Mek Na Ver – La pura dimensione dell’abbandono
Il 26/06/2026, di Filippo Corso.
Attraverso le parole di Dipsas Dianaria, abbiamo avuto modo di avvicinarci a questa affascinante entità artistica, scoprendone non solo la dimensione musicale, ma anche l’immaginario e la visione che ne alimentano l’essenza. Ne emerge un universo personale e coerente, dove arte e introspezione convivono in equilibrio, trasformando ‘Noctivaga’ in un’esperienza notturna e immersiva destinata a lasciare un segno indelebile.
Ho scoperto il progetto Mek Na Ver grazie allo splendido ‘Noctivaga’, ma il primo album risale a ‘Heresy’ nel 2010: qual è l’idea e il concetto alla base della sua genesi? Come è cresciuto e si è evoluto nel corso di questi anni?
“Mek Na Ver nasce nel 2010 da pezzi che erano stati scartati dal gruppo con cui suonavo all’epoca, i Vidharr. Non riuscivo a lasciarli andare, sentivo che appartenevano a qualcosa che ancora non aveva un nome. Quel nome è diventato Mek Na Ver: una dimensione parallela, un regno astrale dove vivono le sensazioni più profonde, quelle che le parole faticano ad esprimere, il non visto, un luogo dove il dolore, il rimpianto e l’abbandono esistono in forma pura senza bisogno di definizioni. Ho avuto una vita molto frenetica, le cose sono andate avanti lentamente, ma questo disco è stato un qualcosa che ha aspettato nel buio senza fretta”.
‘Noctivaga’ è un album intenso e, almeno per me, incredibile: qual è stato l’iter che ha portato alla sua creazione e quale il tema che lo caratterizza?
“Grazie, mi fa molto piacere. ‘Noctivaga’ descrive chi si muove nel buio con un’accezione poetica e malinconica: persone, animali, spiriti notturni. L’album incarna un lutto, un esoterismo decadente, una vedovanza che riguarda l’essere stesso. È un rifiuto del tempo lineare e del concetto di luce come salvezza, un invito a perdersi nel richiamo del buio senza cercare una via d’uscita. La produzione è stata curata da Stefano Morabito ai 16th Cellar Studio e sono soddisfatta di come ha saputo restituire quella pesantezza interiore. La copertina è un acquerello dipinto a mano da Gladia Delmarre, che ringrazio. Ha visto esattamente quello che io vedevo e lo ha tradotto in immagine senza che dovessi spiegare molto. Spero che chi lo ascolterà riesca a sentire quanto sia realmente sofferto”.
C’è un momento, nella creazione di ‘Noctivaga’, in cui avete percepito chiaramente di aver raggiunto qualcosa di diverso rispetto al passato?
“Sì, quando ho capito che i brani non stavano solo raccontando qualcosa, ma stavano ricostruendo un luogo. Mek Na Ver per me non è mai stato un esercizio di stile ma è un posto reale, interiore, a cui torno quando le parole normali non bastano. Con ‘Noctivaga’ ho sentito che quel posto era finalmente visibile anche dall’esterno. È una sensazione strana, come aprire una porta che credevi esistesse solo per te”.
Se doveste scegliere una caratteristica particolare che lo rappresenta, quale scegliereste e perché?
“L’atmosfera. Non è un disco che si ascolta distrattamente, ti chiede di stare nel buio con lui. Ogni brano è costruito attorno a un’emozione specifica e i testi mentre si ascolta la musica, dovrebbero far rivivere esattamente quello che provavo mentre li scrivevo. Non è intrattenimento ma qualcosa di realmente sentito”.
Il vostro è un symphonic black metal di innata classe, ma allo stesso tempo particolarmente originale e unico: secondo voi cosa lo contraddistingue?
“Grazie, sono lusingata. Non ho mai scritto pensando a un genere o a come dovesse suonare, vado sempre d’istinto partendo da quello che voglio far arrivare all’ascoltatore. C’è sempre un’immagine, una sensazione precisa nella mente prima ancora che nasca una nota. Mi occupo di tutto: parte musicale, lirica e grafica. L’unica cosa di cui non mi sono mai preoccupata è la composizione delle tastiere, che lascio a Emanuele Telli, musicista che stimo profondamente e con cui l’intesa esiste da anni, senza bisogno di dire assolutamente nulla”.
Credo che la vostra lineup, che comprende artisti provenienti da Opera IX ed ex Aborym, sia ricca di talento e visione: come si è evoluta nel corso degli anni?
“Sono circondata da musicisti che stimo davvero. Io e Emanuele Telli suoniamo entrambi in Opera IX, e Thomas Aurizzi ha suonato con Aborym. Non è una cosa costruita strategicamente, sono persone con cui ho un legame reale ed una visione condivisa. Devo dire che mi dispiace quando leggo che Mek Na Ver viene descritta come una copia di Opera IX solo perché io ed Emanuele suoniamo anche lì. Il primo disco è del 2010 e ha un’identità sua, precisa e autonoma. Capisco che sia più comodo fare confronti, ma chi ascolta davvero sa distinguere, togliendo anche il fatto che non metterei mai a paragone le mie composizioni con quelle del buon Ossian, altra persona che stimo tantissimo”.
Le melodie e le orchestrazioni sono elementi fondamentali: che ruolo e che impatto hanno nell’economia della composizione finale? Mi spiego meglio: costruite i brani attorno ad esse oppure nascono come conseguenza di altri elementi chiave?
“Non c’è una gerarchia rigida nel mio processo, seguo quello che sento e le orchestrazioni di Emanuele emergono come parte naturale dell’emozione che mettiamo in musica. Nei brani, l’atmosfera notturna e decadente che si percepisce nei testi, si rispecchia direttamente nell’arrangiamento. Non potrebbe essere altrimenti, sarebbe come separare un’ombra da quello che la proietta”.
Altro elemento distintivo è la tua performance, Dipsas, che definirei incredibile: ti faccio i miei complimenti anche per il lavoro svolto con gli Opera IX. Come si inserisce il tuo operato nella costruzione dei pezzi?
“Grazie, è sempre bello sentirselo dire. Per me la voce è un altro strumento compositivo, non una sovrastruttura decorativa. In Mek Na Ver canto istintivamente, non c’è un approccio tecnico calcolato ma è come una “necessità”, come qualcosa che deve uscire e trova la sua forma da sola. La stessa dedizione la porto in Opera IX, anche se il contesto è diverso e c’è uno studio diverso sui pezzi visto che la composizione è condivisa, a differenza di Mek Na Ver dove l’approccio musicale lo curo io”.
Ci sono brani che, anche solo di poco rispetto agli altri, reputo di maggiore impatto, profondità ed evocatività, come ‘Strix – Elegia Lunae’ e ‘Strige – Altar of Unspoken Vows’: potete raccontarci qualcosa in più sulla loro genesi?
“Questi brani li ho scritti dopo l’uscita di ‘Heresy’, in un periodo molto particolare. ‘Strix: Elegia Lunae’ è una figura archetipica, la strix della tradizione, la creatura notturna, filtrata attraverso un lutto personale e una malinconia quasi cosmica. ‘Strige: The Altar of Unspoken Vows’ è più fermo, più “silenzioso”, parla di promesse non dette, di cose che rimangono intrappolate nell’ombra per sempre. Entrambi vivono in quel posto che è Mek Na Ver dove non c’è redenzione, solo verità nel buio. ‘In tenebris veritas'”.
Ritorno sulla copertina di ‘Noctivaga’, è immediata, diretta e molto evocativa: come è nata?
“Come dicevo è un acquerello dipinto a mano da Gladia Delmarre, che ringrazio di cuore. Le ho parlato del disco, del concept e lei ha restituito esattamente quello che cercavo, con una precisione che ancora mi colpisce. Quando l’ho vista per la prima volta ho capito subito che era quella giusta. È raro trovare qualcuno capace di entrare nel tuo immaginario con quella sensibilità”.
Che tipo di esperienza vorreste far vivere a chi vi ascolta, o qual è l’obiettivo che desiderate trasmettere attraverso la vostra musica?
“Non sono brava ad esprimere quello che ho dentro a parole, pertanto ho imparato ad usare la musica per farlo. Vorrei che chi ascolta, senta quello che ho sentito io mentre scrivevo e non una versione edulcorata, la percezione reale di una serie di sensazioni. Mek Na Ver è un luogo e i brani sono la mappa. Non c’è un obiettivo didattico o narrativo, c’è qualcosa di più viscerale, più antico. Se arrivi dove sono arrivata io, allora il disco ha fatto il suo lavoro”.
C’è un aspetto della vostra identità artistica che sentite ancora in evoluzione?
“Non parlerei tanto di evoluzione quanto di un processo continuo di elaborazione. Sono una persona che vive molto dentro e negli anni sono cresciuta, sono diventata forse più chiusa, più schiva e paradossalmente più mi chiudo, più sento il bisogno di comunicare, meno riesco a sentire di averlo detto davvero in modo completo. C’è sempre qualcosa che rimane al di là delle parole e delle note. Forse è proprio questo il motore di Mek Na Ver, quella sensazione di non essere mai arrivata del tutto a dire quello che volevo e probabilmente non ci arriverò mai, ma continuerò a provarci”.
Mek Na Ver è un progetto che avrà anche una dimensione live? E quali sono i vostri piani per il futuro?
“L’intenzione c’è ed ho già ricevuto diverse proposte interessanti. Il nodo principale è trovare il batterista giusto per i live, non voglio salire su un palco tanto per farlo. Vorrei fare pochi concerti ma costruiti bene, con la stessa cura che metto nel disco. Sul fronte discografico, l’obiettivo è non far passare altri sedici anni. Questa volta sarò più veloce!”