Hand Of Juno – Fuori dagli schemi, oltre le etichette

Il 26/08/2026, di .

Hand Of Juno – Fuori dagli schemi, oltre le etichette

Ci sono band che incontri al momento giusto e altre che, per qualche strano scherzo del destino, scopri con colpevole ritardo. Gli Hand Of Juno appartengono decisamente alla seconda categoria. Conoscevo già i Killin’ Baudelaire e gli Exilia, realtà con cui la loro storia si è inevitabilmente incrociata, ma è stato quasi per caso che mi sono imbattuto negli Hand Of Juno. E, una volta ascoltati, è stato impossibile non rimanerne folgorato. Perché la loro musica sfugge alle definizioni, si muove fuori dagli schemi e sembra avere come unica regola quella di non averne. Metal, elettronica, techno e contaminazioni diverse convivono in un progetto che non sembra interessato a scegliere una casella in cui entrare, ma piuttosto a demolire le caselle stesse. Una libertà che, inevitabilmente, può diventare anche un limite quando si tratta di essere facilmente collocabili in un mercato musicale sempre più abituato a etichettare tutto. E qui torna il vecchio, amarissimo, nemo propheta in patria: perché se in Italia agli Hand Of Juno arrivano ancora briciole di attenzione, all’estero la situazione è decisamente diversa. Germania e Stati Uniti, per esempio, sono tra i Paesi che restituiscono i numeri più interessanti. Eppure il loro album di debutto, ‘Psychotic Banana’, pubblicato nel 2024, ha raccolto ottimi riscontri e meriterebbe probabilmente molta più attenzione anche nel nostro Paese. Così ho deciso di contattarli. Ne è nata una conversazione piacevole e sorprendentemente ricca, nella quale abbiamo parlato di musica, contaminazione, rabbia, libertà, pregiudizi e di un secondo album già registrato e pronto a spingersi ancora più lontano. A raccontarsi sono le quattro anime degli Hand Of Juno: le fondatrici Melissa, alla voce, e Helly, alla batteria, insieme al bassista Marco e alla chitarrista Francesca. Una chiacchierata che, almeno per quanto mi riguarda, ha confermato una sensazione precisa: certe band puoi scoprirle tardi, ma quando finalmente le incontri, capisci immediatamente che ne valeva la pena.

Il vostro sound nasce dall’incontro di influenze molto diverse, dal metal all’elettronica, fino a mondi apparentemente più lontani. Quanto è importante per voi non avere confini di genere e, soprattutto, quanto questa libertà di sperimentare contribuisce a definire l’identità degli Hand Of Juno?
“(Melissa) Secondo me, quello che ha definito e continua a definire il nostro sound, rendendolo così particolare, è la quantità di influenze che confluiscono nella nostra musica. Nell’album che è già uscito ci sono influenze che arrivano da me e da Helly, ma soprattutto da tutte le esperienze musicali e strumentali che Helly ha maturato al di fuori del mondo metal. Credo che sia proprio questa contaminazione a renderci un po’ diverse.
Nel prossimo album queste influenze, anche quelle che arrivano da mondi lontani dalla cultura metal, emergeranno ancora di più. Credo che sia questo uno degli elementi che caratterizzano maggiormente la nostra identità musicale. È anche un’arma a doppio taglio, però, perché non siamo facilmente riconducibili a un genere preciso. Da un punto di vista artistico è sicuramente un vantaggio, ma può diventare complicato quando si tratta, per esempio, di inserirci nelle playlist editoriali o di collocarci all’interno di una bill più specificamente hardcore, deathcore, metalcore e così via. A volte abbiamo la sensazione di poter stare bene ovunque o, al contrario, di non stare perfettamente da nessuna parte.”
“(Helly) Direi che Melissa ha fatto una descrizione molto accurata. Personalmente, dall’adolescenza fino ai miei diciotto o diciannove anni, ho ascoltato quasi esclusivamente metal. Poi, gradualmente, ho iniziato ad avvicinarmi alla musica elettronica, che inizialmente, quando avevo cominciato ad ascoltare metal, tendevo addirittura a disprezzare.
Quando ho iniziato a provare a scrivere e comporre parti elettroniche, però, ho capito quanto fosse in realtà complessa e da lì è nata una passione che è cresciuta nel tempo. In passato ho anche suonato in progetti prettamente elettronici, quindi ho cercato progressivamente di osservare, imparare e assorbire elementi da mondi diversi. Con gli Hand Of Juno ho finalmente avuto la possibilità di scrivere musica che non avesse una direzione esclusivamente metal, ma che potesse essere realmente multigenere.”
“(Marco) Secondo me, uno dei punti di forza del progetto e della nostra visione comune è proprio questo: nonostante ognuno di noi abbia band e artisti preferiti molto diversi, siamo tutti propensi alla sperimentazione e non abbiamo paura di farlo.
Non ci interessa particolarmente il giudizio degli altri e non cerchiamo di incasellarci seguendo le mode del momento: oggi il metalcore, domani il deathcore. Non facciamo musica con l’obiettivo di seguire una tendenza. Certo, fa piacere quando quello che facciamo arriva a tante persone, ma in questo momento vogliamo soprattutto fare ciò che piace a noi. E siamo convinti che, prima o poi, la nostra musica troverà il pubblico giusto. La musica non è una competizione.”

La vostra musica è attraversata da una forte componente di rabbia. È protesta, liberazione, trasformazione? Da dove nasce questa esigenza?
“(Helly) La prima risposta che mi viene è: dalle tasse! In realtà, purtroppo, di motivi per arrabbiarsi è molto facile trovarne. Bisognerebbe chiedere soprattutto a Melissa, che si occupa dei testi, ma personalmente faccio molta più fatica a trovare motivi per non arrabbiarmi.”
“(Melissa) Nei testi non c’è necessariamente un’idea di liberazione. Sono quasi tutti gridi di rabbia rivolti a diverse situazioni che esistono nel mondo e che viviamo anche in quanto donne.
Forse l’unico brano che non nasce direttamente da un sentimento di rabbia nei confronti della vita è ‘Polline’, che ha origine da un sogno ricorrente che facevo fin da bambina. Anche ‘The One’ è un brano un po’ diverso: è una ballad, più romantica, nata anche da un’idea di Helly, ma resta comunque un grido di rabbia nei confronti del dolore.
In generale, quindi, sono canzoni che nascono dalla protesta e dalla rabbia, ma sempre a partire da situazioni concrete, da esperienze reali.
Ci sono poi ‘We’ve Built the Line’ e ‘Destroy the Line’, che sono strettamente collegate. ‘We’ve Built the Line’ rappresenta la parte precedente a ‘Destroy the Line’. Entrambe sono nate concettualmente da un’idea di Helly e poi sono state sviluppate da me dal punto di vista dei testi. Per questo credo che sia lei a poter spiegare meglio il significato che hanno all’interno del disco.”
“(Helly) In effetti io avevo semplicemente gettato il seme iniziale del concetto, mentre è stata Melissa a sviluppare i testi. Vedo però un collegamento anche con ‘Right Now’.
In ‘We’ve Built the Line’ c’è questa linea di confine che divide le persone sulla base di ideali, interessi e differenze. ‘Destroy the Line’ rappresenta invece l’atto, o almeno la volontà, di distruggere quelle linee di confine che da sempre separano le persone a livello universale.
‘Right Now’ è invece una sorta di invito ad agire, a concentrarsi sul presente. Il presente è l’unico momento sul quale abbiamo realmente potere ed è quello che ci permette di trasformare le intenzioni in qualcosa di concreto.
Per me ha anche un significato molto personale e rappresenta quasi un buon auspicio per la band: non avere paura del futuro, rimanere concentrati sul presente e cercare sempre di dare il meglio. Infatti ho questa frase scritta nel mio studio.
Per questo, all’interno del primo disco, vedo questi brani molto legati tra loro: quasi come se raccontassero una storia, una vera e propria timeline concettuale.”
Abbiamo parlato di questo disco, ‘Psychotic Banana’ che ormai ha quasi due anni di vita. Come è stato accolto? Le recensioni sono positive, ma a livello di pubblico qual è stata la risposta? E avete avuto la sensazione che, come spesso accade, il riscontro più importante sia arrivato dall’estero? Possiamo dire che ancora una volta, forse, all’estero vi hanno capito più che in patria?
“(Marco) Sicuramente anche in questo caso abbiamo avuto un riscontro molto forte dall’estero. Detto questo, anche in Italia, correggetemi se sbaglio, la risposta è stata sempre ottima, soprattutto da parte del pubblico. Forse meno, tra virgolette, da parte dell’industria.”
“(Melissa) Se guardiamo semplicemente i numeri delle nostre piattaforme, Germania e Stati Uniti sono quasi sempre ai primi posti. Naturalmente anche l’Italia è presente, ma quei due Paesi sono particolarmente importanti per noi.”
“(Helly) Come spesso accade, il metal è un genere più radicato all’estero che in Italia.”

Come ve lo spiegate? Un tempo poteva esserci un problema di barriere e si parlava del metal italiano come di una scena di serie B. Oggi quei confini dovrebbero essere stati abbattuti, eppure una differenza continua a esserci. È una questione di mentalità? In questo caso si può anche ricollegare al discorso della rabbia, perché comunque fa abbastanza arrabbiare questa situazione. Oppure c’è qualche altro motivo?
“(Melissa) Personalmente non mi crea rabbia il fatto che in Italia non funzioni allo stesso modo il tipo di musica che vogliamo suonare. Non la vedo nemmeno tanto come una questione di mentalità, quanto di cultura artistica.
In Italia non esiste la stessa cultura metal che troviamo, per esempio, nel Nord Europa o in Germania. In alcuni Paesi le persone crescono ascoltando metal perché fa parte della loro cultura, mentre noi cresciamo ascoltando altri generi che sono più radicati nella nostra tradizione musicale. Non possiamo quindi dare la colpa alle persone italiane. Se qualcuno ascolta Olly o Anna Pepe, non significa che abbia meno cultura musicale rispetto a chi ascolta metal. Allo stesso modo, non è una questione di intelligenza o di qualità dei gusti. Sono semplicemente contesti culturali differenti.
Credo che sia una visione ormai superata quella secondo cui un genere musicale debba essere considerato migliore o peggiore di un altro. Il dato di fatto è che oggi in Italia il metal non ha ancora la stessa presenza culturale che ha in altri Paesi. Speriamo che in futuro possa essere sdoganato e considerato alla pari di qualsiasi altro genere musicale.”
“(Marco) Secondo me, però, ci stiamo lentamente arrivando. Negli ultimi anni mi sembra che la scena italiana si stia muovendo e che qualcosa stia cambiando.”
“(Francesca) Siamo ancora un po’ indietro, anche perché la nostra cultura musicale arriva in gran parte dal cantautorato. Pensiamo a figure come Guccini e De André: sono fondamentali per la cultura italiana.
Il metal, invece, non ha ancora lo stesso radicamento. Me ne accorgo anche come insegnante: è molto difficile insegnare metal. Al massimo si riesce a proporre qualcosa di metallico, metalcore o metal moderno.
Rispetto a qualche anno fa, comunque, la situazione è leggermente migliorata e questo mi rende abbastanza ottimista. Però il fatto che il metal non faccia realmente parte della nostra cultura musicale si sente, ed è inevitabile.”
“(Marco) Secondo me la situazione è migliorata soprattutto sul versante rock anche grazie ai Måneskin. La nicchia metal italiana, invece, è sempre stata abbastanza solida. È una scena sincera e viva, che negli ultimi anni ha continuato a evolversi lentamente ma costantemente”.
“(Melissa) Il problema è che viaggia su binari abbastanza paralleli rispetto al mainstream. Non credo che la scena metal italiana sia stata particolarmente influenzata dai Måneskin: sono realtà che procedono in maniera abbastanza indipendente.
È una scena numericamente piccola, soprattutto se confrontata con quella di altri Paesi europei, ma proprio per questo credo che abbia anche una qualità importante: agli eventi trovi partecipazione, sincerità e voglia di esserci. È semplicemente una scena più piccola rispetto a quella di altri Paesi.”
“(Helly) In realtà sono convinta che molte delle persone che abbiamo incontrato nei festival più popolari in Italia, magari persone che non ci conoscevano e che non ascoltavano metal, dopo averci visto abbiano detto: ‘Non ascolto questo genere, però siete forti’. Questo dimostra che spesso il problema è semplicemente la mancanza di conoscenza. Se non conosci un genere e non hai gli strumenti per scoprirlo, come puoi arrivare ad apprezzarlo?
Manca anche una vera differenziazione nelle radio e nella comunicazione mainstream. In Italia ci sono realtà come Virgin Radio e Radio Freccia, ma al di fuori di quei circuiti la presenza del metal e delle sue molteplici sfumature è ancora limitata.”

Il mio discorso era forse ancora più legato alla cultura del metallaro italiano. Penso, per esempio, a episodi come quello dei Lacuna Coil al Gods of Metal, quando vennero contestati e addirittura bersagliati da bottiglie perché considerati troppo soft o, forse, anche perché avevano una cantante donna. Secondo voi quella mentalità è ancora presente?
“(Marco) È una situazione molto lontana nel tempo. Oggi, almeno per quanto ne so, gli episodi di questo tipo sono molto meno frequenti. Le ultime volte in cui ho sentito parlare di band contestate o bersagliate dai cosiddetti “Defender” perché considerate troppo soft risalgono a parecchi anni fa.”
“(Melissa) Però, ragazzi, se oggi uscisse un nuovo “true”, probabilmente sarebbe il primo a essere lapidato! Io sarei la prima a farlo. Scherzi a parte, credo che non ci sia spazio per l’intolleranza.
Soprattutto perché quella del metal dovrebbe essere una cultura di ribellione alle regole, non una cultura che impone nuove regole. Per me non c’è spazio per l’ignoranza e per l’intolleranza verso chi fa qualcosa di diverso.”
Il successore, o meglio, il secondo disco, a che punto è? Ci state già lavorando oppure vi state concentrando soprattutto sull’attività live?
“(Marco) In realtà l’abbiamo già registrato. In questo momento lo stiamo mixando.”
Quindi qualche anticipazione possiamo averla?
“(Melissa) Cassa dritta. Quattro quarti! A parte gli scherzi, probabilmente è Helly la persona migliore per raccontarlo, perché ha curato la maggior parte, quasi la totalità, degli strumentali.”
“(Helly) Stiamo andando verso una direzione più elettronica, più techno, con ulteriori contaminazioni e diverse sfumature. Questi sono i principali ingredienti del nuovo disco.
Da molto tempo avevo il desiderio di riuscire a unire due dei generi che considero più potenti al mondo: il metal e la techno. Perché non provare a metterli insieme?
Dopo l’esperienza del primo disco e con la formazione degli Hand Of Juno, è stato quasi naturale farlo. Si è creato un terreno fertile per sperimentare davvero. Ci saranno brani che mantengono un legame evidente con il primo album e altri che, invece, si allontanano completamente da quello che abbiamo fatto finora, con un sound totalmente nuovo.
Abbiamo cercato anche di realizzare brani più cattivi e aggressivi rispetto alla media del disco precedente, con canzoni decisamente metal, mentre altri pezzi esploreranno territori completamente nuovi. Non voglio definirli “innovativi”, ma speriamo che possano esserlo.”
“(Melissa) Diciamo che ci sarà anche una sorta di piccolo ritorno al primo disco. Più che un ritorno, però, parlerei di una naturale evoluzione di quello che abbiamo fatto finora, affiancata a qualcosa di completamente nuovo.”
Avete già idea di quando uscirà?
“(Melissa) Indicativamente, il prossimo anno.”
Questa è una scelta dettata dalla volontà di lavorarci bene?
“(Marco) E’ per rispettare le tempistiche necessarie al processo di mixing e mastering.”
“(Melissa) Il nostro è un sound particolare e non è semplice trovare il modo di farlo suonare esattamente come vogliamo.”
“(Marco) Non abbiamo molti riferimenti. Per questo vogliamo prenderci il tempo necessario affinché il disco suoni esattamente come lo abbiamo in testa.”
Ascoltando le vostre canzoni arriva una forte sensazione di libertà, probabilmente proprio per la contaminazione tra generi. Ma, alla base, non sembra essere un processo particolarmente fluido: c’è molto lavoro di ricerca e di testa. Quante volte riprendete una canzone prima di considerarla definitiva?
“(Helly) Siamo arrivati anche a dieci versioni dello stesso brano. Alcune canzoni sono state completamente scartate.
In questo caso c’è stata davvero tantissima esplorazione e ricerca. Come diceva Marco, non abbiamo trovato — e spero che non ce ne siano — riferimenti precisi a band che stiano facendo esattamente quello che stiamo cercando di fare noi.
Si tratta quindi di riuscire a trasformare in musica quello che abbiamo in testa e trovare il modo migliore per farlo suonare. Non c’è un riferimento specifico a una band o a un artista che possiamo indicare come modello.”
“(Melissa) In definitiva, stiamo cercando di unire due mondi che apparentemente sembrano molto lontani, ma che secondo noi possono funzionare molto bene insieme.”
Anche parlando con altri artisti molto legati al metal, quando si parla di influenze spesso emergono techno e industrial, proprio perché condividono una certa potenza sonora. Forse sono molto più vicini al metal di quanto si pensi.
“(Helly) Forse l’unica vera barriera è nella testa delle persone che non riescono a vederlo.
È anche una questione di appartenenza, quasi ideologica. Posso parlare per esperienza personale: quando ero adolescente e avevo iniziato ad ascoltare le prime band metal, mi ci ero identificata completamente. Quando sentivo qualcuno parlare di techno, tendevo a rifiutare quel genere a priori. Perché io ero una metallara.
Le barriere mentali, in realtà, ci impongono tantissimi limiti. Se riuscissimo a liberarci dei pregiudizi legati all’appartenenza musicale, potremmo scoprire moltissimi generi che in realtà ci piacciono.”
“(Melissa) Assolutamente. E magari molte persone li ascoltano anche di nascosto, in cameretta, con le cuffie, perché si vergognano a dirlo.”

Foto Riccardo Carraro

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