Freddy Delirio and the Phantoms – Dentro il castello dell’invisibile

Il 01/08/2026, di .

Freddy Delirio and the Phantoms – Dentro il castello dell’invisibile
Capita raramente di imbattersi in album che vanno oltre il semplice concetto di musica per trasformarsi in autentiche opere d’arte. Mi riferisco a quei dischi che, una volta ascoltati, riescono a evocare immagini, sensazioni, brividi e ombre, trascinando l’ascoltatore in una dimensione sospesa tra realtà e immaginazione.
Con ‘Stranger Phenomena’, i Delirio And The Phantoms regalano un vero e proprio viaggio: un percorso attraverso il quale il dark rock, il progressive e le loro atmosfere più cupe, spettrali e affascinanti raggiungono vette espressive di altissimo livello.

Attraverso le parole di Freddy Delirio scopriamo i segreti, le ispirazioni e le peculiarità di un’opera destinata a lasciare il segno. Un album che, a mio avviso, sarà ricordato negli anni per la sua capacità di coinvolgere profondamente chi lo ascolta e, soprattutto, chi lo vive.

Freddy, la verità è che ‘Strange Phenomena’ ci ha particolarmente colpito. Ci eravamo lasciati tre anni fa con ‘Platinum’, altro splendido album. Quali sono stati i vari step che hanno portato alla costruzione di questo che a mio modo di vedere ed ascoltare è un vero capolavoro?
“È un grandissimo piacere e intanto ti ringrazio, perché sentirsi dire queste parole da te e da voi è motivo di grande orgoglio. “Capolavoro” è una parola importante e non capita tutti i giorni di sentirla riferita a un proprio disco. Questo album è stato concepito circa un anno fa. Massimo Gasperini della Black Widow mi propose una tematica e mi disse: “Facciamo un disco nuovo, è il momento”. E in effetti era un periodo in cui continuavo a dire anche a mio figlio Chris che avevo voglia di comporre e scrivere musica nuova. Ci sono quei momenti in cui senti che è arrivato il momento giusto e tutto accade nel modo giusto. Massimo mi propose qualcosa che avesse a che fare con un luogo, un posto particolare, oppure con qualcosa di fantastico, quasi fantasy, che potesse essere in qualche modo infestato o comunque caratterizzato da una storia importante e da atmosfere particolari. Io gli risposi: “Meglio di casa mia?”.
Tra l’altro avevamo già pubblicato qualche tempo prima un singolo uscito soltanto in edizione picture disc limitata, ‘Haunted House’, e gli dissi: “Partiamo da qui. Tanto questo brano finirà sicuramente sul disco, lo sistemiamo, lo prepariamo per l’album e sviluppiamo tutto il resto”.
A quel punto mi sono messo a cercare una serie di documenti storici che parlassero di questo posto, perché è un luogo che ha davvero tanta storia. Si parla del Cinquecento, ma la prima struttura risale addirittura al Duecento. In tutti questi secoli ne sono successe davvero tante e questo posto respira un’aria tutta sua. È un luogo un po’ strano e la prima volta che ci ho messo piede, negli anni Novanta, l’ho percepito subito.
Così ho deciso di approfondire e fare un po’ di ricerca. Ho trovato molta documentazione, anche in latino, oltre ad aneddoti e racconti davvero interessanti. Da lì i brani sono venuti quasi da soli, sia quelli con il testo sia quelli strumentali.
E sugli strumentali ci tengo a soffermarmi, perché pezzi come ‘Omen’ e ‘Ceremony’ sono praticamente nati in una sera. L’ossatura del brano si è sviluppata e completata nel giro di pochi minuti. È stato come un viaggio, qualcosa di quasi estatico. Poi naturalmente arrivano gli arrangiamenti, gli altri strumenti e tutto il lavoro di produzione, ma la struttura musicale era già lì.
Quegli accordi, quelle melodie e quel solo di synth sono arrivati in maniera molto naturale. Per quel passaggio ho utilizzato la Roland AX-Edge e ci tengo a dirlo perché ha un suono davvero particolare. Queste cose sono accadute così, in modo spontaneo. E chissà, forse qualcuno o qualcosa mi ha anche dato una mano.”
Una delle cose che colpisce di ‘Strange Phenomena’ è appunto il ruolo delle strumentali. Spesso vengono considerati semplici riempitivi, mentre qui hanno un peso specifico molto forte. Inoltre, rispetto a ‘Platinum’, ho percepito un ulteriore avvicinamento alla melodia. Certo si parla di sempre di prog-rock, dark, atmosfere spettrali ma lo sento più atmosferico, ma anche più intimo e ricercato. Ti ritrovi in questa lettura?
“Sì, assolutamente. Credo che dipenda molto dal filo conduttore di cui ti parlavo prima. Attraverso queste canzoni ho cercato di descrivere l’atmosfera che si respira qui, ed è venuto tutto in maniera molto naturale. A volte è più tenebrosa, altre più inquietante, altre ancora quasi celestiale.
È come un flusso continuo, come se fossero tanti colori diversi appartenenti però allo stesso soggetto. ‘Platinum’, a cui sono molto legato, era un disco più frammentato. Racchiudeva episodi diversi, nati in momenti differenti e anche con musicisti differenti. C’era il contributo di artisti esterni, anche stranieri, ed era un lavoro costruito nel tempo.
‘Strange Phenomena’, invece, è nato in pochi giorni di intensa creatività. Un anno fa abbiamo fatto tutto molto velocemente.
Anche Chris, mio figlio, ha avuto un ruolo importante. Oltre ad aver suonato batteria e chitarra in ‘Haunted House’, mentre le altre parti di chitarra sono state realizzate da Paolo Oliveri, è l’autore di alcuni riff di tastiera fondamentali per il disco.
Il riff iniziale di ‘Strange Phenomena’ è suo. Così come quelli di ‘War’ e di ‘Angel Door’. Ha una capacità incredibile: sceglie un suono e nel giro di pochi secondi riesce a trasportarti immediatamente in un altro mondo.
Mentre stavo scrivendo il disco si è presentato con questi riff quasi per caso. Eravamo immersi nell’atmosfera di questo luogo e sembrava che tutto fosse perfettamente allineato. Io gli dicevo subito: “Fermo, da qui nasce una canzone”. Poi sviluppavo il resto del brano, ma il seme iniziale era lì.
Per questo ci tengo sempre a sottolinearlo. Tante volte mi dicono: “Che belle tastiere hai scritto”. Ed è vero, perché poi le ho arrangiate, sviluppate e suonate per tutta la durata dei pezzi. Però quelle canzoni sono nate da una sua intuizione.
E lo dico non perché sia mio figlio, anche se ovviamente è motivo di orgoglio, ma perché è andata realmente così. ‘Strange Phenomena’ non sarebbe nato senza quei riff. Hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione dell’album.”

A livello emotivo, com’è lavorare con tuo figlio? In parte hai già risposto, ma immagino che sia un aspetto importante di questo disco.
“Con Chris è tutto molto spontaneo. Le cose avvengono velocemente, senza stare lì a pensarci troppo. Poi certo, c’è tutta la parte legata alla produzione, alle macchine, a quello che succede qui dentro.
Questa casa è strana. Adesso sono al piano di sopra, ma anche quando scendo in studio succede sempre qualcosa. Sembra paradossale, ma arrivi al 90% del lavoro e non riesci mai ad arrivare davvero al 100%. C’è sempre qualcosa che cambia. Un giorno un suono è in un modo, il giorno dopo è leggermente diverso. Ed è lì che uno impazzisce.
Noi abbiamo concepito il disco nel giro di una settimana, un anno fa. Lo abbiamo registrato a giugno e tra giugno e luglio era praticamente pronto. Poi però passi un anno a fare test, verifiche, prove, perché ogni volta emerge qualche nuovo intoppo e c’è sempre qualcosa da sistemare.
Gli “strani fenomeni” fanno parte anche di questo. Il momento della consegna dei master, per esempio, è sempre molto faticoso, perché entrano in ballo una serie di cose che, onestamente, a volte sono anche un po’ inspiegabili. Non è semplice, davvero non è semplice.”
Nella presentazione del disco si parla di episodi non soltanto horror o spettrali, ma anche ironici. È vero? Si ha quasi l’impressione che la casa sia viva e che manifesti diversi stati d’animo.
“Te lo dico, un po’ me ne vergogno, però quando accadono certe cose mi giro e dico: “Signori, mettiamoci d’accordo”.
Perché succedono episodi davvero assurdi. Sposti una cosa e poco dopo sembra che sia da un’altra parte. Oppure ci sono apparecchiature che si accendono o si spengono, luci che vibrano in certe stanze… cose che ormai fanno parte della quotidianità.
Ti faccio un esempio. Avevamo un elettricista molto simpatico che, tra l’altro, era anche una persona aperta a certi argomenti. Un giorno gli mostrai alcuni problemi che avevamo in casa e lui mi rispose: “Saranno i fantasmi”. Gli dissi: “Guarda, se me lo dici tu…”.
Alla fine ci si ride sopra, perché l’ironia nasce proprio da questo. Quando non succede nulla di grave, ma continui a trovarti davanti situazioni che ti fanno perdere tempo e pazienza. Fai una cosa in un modo e non funziona. La rifai in un altro modo e succede qualcos’altro.
A volte mi giro davvero e dico: “Ragazzi, troviamo una quadra”. Perché magari devo consegnare un lavoro a un cliente, devo finire un progetto mio, e c’è sempre qualcosa di buffo, di paradossale. Alla fine ci ridi sopra, ma nel frattempo perdi ore.
Sono schemi che si ripetono continuamente, come se ci fosse sempre uno sgambetto pronto ad aspettarti. Per chi vive qui è diventata quasi la normalità, ma credimi che delle volte si perde anche la pazienza.
Infatti nel testo di ‘Strange Phenomena’ c’è anche questo aspetto. A un certo punto il messaggio è quasi: “Lasciatemi un po’ in pace”.
Chi viene qui da fuori spesso mi dice di essersi sentito osservato o di aver percepito qualcosa di particolare. Io ormai ci convivo, ma lavorare tutti i giorni con questi piccoli inghippi, soprattutto tecnologici ed elettrici, può diventare davvero complicato.
Mi viene in mente un altro episodio. Quando stavo registrando la parte centrale di ‘Strange Phenomena’, quella con tutti quegli effetti particolari, avevo appena finito una registrazione e all’improvviso si è spento tutto. Poco dopo si è riacceso da solo.
A quel punto ho detto ancora: “Ragazzi, aiutatemi”. È buffo, perché poi uno racconta queste cose e sembra matto. Però è successo davvero. E forse è proprio per questo che ho deciso di vivere tutto con ironia e divertimento.”
Ci sono dei brani o dei momenti del disco a cui sei particolarmente affezionato? So che per un artista è sempre difficile rispondere a questa domanda.
“In realtà no. Mi piace tutto quello che è stato fatto e credo che il disco sia legato da un unico filo conduttore. Tutto scorre in maniera naturale.
Anche le tematiche le considero ugualmente importanti e profonde. Sono facce diverse della stessa medaglia, stati d’animo differenti. Ci sono momenti più pesanti, altri più leggeri, altri ancora più scanzonati, ma per me hanno tutti lo stesso valore.
Se proprio devo individuare qualcosa a cui sono particolarmente legato, probabilmente direi ancora le strumentali. Sono stati forse i momenti più sentiti del disco, quasi degli esperimenti. Io li definisco delle vere e proprie “sospensioni statiche”.
Sono quei brani che mentre componi ti fanno quasi chiudere gli occhi e lasciarti trasportare. Penso a un pezzo come ‘Ceremony’: è molto ripetitivo, quasi monolitico, ma proprio quella ripetizione genera una sensazione angosciante. Poi entrano quei suoni che ricordano il Mellotron e il brano ti porta altrove.
La cosa interessante è che non avevo programmato nulla. Non avevo in mente una direzione precisa. È semplicemente accaduto.
Forse è per questo che sono così affezionato a quei momenti. Sono più astratti, meno ragionati. Gli altri brani hanno una struttura più tradizionale: intro, strofa, ritornello. Cerchi di costruire un bel ritornello, di arricchirlo nel modo giusto e di valorizzare la canzone.
Gli strumentali, invece, sono quasi scivolati fuori da soli. E probabilmente è proprio a quei momenti che sono più legato.”
L’inserimento di ‘Radioactivity’ dei Kraftwerk funziona incredibilmente bene all’interno del disco. Come è nata l’idea di reinterpretare un brano così iconico?
“Io adoro quel brano. Ho sempre avuto un amore particolare per ‘Radioactivity’. È una canzone che ancora oggi mi fermo ad ascoltare perché continua a colpirmi profondamente.
Stiamo parlando di un pezzo che ha più di cinquant’anni e di una band che era incredibilmente avanti rispetto ai suoi tempi. Ha qualcosa di estremamente evocativo: è sospeso, liquido, ti attraversa completamente.
Inoltre è un brano che è rimasto sempre attuale. Negli ultimi anni è stato utilizzato anche in produzioni legate alla vicenda di Chernobyl, proprio perché continua ad avere una forza comunicativa enorme. E poi c’è tutta la tematica della radioattività, che mi ha sempre affascinato particolarmente.
A un certo punto Massimo mi chiese se avessi qualche contenuto extra da inserire nel progetto. Io gli risposi che avrei voluto tentare una follia: reinterpretare proprio quel brano.
Mi disse che nessuno lo aveva mai realmente coverizzato e allora ho pensato: “Lo faccio io, ma voglio farlo bene”.
Ed è stata una sfida difficile, perché con canzoni di questo livello il rischio di fare una semplice imitazione o una versione poco convincente è altissimo. Invece, quando ho ascoltato il risultato finale, ho avuto la sensazione che funzionasse davvero. Scorre bene e si integra perfettamente nel disco.
Tra l’altro il tema della radioattività si lega perfettamente a quello dell’album. Parliamo di fenomeni invisibili, di presenze che non si vedono ma i cui effetti sono reali. E la radioattività è esattamente questo: qualcosa di invisibile, potentissimo, capace di lasciare conseguenze anche molto tempo dopo.
Per questo ci è sembrata la chiusura ideale del disco, quasi una ciliegina sulla torta.
Inoltre sarà uno dei brani accompagnati da un videoclip ufficiale. Abbiamo già realizzato ben cinque video, in particolare di ‘Angel Door’, ‘Strange Phenomena’, ‘Destined for Eternity’, ‘Haunted House’ e ‘Radioactivity’. Sono già girati e montati per gran parte del lavoro, anche se devo ancora completare alcuni contenuti aggiuntivi. Diciamo che siamo già attorno all’80% per ciascuno e usciranno progressivamente nei prossimi mesi.”
Oggi quanto è difficile realizzare un’opera di questo tipo? Viviamo in un’epoca in cui spesso una canzone viene giudicata nei primi trenta secondi e poi si passa subito a quella successiva. Quanto è complicato proporre musica che richieda attenzione e coinvolgimento?
“Hai detto una cosa giustissima, anche perché magari fossero davvero trenta secondi. A volte la soglia d’attenzione è ancora più bassa.
Mi è capitato di parlarne con un cliente in studio. Aveva un brano molto bello ma non riusciva ad avere gli stessi ascolti di altri pezzi. A un certo punto gli chiesi: “Quanto dura l’intro?”. E in effetti era molto lunga. Il problema è che la gente si ferma prima che il brano si apra davvero. Magari ascolta quei primi secondi, pensa che la canzone sia tutta così e passa oltre.
Oggi, volenti o nolenti, bisogna riuscire ad arrivare subito al cuore e all’orecchio dell’ascoltatore. Poi il brano può aprirsi, respirare, svilupparsi, ma all’inizio bisogna trovare il modo di catturare l’attenzione.
Secondo me bisogna essere un po’ astuti, nel senso buono del termine. Rendere il percorso accattivante, costruire una sorta di saliscendi, alternando momenti più diretti e d’impatto ad altri più sospesi e atmosferici.
In ‘Strange Phenomena’ tutto questo è avvenuto in maniera molto naturale. La title track è un brano abbastanza diretto e ti introduce subito nel mondo del disco, ma poi c’è anche il tempo per respirare e lasciarsi trasportare.
Una cosa che mi fa molto piacere è quando gli ascoltatori mi raccontano come vivono i nostri album. Tanti mi dicono: “La sera torno a casa, mi metto le cuffie, alzo un po’ il volume e mi ascolto tutto il disco”. Questa è una cosa che mi rende davvero felice.
Perché vorrei che i nostri lavori fossero proprio dei viaggi. Un po’ quel sali e scendi di cui parlavamo prima: il momento più d’impatto, poi la sospensione, poi si riparte. È tutto collegato.
Ci sono anche canzoni che abbiamo pensato quasi come delle piccole suite. Penso a ‘Ceremony’ e ‘Omen’, ma anche a ‘War’ e ‘Butterfly’. Sono brani collegati tra loro e, secondo me, acquistano un significato particolare quando vengono ascoltati in sequenza.
Poi, se uno vuole ascoltare dieci volte di fila ‘War’ perché lo gasa, va benissimo, lo farei anch’io. Però un ascolto continuativo del disco ha comunque un suo significato.

In fondo è questo che cerchiamo di fare: album che si possano ascoltare dall’inizio alla fine senza annoiare, capaci di accompagnare l’ascoltatore in un percorso e, perché no, di fargli vivere un piccolo viaggio.”

 

Hai una carriera lunghissima e tantissimi progetti alle spalle. Ti ricordo negli H.A.R.E.M., nei Death SS, nei W.O.G.U.E. e in molte altre realtà. Che ruolo occupano oggi i Delirio and the Phantoms all’interno del tuo percorso artistico e personale?
“Tutti i progetti che hai citato sono stati enormi per me. Gli H.A.R.E.M. sono stati il mio gruppo principale per oltre vent’anni. Abbiamo suonato tantissimo, fatto dischi e vissuto davvero tante esperienze. Con i Death SS collaboro da più di trent’anni, tra album, tour e soddisfazioni di ogni tipo.
I V.O.G.U.E. sono stati un capitolo più breve, anche se ho seguito completamente la produzione di quel disco e quindi l’ho sentito molto mio. Sono stati tutti progetti importanti.
Però i Delirio and the Phantoms rappresentano sicuramente la mia parte più intima, più diretta e più vera. È il progetto in cui posso dare tutto me stesso al cento per cento, senza alcun tipo di limite.
E poi ormai è diventato anche un affare di famiglia. All’inizio era un progetto solista, ma da quando è entrato Chris è cambiato tutto. C’è un coinvolgimento familiare molto forte e questa è una cosa a cui tengo particolarmente.
La band, inoltre, si è consolidata negli anni. Non c’è solo Chris, ma anche Paolo Oliveri, Alessandro Lupo e tutti gli altri. Siamo un gruppo che va avanti da tempo e sento che siamo sempre più coesi. Passano gli anni e vedo una partecipazione sempre più forte da parte di tutti, sia a livello musicale che umano.
Quando proviamo ci divertiamo tantissimo. Anche dal vivo c’è una bellissima atmosfera. La settimana scorsa abbiamo suonato a Genova ed è stata una serata fantastica.
Quello che mi piace è che c’è un’intesa continua. Quando porto una demo, magari già arrangiata e impostata, tutti entrano subito nel progetto con entusiasmo. Ognuno aggiunge qualcosa di suo e spesso riesce persino a sorprendermi.
Penso, per esempio, al solo che Paolo ha realizzato in ‘Destined for Eternity’. Ha utilizzato anche un effetto di pitch shifting all’ottava, un po’ alla David Gilmour. Quando l’ho sentito sono rimasto a bocca aperta.
Gli avevo dato carta bianca e lui è riuscito a dare a quel brano un valore ancora più alto rispetto a quello che avevo immaginato inizialmente. Sono quelle cose che accadono quando c’è sintonia e voglia di fare.
Forse avrebbe potuto realizzare un bellissimo assolo più tradizionale e sarebbe andato benissimo lo stesso. Invece è andato oltre. E questa è una caratteristica della band: non ci poniamo molti limiti. Le canzoni prendono forma in maniera spontanea e spesso seguono strade inaspettate.
Nel nostro piccolo credo che abbiamo costruito qualcosa di riconoscibile. Non ho grandi pretese, ma penso che abbiamo un suono nostro. E questa è una cosa a cui tengo moltissimo.”
Ed è proprio questo che colpisce. Personalmente non riesco a trovare né in Italia né all’estero un’altra band che abbia un suono davvero simile al vostro.
“Ti ringrazio, perché per noi è un motivo di grande orgoglio.
Viviamo in un periodo storico in cui esce una quantità enorme di musica. Oggi addirittura c’è l’intelligenza artificiale che può generarla da sola. Per questo riuscire ad avere ancora una nostra identità sonora è qualcosa che ci rende davvero felici.”
Guardando al futuro, avete già qualche progetto o qualche data in programma oltre al concerto di Genova?
“Per il momento siamo nella fase che segue l’uscita di ogni album. Si mette in moto una macchina fatta di promozione, richieste, proposte e tante cose che iniziano ad arrivare poco alla volta.
È successo con ‘The Cross’, è successo con ‘Platinum’ e sta succedendo anche adesso. All’inizio si parte sempre in punta di piedi, poi le cose prendono forma strada facendo.
Ci sono già alcune proposte e diversi contatti, ma preferisco parlarne quando tutto sarà definito nero su bianco.
Nel frattempo stiamo lavorando alla promozione del disco. A breve arriverà anche la pubblicazione digitale, che in molti mi stanno chiedendo. Anche lì c’è un lavoro importante di ottimizzazione dell’audio, perché il digitale ha esigenze diverse rispetto al vinile o al CD e io voglio ottenere il massimo da ogni formato.
Poi ci sono i videoclip, tutta la parte promozionale e una serie di altre attività che stanno prendendo forma. Sento che l’ingranaggio si sta lentamente mettendo in moto.
Mi stanno arrivando tante richieste e tante comunicazioni, quindi vedremo cosa succederà nei prossimi mesi. Voglio essere fiducioso, ma sono sempre una persona molto cauta. Preferisco fare un passo alla volta.”
Io ho terminato le domande. C’è qualcosa che vorresti aggiungere prima di salutarci?
“No, semplicemente grazie. È stata davvero una bellissima chiacchierata e ti ringrazio di cuore.
Mi ha fatto molto piacere parlare con te. Tra l’altro non è successo niente di strano durante l’intervista, quindi vuol dire che i “signori” sono stati contenti e che ho parlato di questo luogo con il dovuto rispetto!
Prendiamolo come un buon segno.
Grazie davvero per lo spazio e per le belle parole.”
Grazie ancora e complimenti per il disco. Ci vediamo presto live.
“Un saluto a te e grazie anche da parte di Chris e di tutti gli altri ragazzi della band.”

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