciao Maria Teresa, innanzitutto grazie per l’occasione. Il nostro suono in realtà nasce in modo molto naturale, frutto dell’interazione tra noi tre in sala prove, dove ognuno porta il proprio vissuto e stato d’animo. Abbiamo background e ascolti simili ma li trasportiamo sugli strumenti in modo diverso. Diremmo che è un 50 e 50 tra l’improvvisazione e una costruzione più mirata. Ci lavoriamo parecchio, passando ore a ricercare quella “cosa” che ci aiuti a trasmettere l’esperienza musicale che tutti noi vogliamo vivere e far vivere.”
Siete partiti da Viareggio, dal Circolo Arci GOB: che ricordo avete di quel periodo e quanto ha influenzato quello che siete oggi come band?
“Ha avuto un peso enorme su di noi. Giacomo (chitarra) è uno dei membri fondatori del GOB, che tutt’ora è un nostro luogo di riferimento e la nostra sala prove. Tutto è nato agli albori del circolo, in un periodo in cui c’era un fermento underground vivissimo, una vera “fame di cultura” e una programmazione serrata con tre o quattro concerti a settimana. In quel contesto Sandro (batteria) suonò con un suo progetto dell’epoca e, durante il soundcheck, lui e Giacomo entrarono subito in sintonia. Dopo un paio di settimane suonavano già insieme, trovando un terreno fertile per dare sfogo alla voglia di espressione. Da lì a breve nacquero i Vesta.”
Avete scelto di essere strumentali in un contesto dove spesso la voce è centrale. È stata una decisione immediata o ci siete arrivati col tempo?
“È stata una decisione immediata, inizialmente da performance live che ci hanno influenzato emozionalmente, sia per l’approccio strumentale che per la tecnica esecutiva. Col tempo ci siamo resi conto che era quasi più bello “viaggiare” con la musica, i suoni e le dinamiche. La musica è probabilmente una delle prime forme di linguaggio e ognuno la percepisce nelle proprie variazioni emotive. Più volte ci siamo chiesti se inserire la voce, e in molti ce lo hanno suggerito, ma siamo rimasti fedeli alla naturalezza del progetto senza fissarci troppi paletti, ma non escludiamo nulla.”
Dal primo disco a ‘Odyssey’ si sente una crescita, soprattutto nella costruzione dei brani. Oggi come nasce una vostra traccia? Da un’idea precisa o da jam in sala?
“Ci fa molto piacere sentirlo dire! Le ore passate a suonare sui nostri strumenti portano inavvertitamente ad una evoluzione. La nascita di un brano è sempre un po’ un mix: a volte è tutto molto naturale e partiamo da una scintilla o un input emotivo, che sia l’ascolto di un disco, la regia di un film, un’opera d’arte, o semplicemente vivere immersi nella natura, che placa e calma i nostri animi. Capita che persino un “accordo sbagliato” o un “pedale di troppo” ci faccia scattare l’ispirazione in sala. Non puoi mai saperlo! Altre volte da jam di 20 minuti estraiamo materiale quasi completo, e altre ancora dobbiamo ragionarci sopra per settimane. In ogni caso, ci siamo accorti che per noi costruire qualcosa puramente “a tavolino” non è la strada ideale.”
I vostri titoli e le atmosfere richiamano spesso qualcosa di più “grande”: natura, spazio, mitologia. Sono riferimenti voluti o emergono strada facendo?
“Molto semplicemente ci riteniamo esseri piccoli e quasi insignificanti nel cosmo, alla deriva come naufraghi nello sconosciuto su questa piccola nave chiamata Terra. Questa nostra fascinazione per tutto ciò che è incomprensibile, unita alla passione per lo spazio, la fantascienza e l’infinito, ha un peso enorme nel nostro modo di approcciarci alla composizione. I nostri viaggi musicali si prestano molto bene a questo tipo di tematiche: a volte è il pezzo stesso a suggerirci un’emozione o un’immagine che poi si trasforma nel titolo.”
Avete un suono molto dinamico, pieno di cambi. Vi capita mai di dover “frenare” per non complicare troppo i pezzi, o lasciate sempre fluire tutto?
“(Risate) È un punto critico su cui ci confrontiamo molto spesso! Noi siamo i primi a cui deve piacere ciò che facciamo. Abbiamo ore e ore di provini e riff messi in un cassetto a maturare (o a marcire!). Capita spesso di aver concluso una bozza che in fase di costruzione ci sembrava fantastica per le dinamiche, ma che riascoltandola risulta piatta o eccessiva. Nel prossimo album stiamo cercando proprio di trovare il giusto compromesso tra ciò che sgorga spontaneo e ciò che è un po’ più ragionato. Anche se, in fin dei conti, i brani nati jammando in sala prove sono spesso quelli che hanno la meglio, perché risultano più genuini e privi di troppe forzature.”
Fare questo tipo di musica in Italia non è sempre semplice. Che rapporto avete con il pubblico e con il mercato? Vi sentite capiti al volo o serve tempo?
“In Italia fare musica underground, specialmente strumentale, è più una missione che altro. Tutto sta nella voglia dei locali, gestori e promoter di proporre musica indipendente: se riesci a creare un circuito valido e una programmazione interessante, la gente diventa curiosa e risponde. Probabilmente se fossimo nati all’estero sarebbe più semplice, chi lo sa, ma la cosa non ci scoraggia. Ci sono tantissime band italiane di cui esser orgogliosi che all’estero vanno fortissimo ed hanno lavorato duramente con non pochi sacrifici. Siamo veramente orgogliosi per loro. Se si facesse più rete tra addetti ai lavori (festival, booking, fanzine), l’intero panorama italiano ne guadagnerebbe moltissimo. Bisognerebbe credere ed investire molto di più nelle band indipendenti, senza preconcetti.”
Dal vivo i vostri brani cambiano molto rispetto alle versioni in studio? Vi piace lasciarli evolvere sul palco?
“Uno dei nostri punti saldi è cercare di mantenere l’esecuzione live il più fedele possibile alle riprese in studio. Non ci piace l’idea di non poter suonare dal vivo ciò che abbiamo registrato, motivo per cui usiamo spesso loop station e pad per integrare al meglio le composizioni. Detto questo, l’emotività e la carica di un concerto la sentiamo moltissimo, per cui i brani assumono un’intensità e un appeal decisamente più “aggressivi”. Magari ci concediamo di allungare qua e là qualche parte, ma senza mai fare grossi stravolgimenti.”
State lavorando al terzo album: potete dirci che direzione state prendendo? Ci saranno sorprese rispetto al passato?
“Forse la direzione esatta non la sappiamo nemmeno noi! Ci stiamo lasciando trasportare da quello che scriviamo, spostando le nostre atmosfere in territori decisamente più prog rock, senza però voler etichettare o forzare troppo le cose. Negli ultimi concerti abbiamo già inserito in scaletta un paio di brani inediti come sorta di “drive test” per rodarli sul palco e registrarli in presa diretta. Il processo richiede molto tempo e ascolto tra di noi. Proprio per prenderci tutto il tempo necessario, contiamo che il disco uscirà verso la fine del 2027: sarà un lavoro composto da 4 brani densi, pensati appositamente per essere due per lato in un vinile. Pubblicheremo il materiale solo quando ci sentiremo totalmente sereni nel farlo. Sorprese? Assolutamente sì: avremo a bordo uno special guest che ha preso a cuore il progetto e si unirà a noi per alcuni arrangiamenti.”
Se qualcuno non vi ha mai ascoltato: da dove dovrebbe partire per entrare nel mondo dei Vesta?
“Sicuramente dovrebbe partire dal nostro primo album omonimo, pubblicato nel 2017 e disponibile sulla nostra pagina Bandcamp. Grazie per la chiacchierata Maria Teresa, è stato un vero piacere!”

 

Foto di copertina di Marco Mosti
Foto Martina Ridondelli

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