Elektradrive – 40 Years On, the Fire Still Burns
Il 10/08/2026, di Fabio Magliano.
Ci sono band che fanno la storia con i grandi numeri e altre che la scrivono con la forza delle proprie idee. Gli Elektradrive, nati all’inizio degli anni Ottanta con il nome Overdrive, appartengono senza dubbio alla seconda categoria. In un’Italia in cui suonare heavy metal era quasi un atto di fede, quando mancavano etichette, locali specializzati e un vero mercato per la musica dura, cinque ragazzi torinesi decisero di puntare tutto sui brani originali. Era una scelta coraggiosa, quasi utopistica, ma contribuì a dare forma a quella scena che sarebbe poi stata riconosciuta come la New Wave of Italian Heavy Metal.
Il passaggio da Overdrive a Elektradrive, nel 1983, coincise con l’ingresso delle tastiere e con la volontà di ampliare il proprio linguaggio musicale, senza rinunciare all’impatto dell’heavy metal. Dopo le prime partecipazioni alle compilation che fotografavano la nascente scena italiana e l’esordio con ‘Over the Space’, la band iniziò un percorso di continua evoluzione che l’avrebbe portata a superare i confini del metal classico per abbracciare l’AOR e il melodic hard rock con ‘Due’, album ancora oggi considerato uno dei vertici del genere nel nostro Paese. Quel disco conquistò recensioni entusiaste anche all’estero, arrivando a ottenere il massimo dei voti sulle pagine di Kerrang!, un riconoscimento rarissimo per una band italiana.
Negli anni successivi arrivarono il concerto al Palasport di Torino in apertura a Manowar, Sabbat e Shy, l’esperienza americana culminata con le esibizioni al Roxy di Los Angeles, ‘Big City’, la lunga pausa e il ritorno con ‘Living 4’, testimonianza di una band che non ha mai smesso di mettersi in discussione, scegliendo ogni volta di evolversi piuttosto che ripetersi.
Molte occasioni sfiorate, una major mai arrivata e qualche rimpianto fanno parte del racconto. Ma il tempo ha restituito agli Elektradrive qualcosa che nessun contratto discografico può garantire: il rispetto. A oltre quarant’anni dagli esordi, le loro canzoni continuano a essere riscoperte, celebrate e tramandate dagli appassionati, mentre la reunion nella formazione storica con un superlativo Elio Maugeri alla voce, Simone Falovo alla chitarra, Eugenio Manassero alle tastiere, Stefano Turolla al basso e Alex Jorio alla batteria, ha dimostrato che quel legame con il pubblico non si è mai spezzato.
Il nuovo doppio album ’40 Anniversary Live’ nasce proprio da questo. Non è una semplice operazione nostalgia, ma il racconto di una storia che attraversa quattro decenni di hard rock italiano e la fotografia di una band ancora capace di salire sul palco con la stessa passione degli inizi. Ne abbiamo parlato con il chitarrista e fondatore Simone Falovo, ripercorrendo una carriera fatta di intuizioni, occasioni mancate, grandi soddisfazioni e musica che, ancora oggi, continua a guardare avanti.
Partiamo proprio dagli inizi. Oggi si parla molto di New Wave Of Italian Heavy Metal: vi riconoscete in quella definizione?
“Sì, direi di sì. Io ho sempre parlato più di Torino Rock City, perché quella era la realtà che vivevamo quotidianamente, però per ragioni anagrafiche e musicali credo che possiamo essere inseriti nella New Wave Of Italian Heavy Metal. Siamo arrivati subito dopo i Vanadium, quindi facciamo parte della prima generazione di quel movimento. C’erano anche altre realtà importanti, come la Strana Officina, i Fil di Ferro e tante altre band, ma ognuno aveva una propria identità. All’epoca le sonorità erano molto diverse: c’era chi guardava al metal classico sulla scia dei Judas Priest e chi iniziava a lasciarsi influenzare dai primi Metallica”.
Che scena era? C’era competizione oppure prevaleva la voglia di crescere insieme?
“Un po’ di gelosia tra gruppi c’era, è inevitabile. Però ci ritrovavamo spesso a condividere gli stessi palchi e questo creava anche un forte senso di appartenenza alla scena.
Un’altra cosa che ricordo con piacere è che all’epoca c’erano molte meno barriere tra i generi. Ai nostri concerti vedevi anche ragazzi che ascoltavano new wave o altri stili musicali. C’era più curiosità e meno pregiudizi.Alla fine si giudicava soprattutto la capacità di stare sul palco e di suonare bene, indipendentemente dal genere proposto”.
Gli Overdrive, prima di evolversi in Elektradrive, nascono in questo contesto in un periodo in cui quasi tutte le band cercavano di costruire un percorso personale…
“Noi abbiamo iniziato a suonare tra il 1981 e il 1982 e già allora proponevamo brani originali. Erano pezzi inevitabilmente più semplici
rispetto a quelli che avremmo scritto negli anni successivi, perché avevamo diciotto o vent’anni, ma erano nostri. Magari alla fine del concerto inserivamo una cover di Whitesnake o Scorpions, però il repertorio era composto quasi interamente da materiale originale”.
Il primo capitolo della vostra storia è ‘Over The Space’ nel 1986…
“All’inizio eravamo molto legati al metal classico e ai Black Sabbath del periodo ‘Heaven And Hell’, ma anche Iron Maiden, Dio, Ozzy…. Erano i dischi che consumavamo in quegli anni e inevitabilmente si sentivano nella nostra musica. Poi nel 1983 decidemmo di inserire le tastiere: all’epoca fu una scelta coraggiosa e non tutti la capirono. ‘Over The Space’ era un disco metal, ma con una forte presenza di tastiere. Qualcuno arrivò perfino a definirlo “space metal”. Oggi è considerato un album di culto”.
La svolta arriva con ‘Due’, pubblicato nel 1989 da Minotauro Rec…
“È stato il disco che ha segnato il vero cambiamento della nostra carriera. Ci siamo resi conto che, restando confinati nel metal classico, rischiavamo di limitarci. Noi abbiamo sempre ascoltato di tutto: metal, prog, funk e molti altri generi. Volevamo cercare una strada più vicina al rock americano e ‘Due’ è nato proprio da questa esigenza”.
Il 1989 è anche l’anno di uno dei momenti più importanti della storia della band: il concerto al Palasport di Torino con i Manowar…
“È stata un’emozione enorme. Da ragazzo passavo intere serate al Palasport a vedere concerti: per me quel palco era un tempio del rock. Salirci per la prima volta da protagonista fu incredibile. Eravamo una delle band in cartellone e suonammo prima dei Manowar. Certo, era tutto molto frenetico, ma per noi contava esserci, condividere quel palco e vivere quell’esperienza”.
Il vostro secondo album, ‘Due’, è profondamente legato all’immaginario americano. Poi avete anche vissuto Los Angeles in prima persona. Quanto ha contato quell’influenza?
“Sicuramente molto, ma abbiamo sempre cercato di raccontare l’America da più punti di vista. Già il titolo ‘Due’ era un gioco di parole e conteneva una critica a un certo modo di esercitare il potere. Allo stesso tempo c’erano brani come ‘Wild West’ o ‘Sunset Boulevard’, che raccontavano il sogno americano. Per chi è cresciuto negli anni Ottanta, la Sunset Strip rappresentava un mito e noi abbiamo avuto la fortuna di suonare proprio al Roxy di Los Angeles sentendoci dire che non sembravamo una band italiana. In qualche modo quel sogno si è realizzato.
Allo stesso tempo ci interessava affrontare temi più profondi. ‘A Man That Got No Heart’, per esempio, parlava dell’abuso sui minori, un argomento delicatissimo di cui allora si discuteva ancora troppo poco.
Musicalmente continuerò sempre ad avere il massimo rispetto per l’America, anche se oggi quel mito si è inevitabilmente ridimensionato. Mi torna spesso in mente una riflessione di Frank Zappa: diceva che gli americani si consideravano il popolo più evoluto del mondo, dimenticando che esistono civiltà con migliaia di anni di storia alle spalle. È una frase che fa riflettere. Negli anni Ottanta, però, quell’immaginario era fortissimo: la Sunset Strip, i capelli lunghi, il rock americano. Era inevitabile che tutto questo finisse anche nella nostra musica.”
I vostri testi, però, andavano oltre il classico immaginario hard rock. C’è sempre stata anche una forte attenzione ai temi sociali.
“Sì, ci è sempre piaciuto scrivere di qualcosa che andasse oltre il semplice intrattenimento. All’epoca non c’erano internet né gli strumenti di oggi: passavamo ore con il vocabolario per cercare di scrivere testi in inglese nel modo migliore possibile. Qualche imperfezione grammaticale c’era, lo ammetto, e ancora oggi ogni tanto ci penso.
Ricordo però una recensione di Dave Reynolds su Kerrang! che ci rese davvero orgogliosi. Scrisse che la grammatica non era perfetta, ma che il valore musicale e il contenuto dei testi erano eccellenti. Per noi fu una soddisfazione enorme. La cosa incredibile è che nello stesso numero della rivista assegnarono cinque ‘K’ a ‘Due’ e tre al nuovo album dei Whitesnake con Steve Vai. Ritrovarci davanti a una delle band che avevamo sempre ammirato ci lasciò davvero senza parole. Sono ricordi che non si dimenticano.”
Il rimpianto, però, resta quello di non aver trasformato quell’occasione in qualcosa di più grande.
“Avremmo dovuto avere il coraggio di restare uno o due anni, trovare qualsiasi lavoro pur di mantenerci e provare davvero a vivere di musica. Molte band hanno fatto così. Noi invece siamo tornati. Col senno di poi quello è stato un bivio importante”.
Un altro rimpianto è non aver trovato una etichetta grande che scommettesse su di voi…
“Quando uscì ‘Due’ quello era il momento decisivo. Con una major alle spalle, una EMI, una WEA, una Sony o una PolyGram, credo che le cose sarebbero potute andare diversamente. Le recensioni dall’estero erano straordinarie, da Kerrang! alla Germania, ma mancava una struttura capace di portarci oltre”.
Nel 1993 arriva “Big City”, un album che negli anni è diventato anch’esso un piccolo culto…
“È un disco a cui tengo molto, in parte autoprodotto insieme alla Drachma Records, la stessa etichetta dei BrokenGlazz. Era in linea con la nostra svolta melodica, anche se aveva influenze pop e funk. Ancora oggi ricevo messaggi da persone che lo considerano un album importante. È rimasto un disco per appassionati, ma sapere che viene ancora ricordato è una grande soddisfazione”.
Dopo altri anni di evoluzione arriva ‘Living 4’, un progetto diverso dagli album precedenti…
“‘Living 4’ è un concept album che si discosta da quanto fatto in precedenza. Ancora oggi c’è chi lo considera uno dei nostri lavori migliori e, sinceramente, è un disco di cui vado molto fiero. Ci è costato tantissimo lavoro e, quando lo riascolto, mi chiedo ancora come siamo riusciti a realizzarlo. Inoltre lo abbiamo inciso in quattro, perché Eugenio decise di non prendere parte al progetto. Quando uscì alcuni appassionati dell’AOR storsero il naso perché era un album diverso, con un’atmosfera più intensa e sofferta rispetto ai lavori precedenti. Per me, però, la musica deve riflettere il momento che stai vivendo. Se attraversi un certo periodo della tua vita, quelle emozioni finiscono inevitabilmente nelle canzoni. Non puoi costruire qualcosa di artificiale. Noi stessi ci accorgiamo subito quando ascoltiamo un disco che dà l’impressione di essere fatto con lo stampino. Per questo abbiamo sempre cercato di evitare quella strada”.
Negli anni avete anche sfiorato una collaborazione con Ronnie Montrose. Un’altra occasione mancata?
“Sì, purtroppo anche quella è stata una grande occasione mancata. Ancora una volta ci è mancato il supporto di una major. Tra il 1999 e il 2000 c’era un’etichetta italiana, oggi diventata una delle più importanti del settore, che aveva un contatto diretto con Ronnie Montrose. Gli piaceva la nostra musica e si era detto disponibile a produrre artisticamente il nostro nuovo disco.
In quel periodo, però, la formazione era cambiata: Eugenio ed Elio erano usciti dalla band e il progetto proseguiva con me, Alex e altri musicisti. Avevamo già realizzato un album che, molti anni dopo, ho recuperato dal cassetto e pubblicato con Andromeda Relix con il titolo ‘Skin Project’. Montrose era davvero interessato. Non era una questione economica: apprezzava la band e voleva lavorare con noi. Aveva chiesto un compenso assolutamente ragionevole per trasferirsi qualche settimana in Italia e seguire le registrazioni. Il problema è che, come autoproduzione, non avevamo le risorse necessarie. Anche in quel caso ci è mancata una struttura solida alle spalle.
Quando ‘Project Skeme’ è finalmente uscito, nel 2021, dopo oltre vent’anni, ho voluto dedicarlo proprio a Ronnie Montrose. È un disco più vicino al progressive rispetto agli Elektradrive, ma conserva la stessa anima melodica.”
Ed è proprio questa lunga storia che viene racchiusa in ’40th Anniversary – Live!’, il doppio album nato dalla reunion.
“Ci siamo guardati indietro e ci siamo resi conto che il tempo era volato. Non siamo mai stati una band dall’attività frenetica, però quattro album e tutti i concerti fatti in questi anni meritavano una celebrazione. Abbiamo ritrovato la formazione originale e abbiamo fatto un concerto di cui andiamo davvero fieri. La serata si è svolta al McRyan’s di Moncalieri, un locale molto bello, con un grande palco e un ottimo impianto audio. Ne è uscito un concerto riuscito e quindi anche un ottimo disco dal vivo. La cosa di cui sono più orgoglioso è aver realizzato un doppio album: per una band italiana della nostra generazione, nel panorama hard rock e metal, non è una cosa così comune. Sono venti brani e quando ci penso mi sembra ancora un’impresa un po’ folle”.
La scaletta ripercorre tutta la carriera degli Elektradrive…
“Abbiamo voluto raccontare tutta la nostra storia, ripercorrendo ogni fase della carriera. In realtà il materiale era persino di più: se non ci fossero stati limiti di spazio avremmo potuto pubblicare addirittura un triplo album. Ci abbiamo pensato anche, ma sarebbe stato poco pratico, soprattutto in vinile. Alla fine il doppio CD era l’unica soluzione possibile”.
Il live è appena uscito. Che riscontri avete ricevuto?
“Sono stati davvero bellissimi. Molte persone si sono riavvicinate alla band grazie ai social, soprattutto Facebook. So che oggi viene spesso criticato, ma per chi fa musica è ancora uno strumento prezioso, perché permette di mantenere un contatto diretto con il pubblico. Tantissimi fan ci hanno scritto con entusiasmo e alcuni sono venuti al concerto da ogni parte d’Italia, persino dal Lazio. È stata una soddisfazione enorme”.
Avete celebrato i quarant’anni con un album live. Ti chiedo: c’è un concerto che, ancora oggi, ti fa venire la pelle d’oca solo pensandoci?
“In realtà sono tre. Il primo è quello al Roxy di Los Angeles. Aprire ai Manowar al Palasport di Torino fu un’emozione enorme, ma era tutto molto frenetico: quattro band, tempi strettissimi, sali sul palco e riparti. Al Roxy, invece, respirammo davvero la professionalità americana. Suonammo per ultimi, verso mezzanotte, e l’organizzazione era impeccabile. Il suono era incredibile, lo staff ci trattò benissimo e ricevemmo complimenti dagli addetti ai lavori. Eravamo in una forma eccezionale: suonavamo praticamente a memoria,
nessuno sbagliava una nota. Mentre ero sul palco continuavo a pensare: “Ma è vero? Sto davvero suonando a Los Angeles?”. Quella è un’emozione che non dimenticherò mai.
Il secondo è la presentazione di ‘Big City’, nel 1993, in piazza San Carlo a Torino in occasione della presentazione della Fiat Punto. C’era un palco gigantesco, con due maxischermi laterali, passerelle e un impianto spettacolare. Sembrava di suonare in uno stadio. C’erano diversi gruppi torinesi e, se non ricordo male, tra quelli metal c’erano anche i BrokenGlazz. È un concerto che si trova ancora su YouTube: noi suonammo sette o otto brani, ma il ricordo è bellissimo. E poi aggiungo un terzo concerto: quello della reunion al McRyan’s. Anche lì mi è venuta la pelle d’oca. C’erano amici e fan arrivati da tutta Italia, ma la cosa che mi ha colpito di più è stata sentire trecento o quattrocento persone cantare i nostri pezzi a memoria, più forte perfino dell’impianto. In quel momento capisci che non sono venuti soltanto ad ascoltarti: quelle canzoni sono entrate davvero nella loro vita. È una sensazione che normalmente associ ai gruppi molto più famosi, e viverla è stato incredibile”.
Dopo quarant’anni prevalgono i rimpianti o la soddisfazione di aver lasciato qualcosa?
“Credo di poter parlare anche a nome degli altri quattro. Il rimpianto più grande è quello di non essere riusciti a fare i musicisti di professione. Abbiamo sempre finanziato la nostra musica con i lavori di tutti i giorni e sarebbe stato bellissimo poter vivere solo di questo. Naturalmente non ci sarebbe dispiaciuto avere anche più successo, fare tanti concerti in Europa e toglierci ancora più soddisfazioni. Però, allo stesso tempo, è bello sapere che, dopo quarant’anni, c’è ancora tanta gente che ci segue, che ci stima e che considera i nostri dischi dei lavori importanti. Ci sono gruppi che pubblicano venti album e vengono ricordati solo per una canzone. Noi ne abbiamo fatti quattro e ancora oggi c’è chi parla dei nostri dischi con grande affetto. Questo, sinceramente, mi rende orgoglioso. E poi c’è un’altra cosa che considero una fortuna: siamo ancora tutti in ottima forma. Abbiamo ritrovato la formazione originale e siamo riusciti a fare un concerto di cui andiamo davvero fieri.”.
E il viaggio non sembra ancora concluso…
“Stiamo riascoltando vecchissimo materiale rimasto fuori dagli album dell’epoca, i cosiddetti leftover, come li chiamano gli americani. Sono brani scartati all’ultimo momento, alcuni già registrati su multitraccia ma mai mixati, altri completi musicalmente ma privi del testo. Li stiamo riguardando con l’esperienza, la tecnica e il gusto di oggi, per capire se possano avere una nuova vita. Parliamo di composizioni che hanno quasi quarant’anni. Non escludo che da quel materiale possa nascere un nuovo album. Magari ci metteremo del tempo, perché non siamo mai stati velocissimi, ma l’idea c’è. Al momento però l’obiettivo principale è riuscire finalmente ad arrivare in Giappone. Non siamo più dei ragazzini, ma fortunatamente siamo ancora in forma e ci teniamo tantissimo. Lì i nostri dischi sono già stati ristampati e abbiamo visto che c’è ancora un interesse molto forte. I giapponesi hanno un rispetto incredibile per le band che hanno fatto parte di una certa epoca, anche se non sono diventate famosissime. La rivista Burn!, che è un po’ la Kerrang! giapponese, ci ha dedicato una bellissima copertura, con video e approfondimenti. Adesso stiamo cercando di creare i contatti giusti, far arrivare il disco e magari organizzare anche solo un concerto in un piccolo club. Per noi sarebbe già un grandissimo traguardo”.
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