Opera IX – Dentro il Culto del Veleno
Il 14/06/2026, di Filippo Corso.
Tra esoterismo, spiritualità e atmosfere cariche di mistero, la conversazione si è trasformata in un viaggio all’interno dell’universo oscuro e ritualistico della band, capace ancora oggi di evocare emozioni profonde e immagini sospese tra realtà e occulto. ‘Veneficium’ appare così come una nuova evocazione sonora: intensa, decadente e profondamente immersiva, fedele allo spirito degli Opera IX ma al tempo stesso pronta ad aprire nuove porte verso l’ignoto.
Facendovi i miei più sinceri complimenti per il concerto di stasera — durante il quale si è consumato un vero e proprio rituale — partirei dalla chiusura del live, ovvero dalla vostra incredibile interpretazione di ‘Black Sabbath’, autentico punto d’origine della musica che tutti noi amiamo.
“(Ossian) Sì, quest’idea è nata quasi in modo banale, come semplice tributo. In fondo molte band iniziano facendo cover; noi invece abbiamo cominciato a farle dopo tanti anni. Abbiamo pubblicato ‘Samonios’, una raccolta composta quasi interamente da reinterpretazioni — fatta eccezione per l’inedito ‘Funeral Mist’ — di grandi classici rock, metal e punk che si sposano perfettamente con l’atmosfera di Halloween.
Quando abbiamo realizzato ‘Veneficium’, alla fine ho proposto agli altri: “Ragazzi, visto che è morto Ozzy, inseriamo una cover dei Black Sabbath. Ma facciamo proprio ‘Black Sabbath’: gli albori, qualcosa di primordiale”.
Anche Gigi, il nostro bassista, era d’accordo, nonostante a lui non piaccia fare queste cose. Sai, quando muore qualcuno sembra quasi di fare gli avvoltoi. Però il nostro voleva essere soltanto un omaggio sincero.
Alla fine in realtà, quando ho proposto di reinterpretare ‘Black Sabbath’, tutti hanno accettato subito. Credo che ne sia uscita qualcosa di molto Opera IX: non volevamo rifarla fedelmente, ma trasformarla in una nostra versione, sentirla davvero nostra.
Ed è proprio questo che la rende particolare e diversa dalle altre cover. Poi certo, può piacere oppure no.”
Qualche tempo fa ho intervistato gli Evol, band che oggi non è più in attività. Durante la stessa intervista hanno definito gli Opera IX come patrimonio del black metal italiano, insieme ad altre realtà storiche come Mortuary Drape e Necromass. Volevo chiedervi: nell’arco di quasi quarant’anni di carriera, quali sono stati, secondo voi, gli step che vi hanno portato a ottenere questo status, riconosciuto anche da band storiche della scena?
“(Ossian) Guarda, non so se riesco davvero a risponderti. Forse Serena può farlo meglio di me… anche perché lei che mi fa sentire vecchio (ride NdR).
Mi dice sempre: “Io ho iniziato ad ascoltare gli Opera IX da ragazzina e adesso ne sono la cantante”.
Per quello che posso dirti, io ho sempre creduto in questa idea, in questa linea artistica, in questa musica. L’ho portata avanti senza guardarmi intorno, commettendo sicuramente mille errori, ma cercando sempre di mantenere intatta l’essenza artistica della band.”
“(Serena) Io ci sono praticamente cresciuta, quindi per me è diverso. Da bambina gli Opera IX sono stati tra i miei primi ascolti, e ai primi ascolti inevitabilmente ci si affeziona.”
Sinceramente non saprei neanch’io dare una risposta precisa a una domanda del genere. Però credo che conti molto tutta l’aura che esiste attorno alla band: i concept trattati, l’atmosfera che riesce a creare. Parliamo comunque di una band nata negli anni ’80, con sonorità che inevitabilmente cambiano nel tempo, e secondo me anche il suono delle registrazioni contribuisce a rendere certe band “cult”.
“(Ossian) Forse c’è anche un altro aspetto, riflettendo su quello che diceva Serena: gli Opera IX sono un’entità, non dei singoli personaggi. Opera IX è un’entità.
Certo, c’è Ossian che l’ha creata e magari morirà con me, questo non lo so. Però, al di là di questo, la band ha sempre creduto profondamente in ciò che faceva e continua a fare. Non è una maschera da indossare nel weekend, non è teatro. Non è che poi mi tolgo gli abiti di scena e vado a fare il chierichetto in chiesa.
Noi siamo davvero così. Mi piace descriverla in maniera quasi esoterica: esistono il giorno e la notte. Di giorno vivo la mia vita normale, il lavoro, le attività quotidiane. Poi c’è la notte, la parte oscura, il mio “Samonios”: quelli sono gli Opera IX.
Credo che questo valga un po’ per tutti noi. Anche Luca, il batterista, è una persona molto solare, ma quando suona emergono tutte le sue passioni: il romanzo gotico, l’horror, Lovecraft… infatti il suo personaggio, L.P. Vault, è dedicato proprio a Lovecraft.
Gigi, il bassista, è una persona molto poliedrica, ma anche lui è attratto da questa dimensione oscura.
Insomma, c’è il giorno e c’è la notte. Ma non esiste una maschera dietro cui nascondersi. Di giorno facciamo altro, certo, però questo pensiero, questa linea ideologica e artistica, è sempre presente.”

Chiarissimo. Domanda riguardo alla line-up. Allora, Serena è dal 2018 con gli Opera IX. Io noto — ma è un parere, un gusto personale — che questa line-up abbia dato qualcosa, non di più, ma di diverso. Cioè, io sono affascinato da album come “The Gospel” e “Veneficium”, per me sono due album incredibili. Secondo voi è vera questa cosa? C’è qualcosa di diverso oppure la nuova line-up non ha portato, diciamo, grosse novità rispetto a quella precedente?
“(Ossian) No, no, ha portato grossissime novità. Per quello che vedo io, innanzitutto c’è la professionalità, perché in passato ho avuto anche dei matti.
Gente difficile da gestire, scusami il termine. Non che io sia un dittatore. Però, se vuoi fare qualcosa di bello, se vuoi fare arte, devi essere in linea con quest’arte.
Se hai delle persone che non ci credono, fondamentalmente, oppure ci credono all’inizio e poi, nel mezzo del cammino della nostra madre vita, si perdono perché iniziano a guardare a destra e a sinistra… non puoi andare avanti così perché fai perdere energia a questa entità.
Con la line-up attuale, a parte il fatto che sono tecnicamente molto preparati, sono bravi, tutti molto bravi, e’ diverso.
Non perché Serena è qui, però io mi accorsi di lei, ad esempio, a un concerto. Suonava la chitarra con i Vidharr, e lì c’è stata la parte magica, la parte istintiva. Io, quando l’ho vista, ho detto una bestemmia e: “Questa qui è tosta”. Vedevo questa ragazzina tutta pittata. Mi sono quindi interessato, io non sono un gran cultore di quello che c’è in giro oggi ma ho trovato un suo progetto, i Riti Occulti. E lì ho detto: “Ossian, bravo, ci avevi visto giusto”.
L’ho contattata subito su Messenger, così, due chiacchierate. Le ho detto: “Senti, ma avresti voglia di fare un provino per gli Opera IX?”. E lei mi ha risposto immediatamente con una parola: “Avoja!”.
A me piace l’entusiasmo. Quando vedo una persona entusiasta, allora penso: qui c’è energia.
Lei ha preparato ‘The Gospel’ in quanto tempo? Due mesi?”
“(Serena) Ma anche meno.”
“(Ossian) Eh sì. Senza, scusate il termine, cazzi e mazzi. Fatto, ispirato, preso, registrato, con voglia, con passione. E la sua voglia, la sua passione, non è scemata nel tempo.”
Idem Luca, idem Gigi. C’è da fare qualcosa? Si fa.
Poi c’è da dire che ormai la band non è più la band degli amichetti che si trovano in cantina a fare le prove, come negli anni Ottanta, no? Tutti i venerdì sera. Che è bellissimo, ma ormai quei tempi sono morti, non esistono più. Cioè, esistono solo nel pensiero nostalgico di qualcuno.
Noi siamo tutti distanti: c’è Torino, c’è Pavia, c’è Biella, c’è Roma. Abbiamo anche il quinto elemento, che è uno spirito, Velum, che è il nostro tastierista, Emanuele Telli, e lui è di Viterbo.
È cambiato il modo. Io registro, mando i riff, mando le idee, mando i concetti. Li mando agli altri, li mando a lei, e si elabora, si crea questa cosa.
Funziona perché c’è un accordo, sono tutti allineati. Cioè, hanno passione. Non è una cosa tipo: “Vabbè, lo faccio perché è figo, gli Opera IX sono gli Opera IX, guadagno qualcosa”. No. Si fa per l’arte.
Quindi quello che posso dire è che hanno dato qualcosa di diverso, ma ancorato al passato. Fatto bene.
Anche Telli. Lui è cresciuto con gli Opera IX, ascoltava i primi album quando era ragazzino e mi ha riportato di nuovo quelle sonorità un po’ primitive. Questo è bello, perché è un tastierista allineato con quel tempo, con quel pensiero.”
Ecco, e qui mi ricollego ad una domanda che volevo fare successivamente. ‘Veneficium’ io lo noto un po’ più oscuro, più epico, più rituale rispetto a ‘The Gospel’. Cioè, è un’impressione mia oppure vi ci ritrovate?
“(Ossian) Beh, diciamo di sì. Non è una tua impressione. È molto più rituale. Questo è merito di Emanuele.”
“(Serena) Si, è la mano pesante di Emanuele.”
“(Ossian) Si’, si sente tantissimo. Io do degli ordini, tipo al batterista: “Voglio l’inferno”. Dico solo questo e lui me lo fa. A Emanuele invece ho detto: “Emanuele, questo album deve essere un rituale”. Un rituale dall’inizio fino alla fine. Infatti, se tu hai visto, c’è l’intro, c’è un middle e poi c’è un outro.
Questi tre brani legano un po’ tutto il concetto di Veneficium’. Emanuele è bravo in questo. Lui ha tratto veramente l’essenza.
In “The Gospel” c’era Alexandros. Bravissimo tastierista, ma lui è nato con il power. È bravissimo, ma troppo allegro (ride NdR). Io dovevo sempre dirgli: “Puoi farmi degli accordi un po’ più scuri, più minori?” (ride NdR).
Quindi, questo purtroppo è dato proprio dalla caratteristica, anche dalla passione delle persone. Quelle legate a questa lineup cambiano, si allineano di più con il contesto Opera IX e funziona.”
Mentre dal punto di vista della creazione dei pezzi, sono totalmente affascinato dalla voce di Serena, quindi ancora complimenti. Volevo capire come si inserisce, nella costruzione, la sua interpretazione. Arriva all’inizio, arriva alla fine, sta nel mezzo?
“(Ossian) Allora, prima nasce il concept. Nasce un titolo… di cosa parliamo? Non nasce il riff: “Bello questo riff, cosa può rappresentare?”. No. Prima nasce il concetto.
L’anno scorso è stato pubblicato il mio ultimo libro, che si chiama ‘Veneficium’.
Ho detto: ispiriamoci a questo. È nato così. I testi erano lì dentro, ho dato il libro a Serena e lei ha scritto tutto.
Da lì avendo i miei concetti, ho scritto tutti i riff, tranne per ‘Hortus Sagae’ la cui struttura è stata scritta da Emanuele.
Poi, naturalmente, io do i riff sia a Gigi, che a Luca che a Telli. Loro costruiscono le loro parti e infine arriva Serena che ha assoluta carta bianca. Capisci che io non ho bisogno di dire a Serena: “No Serena, qui non devi fare così”.
Come con Luca, “Fa’ l’inferno!”
“(Luca) Sì, Vero. Carta bianca! Poi vabbè, ogni tanto: “Più inferno” (ride NdR).”
“(Ossian) Noi comunichiamo così. Comunichiamo in questo modo. Cioè, perlomeno io, follemente, gli dico: “No, no, no, qui non fare blast beat, fammi un po’ più d’inferno”. Ecco. E lui sa, fa quello che deve fare.”
Quindi, come tema concettuale dell’album?
“(Ossian) Veleni! Veleni, le piante magiche, tutto il mito e il folklore che c’è dietro. In ‘Veneficium’ parlo anche di tre fantastiche streghe dell’antica Roma: Locusta, Canidia e Martina. E poi abbiamo Serena, che è di Roma (ride NdR). È l’apoteosi dell’Italia, gli Opera IX, no? Ormai abbiamo abbracciato tutto del mito (ride NdR).
Sono rimasto affascinato studiando le arti magiche, l’essenza proprio del folklore di queste piante. Mi sono sempre chiesto perché le streghe usassero l’unguento del volo, l’unguento sabbatico, che comunque creava una sorta di — permettimi il termine — sballo, di estasi. Per quale motivo?
Poi pensa anche solo a ‘Veneficium’, no? Venereo. Il venefico deriva da Venere. Quindi, di nuovo, una stella, un pianeta legato al culto del divino femminile.
Il veleno era un vero potere, così come il potere della conoscenza delle erbe magiche, detenuto solo dalle donne, non dagli uomini. E questo è il mio interesse.
Insomma, ho scritto questo libro e ho detto: quale migliore concetto per un album degli Opera IX, che sono witchcraft potent music dal 1988? Ovvero: la stregoneria. Noi parliamo di stregoneria.
Anche il termine Opera IX: molti non sanno cosa voglia significare. Opera è il concetto della creazione. E poi c’è il numero IX. E lì c’è tutto un discorso di cabala, numerologia, eccetera.
Il IX è un numero di confine, perché dopo c’è il dieci, che è l’uno e lo zero, il congiungimento del divino. Il nove è il girone dei dannati. C’è tutto questo.
Non potevo chiamare la band “L’opera del mistero”: suonava male, sarebbe sembrato il nome di un gruppo prog italiano degli anni Sessanta. Allora l’ho chiamata Opera IX.
Che non è “nona”, eh. Perché gli italiani sono ignoranti e non sanno che, se metti le stanghette su, diventa primo, secondo, terzo, nono. Ma se il numero è libero, è nove.”
Penso che ‘Veneficium’ sia un picco altissimo della vostra discografia. So che è difficile dirlo, perché poi ci sono tanti altri capolavori, tipo ‘The Call of the Wood’, ‘The Black Opera’. Voi, come lo collocate?
“(Ossian) Parla Serena, perché è stata lei che ha detto… non mi ricordo cosa hai detto… “abbiamo fatto il botto”.”
“(Serena) si, diciamo che in questo disco abbiamo avuto tutti un pochino più di carta bianca. A parte il fatto che è una formazione diversa rispetto a quella che c’era prima. Io sono entrata nel 2018 con ‘The Gospel’, ed ero praticamente spaesata, perché entri in un gruppo che ascoltavi fin dall’infanzia, quindi un po’: “Devo fare bella figura”. Poi comunque era già tutto scritto, tutto deciso, tutto fatto. Io ho lavorato solo sulle linee vocali.
Qui invece ci abbiamo messo tutti un po’ del nostro. C’è Telli, che viene da una scuola gotica: a lui piacciono colonne sonore di un certo tipo, sonorità gotiche. Poi io e Telli siamo cresciuti insieme, quindi ascolti più o meno simili. Ho potuto scrivere i testi, e comunque, quando scrivo, leggo. Fondamentalmente leggo un sacco di libri per scrivere i testi, poi sono argomenti interessanti per ciascuno di noi.
Avendo quindi la possibilità di metterci tutti quanti qualcosa di nostro, è sicuramente più personale. ‘Veneficium’ è uscito molto più elaborato e rifinito, c’è un po’ l’essenza di ognuno al suo interno.
“(Ossian) sì perché c’è stato un periodo, soprattutto ai tempi di ‘Back to Sepulcro’, in cui ho fatto da direttore d’orchestra nel senso che dovevo rimettere un po’ in piedi la situazione in quanto gli Opera IX uscivano da un periodo non felicissimo.
Mi son detto quindi: “Devo risistemare tutto”. Le persone che avevo in formazione erano persone che avevano bisogno che io gli dicessi cosa dovevano fare. Non potevo dargli carta bianca. Non riuscivano, non erano predisposte.
Poi c’è stata anche tanta fatica… io sono un po’ boomer, molte persone mi dicevano: “Ah, ma io non sapevo che cercassi un batterista”, perché magari non usavo bene la comunicazione social, non ero partecipativo. Sono sempre stato molto chiuso nel mio antro personale e magari, aprendomi un po’ di più, vivendo anche la scena live, essendo più presente, sarei riuscito ad avere più contatti e a trovare con più facilità persone adatte.
Serena ti ha risposto bene: è stato un disco più alchemico. Nel senso che ognuno ha messo qualcosa di suo. Non c’è più solo Ossian: c’è il contributo di tutti.”
Pensavo una cosa: se questo disco potesse essere considerato come un varco, una porta… secondo voi cosa vi lasciate dietro e cosa invece raggiungete, o volete raggiungere?
“(Ossian) Lo spirito. Perché noi stiamo abbandonando tutti gli elementi. Tutte le ere degli Opera IX sono legate a un elemento: terra, aria, acqua, fuoco. E con ‘Veneficium’ entriamo nello spirito, che è la quinta era.”
Quindi è un album fondamentale?
“(Ossian) Sì, fondamentale! Anche perché poi, fra due anni, facciamo quarant’anni (ride NdR).”
“(Serena) L’età mia (sorride NdR).”
“(Ossian) E insomma… stiamo già pensando a come festeggiare. Poi vedremo. Ho delle idee, non sono bellissime le mie idee (ride NdR), non sono felicissime, perché io avevo già deciso ai tempi che avrei finito con il nono album come full-length. Però poi magari i giovani che ci sono dentro mi ridicono: “Ma no dai, andiamo avanti”.”
“(Serena) Sì, altri nove”

Forse mi hai già risposto un po’ prima, però… se qualcuno potesse togliere tutte le caratteristiche agli Opera IX tranne una, quale dovrebbe rimanere affinché l’essenza degli Opera IX continui a esistere?
“(Ossian) L’occultismo. La stregoneria. L’essenza è quella, la parte magica.
Io parlo per me, ma penso che anche Serena abbia avuto le sue esperienze, ne abbiamo parlato. Sono esperienze molto interessanti.
Io vivo la stregoneria, vivo la magia. Ormai è parte integrante della mia vita.
Mia moglie è una strega — nel senso, non “strega tanto per” — cioè, lei è una strega cerimoniale, una wicca di secondo livello ed e’ molto “involved”, come dicono gli inglesi, visto che lei segue una tradizione appunto inglese.
Noi viviamo così. Viviamo a stretto contatto con queste essenze, celebriamo, siamo neopagani. Non è una maschera. Lo viviamo davvero. Abbiamo cresciuto i nostri figli con questi ideali. Sono giovani, per carità, però sono liberi. Serena ti darà la sua risposta.”
“(Serena) ci siamo tutti un po’ dentro, dai.”
“(Ossian) Eh sì, abbastanza.”
“(Serena) Io ho le mie esperienze in famiglia, diciamo che pure io sono cresciuta in un contesto esoterico con una zia che faceva parte del Cerchio Firenze 77, quindi sedute medianiche, libri di astrologia… mi ha tramandato un sacco di cose.
Poi io ho approfondito per conto mio. Ci sono tante cose… io sono molto curiosa. Magari sento, leggo, vedo, poi mi informo. Quindi per me questo contesto è più che interessante. Alla fine è quasi come un’altra famiglia a cui fare riferimento. Telli, il nostro tastierista, è uguale.”
“(Ossian) Si occupa di psicofonia.”
“(Serena) Sì, perché lui ha avuto delle esperienze particolari. Partiva da scettico totale, poi ha avuto queste esperienze — me le ha raccontate — e da lì ha cominciato a fare ricerche di metafonia. Si è interessato a quello.
Quindi, insomma, diciamo che ognuno, nel proprio campo, è addentro a queste cose.”
“(Ossian) La metafonia è la registrazione delle voci dei defunti. In determinati luoghi, grazie a strumenti particolari che creano onde bianche, si vanno a coprire queste onde vuote che sarebbero quelle delle voci dell’aldilà. Telli è molto interessato e fa tanti studi su questo. Sai cosa c’è dall’altra parte? Il grande dubbio.
Opera IX… dopo il 9 cosa c’è? C’è il 10, sì, ma il 10 cos’è? È l’1 e lo 0. Non sappiamo bene cosa ci sia, quindi c’è il mistero.
Tutti noi ci interessiamo a questo. Se togli questa essenza agli Opera IX, resterebbe una band interessante, però perderebbe la sua caratteristica principale.”
A me è capitato in pochissimi casi di assistere a concerti che avessero davvero una dimensione così rituale. Ma come si fa a tradurre tutto ciò in spettacolo, anche se è riduttivo definirlo così?
“(Ossian) Giada la nostra performer, che ringrazio ancora tantissimo… lei questa sera era la dea Ecate, una dea infera che quando è salita sul palco ha portato — non so se hai notato — un’altra energia.
Lei ha il suo personaggio, no? Non è più Giada, è Ecate. Ha portato un altro livello, e la gente se n’è accorta, c’è stato un attimo di vibrazione che ho visto anche nei fotografi quando sono corsi tutti verso di lei.
Poi guarda, siamo limitati purtroppo, perché io avrei tante idee. Vorrei fare delle cose grandiose, bellissime. Però poi succede che fai un’ora e quaranta di ritardo in autostrada, non puoi fare il check, non puoi montare parte della scenografia… e ti trovi davanti a questi imprevisti.
Gli Opera IX avrebbero bisogno di una giornata tutta loro, di un concerto organizzato bene, con tanto spazio, con tutti i performer disponibili. Potremmo fare qualcosa di molto più grande.
Abbiamo le conoscenze per mettere in scena certi concetti, il rito magico è una forma di teatro. Aleister Crowley lo faceva. Crowley, attorno al 1915, mise in scena a Londra ‘I Misteri di Eleusi’, tutto un rituale sulla discesa negli inferi, proprio in un teatro. Bellissimo. Al tempo non c’erano le band rock, c’era altro.
Si potrebbe fare tanto di più. Purtroppo siamo in Italia: mancano mezzi, manca chi investe, eccetera. Facciamo quello che possiamo.
Ad esempio abbiamo eseguito il brano ‘Defixiones’, che parla di una maledizione fatta con una lamina di piombo che viene perforata e poi data alla dea degli inferi, cioè Ecate. C’erano anche questi oggetti… solo che la gente andrebbe un po’ istruita. Noi ci proviamo.”
“(Serena) Sì, nei testi c’è tutto.”
“(Ossian) La gente magari leggerà, farà delle ricerche, poi capirà che il bicchiere verde era il veleno, non l’assenzio (ride NdR). Sono piccoli messaggi che diamo. Puoi fare delle cose anche solo con un bicchiere e un po’ di acqua e menta (ride NdR). Tu adesso sai il segreto: acqua e menta e con quello puoi già fare una bella scena oppure, se hai mezzi, puoi inscenare con un’adeguata struttura, una scenografia incredibile o ancora come detto prima si può fare anche con la semplicità, ma devi conoscere i simboli. Altrimenti uno si chiede: “Perché andare sul palco con un bicchiere di acqua e menta?”.
Vedremo cosa succederà. Facciamo quello che possiamo, nel nostro piccolo. Ripeto ci proviamo.”
Siete particolarmente legati a un pezzo di ‘Veneficium’ rispetto agli altri.
“(Ossian) Sì, io sì. Dico il mio: ‘Saltatio Corvi’, che è il secondo singolo.
Per me ha un significato particolare, perché c’è una storia dietro ai corvi che mi è capitata negli ultimi anni. Però adesso magari Serena ti dice il suo.”
Per te, Serena?
“(Serena) Vabbè, io ‘Defixiones’.”
“(Ossian) Ah, maledire.”
“(Serena) Sì, lo posso dire? Me rode er culo dall’85! (Ridono NdR) Quindi insomma, ce n’ho di gente da maledire.”
Quindi finalmente ci sei riuscita?
“(Serena) Finalmente l’ho potuto fare, sì. A breve uscirà anche il video.”
“(Ossian) Stay tuned.”
Avete qualcos’altro da dire che non è emerso dalle domande che vi ho fatto?
“(Ossian) Prossimi progetti? Turchia. Per la prima volta nella nostra storia andremo a Istanbul per un concerto. Poi, a novembre, un nuovo tour in America Latina, dove ci adorano tantissimo.
Infine, si sa che non si è mai profeti in patria, però magari… sarebbe carino ricevere qualcosina in più dall’Italia. Vedremo…”