Abyssian – Un viaggio scritto tra le stelle
Il 18/08/2026, di Filippo Corso.
Con il passare degli anni gli Abyssian hanno costruito un’identità sempre più definita, sviluppando un percorso artistico nel quale ogni nuova pubblicazione rappresenta un tassello di una visione più ampia e personale. ‘Let Me Die Under the Stars’, terzo album della formazione guidata da Roberto Messina e pubblicato da Black Widow Records, ne è l’ennesima conferma, mostrando una band ormai pienamente consapevole della propria direzione e capace di trasformare la musica in un’esperienza che va ben oltre il semplice ascolto.
Abbiamo incontrato il mastermind Roberto Messina e il cantante Umberto Vono per ripercorrere la nascita dell’album, soffermandoci sul percorso degli Abyssian, sulle idee che ne hanno accompagnato la realizzazione e sulla continua evoluzione di una delle realtà più interessanti del panorama gothic doom italiano.
Benvenuti tra le pagine di Metalhammer.it, ‘Let Me Die Under the Stars’ rappresenta il terzo capitolo, sulla lunga durata, della storia degli Abyssian ed e’ a mio modo di ascoltare un lavoro immenso. Guardando al vostro percorso, in cosa ritenete che questo album segni un’evoluzione rispetto a ‘Nibiruan Chronicles’ e ‘Godly’ e quale la sua gestazione?
“(Roberto) Ti ringrazio davvero tanto per gli apprezzamenti al nuovo album, Filippo. A differenza di ‘Nibiruan Chronicles’ e ‘Godly’, che sono degli album con dei brani a se, anche se hanno un’argomentazione di fondo, ‘Let me die under the Stars’ equivale invece a un racconto suddiviso in tre capitoli o momenti differenti, anche nella loro struttura bisogna precisare, e dove ritroviamo l’avvicendarsi di questioni, gesta e riflessioni che coinvolgono l’umano, il semidivino e il divino.
Probabilmente nei brani c’è oggi più maturità, anche se compositivamente cerco sempre di non perdere mai troppo di vista linearità e immediatezza.”
Il titolo dell’album è estremamente evocativo. Cosa significa per voi ‘Let Me Die Under the Stars’ e quale messaggio volete trasmettere attraverso il suo significato?
“(Roberto) Il titolo dell’album mi è venuto in mente mentre ero davanti alla tv. Sai questi canali che trasmettono film anche datati, e ricordo una scena dove c’era questo sovrano disteso col volto all’insù, sotto un cielo notturno e stellato. Accanto aveva un suddito. Poi, prima di esalare l’ultimo respiro fa le sue raccomandazioni, e magari anche qualche mezza confessione… Un’immagine molto epica e che possiamo trovare se vogliamo, anche in diversi racconti.
La copertina è in effetti una versione immaginifica del titolo, anche se contiene qualcosa che rimanda più al divino e al ricongiungimento alla fine di un ciclo. Alla fine del trascorrere di un tempo materiale e terreno.”
In ‘Let Me Die Under the Stars’ sembra emergere il volto più oscuro degli Abyssian. Pur mantenendo intatte le vostre coordinate doom e gothic, il disco trasmette una malinconia ancora più profonda e un senso di contemplazione quasi cosmica. È stata una scelta maturata consapevolmente o è semplicemente il riflesso del momento artistico e personale che stavate vivendo durante la composizione?
“(Roberto) Direi che è un po’ tutto l’insieme di quello che hai descritto. Volevo addentrarmi in qualcosa di più intenso ed emotivo, ma che fosse al contempo collegato. Da qui l’idea poi di generare un racconto sonoro diviso in tre capitoli, e dove l’ultimo è forse il più intenso. Anche più sfaccettato se vogliamo; suddiviso quasi con una modalità Prog. Difatti, a differenza dei primi due non segue la forma canzone, ed è voluto deliberatamente.
‘Let me die under the Stars’ vuole proprio essere un suggerimento di viaggio ascensionale. Guardare il cielo e le stelle, sapendo già che dopo la vita materiale le andrai a raggiungere. Ecco perché devi lasciarmi morire sotto le stelle. C’è una concezione praticamente egizia del processo, ed è anche il motivo per cui nell’album trovi una versione risuonata di ‘Back to Tilmun’, brano dal primo album. Secondo alcune tesi della paleoastronomia, Tilmun (o Dilmun che oggi è l’attuale Bahrein) fu il luogo dove gli antichi astronauti andavano e venivano da Nibiru, il loro pianeta d’appartenza, e di cui oggi conserveremmo ancora antiche tracce sul luogo. C’è poi Avalon, altro luogo dai riferimenti epici, dei miti arturiani (ecco un Re, che dopo essere stato ferito viene trasportato in fin di vita su un luogo magico) che abbiamo preso in prestito dai Roxy Music e reso in versione Doom.”
Fin dagli esordi gli Abyssian hanno costruito il proprio immaginario attorno ad Atlantide, alle antiche civiltà e alla mitologia sumera. Quanto spazio occupano questi temi nel vostro processo creativo, come si sono evoluti nel tempo e quale il significato più profondo nel vostro concept come band?
“(Roberto) Allo stato attuale, queste tematiche direi che sono abbastanza centrali, anche se non di rado, alcune storie raccontate nei brani, potrebbero tranquillamente essere quelle di chiunque nel mondo di oggi. Lo stesso monicker Abyssian, descrive colui che abita e proviene dagli abissi, e il verde sempre ricorrente, si lega proprio ai fondali insondabili, ma anche al verde alieno o a quello del rettile. In questo senso nulla è casuale. Nei miti sumeri troviamo racconti che legano indissolubilmente cielo, terra e mare; ci descrivono il nostro pianeta che un tempo veniva chiamato Tiamat o Gaia, e che quando entrò in collisione con l’enorme Marduk/Kingu o Nibiru, fu ‘decapitato’, perdendo un pezzo di esso. Effettivamente, se alla Terra togliamo tutta la superficie occupata dagli oceani, troveremo un’enorme depressione.
Nell’arco degli album, le tematiche sebbene provenienti dalle medesime fonti, si sono fatte forse più introspettive, come fossero dei racconti privati di sè.”
Il cuore dell’album è rappresentato dalla trilogia ‘Let Me Die Under the Stars’. Perché avete scelto di sviluppare il concept attraverso tre capitoli e cosa rappresenta ciascuno di essi?
“(Roberto) I tre capitoli contengono colloqui e gesta tra i mortali, i semidivini e le divinità. Nel primo l’umano, che ha sempre servito (perché messo al corrente di essere stato generato) gli esseri superiori, in un soliloquio si chiede se essere stato un servitore così fedele abbia ripagato o meno, dato che il mondo in cui si ritrova è totalemte corrotto e costellato dalle ingiustizie.
Nel secondo capitolo, è il semidio che si trova a riflettere. Durante la millenaria permanenza degli Dei sul nostro pianeta, i nuovi nati hanno oramai sangue misto, è la storia di un semidio che intreccia una relazione con una mortale, e da cui derivano tutta una serie di domande su quanto senso possano avere le classificazioni o le provenienze, quando il sentimento prescinde da qualsiasi cosa. Se volessimo calare questi aspetti nel nostro contesto attuale, pensiamo a un israeliano con una palestinese o a un russo e un’ucraina, quando un conflitto richiama a sé le rispettive appartenenze.
Nel terzo capitolo è il divino che si trova a colloquio con il mortale, che è un regnante a cui lui ha affidato uno dei suoi regni terrestri. Lo informa anche del suo potere di vedere attraverso di esso, che il concetto di Tempo per il Lunar One non conta, perché lui esiste da sempre. Un’entità lunga passato, presente e futuro. Ma solo quando quel regnante si ritroverà in solitudine e con tutti i possedimenti, si chiederà se fosse davvero questo tutto ciò che desiderasse. Cosa farsene di tutti quei beni materiali, se poi si deve vivere in solitudine? Rimpiangerà addirittura di aver ricevuto la sua carica.”

Nella terza parte della trilogia trovano spazio momenti narrati che rendono l’ascolto quasi cinematografico. Quanto conta per voi raccontare una storia attraverso la musica, andando oltre la semplice successione dei brani?
“(Roberto) Come si può immaginare è un aspetto fondamentale, ma in realtà in generi, come quelli del Doom o del Gothic Doom, composti da sonorità cosÏ particolari e specifiche, dove molto spazio viene lasciato all’immaginazione dell’ascoltatore, le estetiche sono sempre un tutt’uno con la musica. Proprio perché per poter vivere un’esperienza completa e totalizzante, bisogna immergersi, circondarsi e immedesimarsi nelle frequenze sonore. Questo è forse anche il motivo principale, per cui prediligerò sempre l’ascolto da supporto fisico piuttosto che dal digitale. Comodo quanto vogliamo sicuramente, ma volatile. Mentre ascolti cosa guardi, tocchi, leggi o sfogli? Per quanto mi riguarda, il monitor non sostituirà mai la carta…
Cinematografico è proprio il termine più calzante che potessi trovare. E ‘Let me die under the Stars’, vuole proprio suggerirti delle visioni mentre la musica scorre e dove la copertina dell’album, ti manda l’input iniziale.”
Umberto, dopo essere entrato negli Abyssian nel 2021 hai dapprima interpretato dal vivo il repertorio storico della band, mentre ‘Let Me Die Under the Stars’ rappresenta il tuo debutto discografico con il progetto. Come hai vissuto questo passaggio e quale pensi sia stato il tuo contributo all’identità del nuovo album?
“(Umberto) A pensare di aver messo il tassello mancante in un progetto già esistente, è stata un’emozione immensa… quasi non ci credevo.
Quando entrai negli Abyssian nel 2021, sapevo di dover costruire una mia identità e un mio modo di interpretare il ruolo di frontman, senza pensare solo ad eseguire i brani. E’ stato molto difficile ma ne è valsa veramente la pena. Oggi ‘Let me die under the Stars’ rappresenta non solo il mio debutto discografico con gli Abyssian, ma anche il primo album in assoluto in cui la mia voce è stata incisa su un album. E’ un traguardo che per me ha un significato enorme.”
Uno degli aspetti più riusciti dell’album è il perfetto equilibrio tra riff pesanti, melodie e costruzione atmosferica. Quando componete, da quale elemento nasce generalmente un brano: da un riff, da una melodia, da un testo oppure da un’immagine che avete in mente?
“(Roberto) A volte prendo la chitarra e, mentre improvviso viene fuori qualcosa che potrebbe funzionare, fisso quindi il riff e poi cerco di sviluppare tutto il resto. Altre volte è una melodia che sbuca dal nulla quando meno me lo aspetto (questo mi accade spessissimo), anche in questo caso la fisso, poi provo a costruirci intorno l’impianto sonoro. Ma tutto può nascere anche da un semplice suono in città, da un rumore o una frase che sento o leggo per caso. Non c’è mai soltanto un modo per far nascere un brano; sei tu che devi essere sempre molto aperto e ricettivo nel cogliere qualcosa che hai davanti in quel dato momento.”
La scelta di concludere l’album con ‘Avalon’ richiama inevitabilmente un luogo sospeso tra mito, spiritualità e leggenda. Cosa rappresenta Avalon nel vostro immaginario e perché avete ritenuto che fosse la destinazione ideale per chiudere il viaggio di ‘Let Me Die Under the Stars’?
“(Roberto) Avalon è quell’isola druidica, dove Artù in fin di vita venne trasportato per essere poi sepolto, è dove la leggenda narra che sarebbe poi ritornato in vita se e quando ne avesse avvertito la necessità. La scelta di concludere con un brano che facesse in qualche modo, ancora una volta, riferimento al titolo dell’album non è stata casuale. Inoltre la sua versione originale la adoro, rappresenta uno di quei brani che avrei sempre voluto comporre e l’idea di farne una cover dal gusto Doom, mi intrigava parecchio. Diciamo che si sono verificate tutte le circostanze a favore affinchè stavolta venisse realizzata.”
Ho avuto la splendida impressione che abbiate privilegiato la costruzione dell’atmosfera rispetto all’immediatezza delle singole canzoni. È una filosofia compositiva che condividete oppure è semplicemente il risultato naturale del vostro modo di scrivere musica?
“(Roberto) La voglia, ma anche la necessità di voler essere atmosferici fa parte degli Abyssian da sempre. E’ anche vero però, che cerco per quanto possibile di mettere in pratica un mix equilibrato di melodia e potenza. Un brano come ‘Back to Tilmun’ o il secondo capitolo di ‘Let me die under the Stars, potrebbero esserne il giusto esempio. Ecco, il terzo capitolo invece è volutamente atmosferico. Nella sua parte centrale che è un po’ il momento topico del brano, ma forse anche dell’ intero album, e sul finale, tutto vuole apparire ineluttabile, pur se in qualche modo melodioso.”
La produzione riesce a valorizzare ogni dettaglio senza sacrificare profondità e dinamica. Quanto lavoro c’è stato dietro la ricerca del suono definitivo e quali erano gli obiettivi che vi eravate prefissati in studio?
“(Roberto) La ricerca delle giuste sonorità ci ha impegnati parecchio. Volevamo ottenere un sound potente, ma al contempo chiaro e dinamico. Quello degli Abyssian, almeno fino ad oggi è un qualcosa che si muove su coordinate Heavy/Doom, Gothic, Dark Doom, non mi vengono dei termini peggiori di questi… (ride NdR), ed in questo caso l’enorme professionalità di Mattia Stancioiu dell’ Elnor Studio ci ha permesso di metterlo in pratica. C’è stato un lavoro piuttosto meticoloso sul come i suoni finali dovessero comparire, ma anche i suoi consigli si sono rivelati davvero preziosi in alcuni aspetti dei brani. Ci sentiamo davvero fortunati di poter lavorare con chi di costruzione del sound ne capisce davvero tanto come lui.”
La copertina di ‘Let Me Die Under the Stars’ colpisce immediatamente per la sua bellezza e per il forte potere evocativo. Chiedendo della sua genesi mi piacerebbe anche sapere quanto peso attribuite all’aspetto visivo all’interno degli Abyssian e quanto ritenete che un artwork possa contribuire a introdurre l’ascoltatore nell’universo del disco ancora prima che venga ascoltata una sola nota?
“(Roberto) La copertina come già detto, è la versione visuale del titolo dell’album. Cercavo qualcosa che rimandasse insieme al sacro, solenne, poetico. Da lì l’idea di generare una figura che fosse come una Vergine/Cosmo, qualcosa di nevralgico, un Centro di tutto e su cui prima o poi tutti ritorneremo.
Ovviamente aspetto visivo e musica divengono un unicum; anche prima che tu abbia ascoltato qualcosa, l’immagine deve poterti suggerire, condurre dove ti inoltrerai poco dopo.”
‘Let Me Die Under the Stars’ esce per Black Widow Records, un’autentica istituzione della scena oscura italiana e internazionale. In un periodo in cui molte etichette indipendenti faticano a sopravvivere, quanto è importante per voi collaborare con una realtà che da decenni continua a sostenere musica di qualità, spesso lontana dalle logiche commerciali? Come è nato il rapporto e cosa rappresenta e può rappresentare Black Widow Records per gli Abyssian?
“(Roberto) Siamo onorati che un’etichetta storica come la Black Widow, emblema oltre che del Prog anche del Dark Sound italiano, abbia scelto di rappresentarci. Massimo Gasperini, che seguo ormai da tempo e di cui ho un’enorme stima, sia per la cultura musicale sconfinata, che per il suo essere totalmente refrattario alle mode del momento, sa valorizzare sempre e con convinzione il fermento musicale che nel nostro Paese non solo non manca affatto, ma è anche di elevata qualità. La sua figura è come un megafono. Grazie a lui, ho potuto scoprire alcune realtà nostrane ed estere, spesso messe lì in penombra nel sottobosco, che altrimenti per me sarebbero rimaste del tutto sconosciute. In un’epoca di streaming, di piattaforme e dove la musica cade letteralmente dentro un masticatoio continuo che segue i trend, la Black Widow è un riferimento molto prezioso e spero che la nostra collaborazione possa essere lunga e proficua.”
Guardando oltre questo disco, sentite di aver raggiunto la piena maturità artistica degli Abyssian oppure considerate ‘Let Me Die Under the Stars’ un nuovo punto di partenza verso territori ancora inesplorati?
“(Roberto) Credo che un percorso sia sempre in divenire. Con ‘Let me die under the Stars’, gli Abyssian sono giunti al loro terzo album e magari a una certa maturità, l’approccio è più focalizzato su alcuni aspetti. In realtà chi come me segue il processo di composizione, di creazione, è forse quello meno adatto a poter rispondere, perchè ne è troppo coinvolto. Certamente l’ingresso di Umberto alla voce, con il suo timbro ad esempio, ci ha dotati di qualcosa che prima non avevamo. ‘Let me die under the Stars’, è l’album più Gothic oriented che abbiamo al momento realizzato, ed è una direzione che di certo affascina e appaga tutti i membri della band.”
Roberto, dal periodo dei Sinoath fino agli Abyssian hai attraversato evoluzione della scena estrema italiana. Oggi come vedi, in particolare, il movimento dark, gothic e doom nel nostro Paese? Ti sembra che stia vivendo una nuova stagione creativa oppure ritieni che rimanga ancora un universo di nicchia, riservato a un pubblico particolarmente attento?
“(Roberto) Con i Sinoath, quando abbiamo realizzato l’album d’esordio Research, era il 1995; non c’era ancora ‘One second’ dei Paradise Lost che sarebbe arrivato due anni dopo, non c’era ‘Sin/Pecado’ dei Moonspell, che sarebbe uscito nel 98 e non esisteva nemmeno ‘34.788%… Complete’ dei My Dying Bride, del 98 anch’esso.
E’ molto plausibile, che abbiamo anticipato la tendenza Dark Doom Metal senza nemmeno saperlo. Purtroppo, ci trovavamo relegati su un’isoletta, e di fatto quindi tagliati fuori dall’Europa, dove tutto gira davvero. Il resto sono state le (solite ahimè) mancate possibilità, i treni persi per un soffio e che passano sempre e soltanto una volta. In italia il Metal, ha sempre tribolato ma questo lo sappiamo benissimo. Tuttavia gli estimatori non mancano assolutamente, anzi. Il Doom sound nel nostro Paese, oggi non lo vedo un qualcosa che si possa imporre come il nuovo trend; da noi è sempre stato un sottogenere per i veri amanti delle sonorità oscure e decadenti. Forse anche perchè il Thrash, il Death o semplicemente l’Heavy Metal, sono più ritmati e diretti. Più ‘facili’ per certi versi, raccolgono quindi maggiore seguito.
Nella sfera del Gothic, o del Dark Doom Metal, vedo in giro comunque delle ottime realtà emergenti, anche se sporadiche ripeto. Magari chissà tra qualche anno assisteremo al boom di una scena Doom, dove grandi masse di gente scopriranno che Paul Chain era già Paul Chain quando i Candlemass muovevano i primi passi, o che in fondo il Dark dei Sisters of Mercy o dei Bauhaus, effettivamente faceva già parte delle prime sonorità Dark Wave in Italia. Ma allora i primissimi Litfiba… certa gente spesso ci arriva dopo o molto dopo a stabilire, a scovare certe connessioni.”
Per concludere Roberto, dopo diversi anni di musica, ricerca e continua evoluzione, cosa sono oggi gli Abyssian per te? Se dovessi racchiudere l’essenza di questo progetto in una sola frase o in un’unica immagine, quale sarebbe?
“(Roberto) Non è una domanda semplice. Gli Abyssian per me, sono un racconto. Una discesa subacquea graduale, fino a visibilità zero. Sono un libro sommerso.”