The Mugshots – Dentro l’universo del possibile
Il 30/08/2026, di Filippo Corso.
Quasi dieci anni separano ‘Something Weird’ da ‘Gloomy, Eerie And Weird’, un’attesa lunga che oggi trova la propria risposta in un album semplicemente bellissimo, capace di sorprendere per intensità, qualità e personalità. I The Mugshots tornano con un lavoro ricco di idee, sfaccettato e mai scontato, nel quale la visione di Mickey E. Vil emerge con una forza ancora maggiore, dando vita a qualcosa di profondamente personale e difficilmente confondibile con altro. C’è ispirazione, c’è carattere e soprattutto quella libertà espressiva che ha sempre rappresentato il cuore pulsante del progetto, qui portata a una maturità e a una consapevolezza forse mai così evidenti. ‘Gloomy, Eerie And Weird’ è un disco da scoprire lentamente, ascolto dopo ascolto, lasciandosi trasportare all’interno del suo particolarissimo universo, ma è soprattutto un grandissimo lavoro che meritava di essere raccontato direttamente attraverso le parole di chi gli ha dato vita. Per questo abbiamo incontrato Mickey E. Vil, lasciando a lui il compito di condurci dentro il presente dei The Mugshots.
Benvenuto tra le nostre pagine Mickey, sono trascorsi quasi dieci anni da ‘Something Weird’. Guardandoti indietro, che periodo sono stati questi anni per Mickey E. Vil e per i The Mugshots, tanto dal punto di vista professionale quanto artistico?
“La musica non è e non sarà mai la mia professione: sarei completamente incapace di gestire qualunque tipo di pressione lavorativa in tale ambito ed arriverei ad odiarla. Artisticamente non mi sono mai fermato: per quanto riguarda i Mugshots, dal 2016 ad oggi abbiamo partecipato al tributo ai Death SS con ospite Mortiis; abbiamo realizzato per beneficienza un singolo registrato durante il lockdown del 2020 insieme a Baz Warne (The Stranglers) e lo stesso anno abbiamo registrato assieme a Enrico Ruggeri e ai Decibel la cover in inglese di ‘Contessa’ per celebrare il suo quarantesimo anniversario; nel 2021 la Minotauro Records ha fatto uscire un maxi-single in vinile con ospiti Mantas (Venom) e Attila Csihar (Mayhem); l’anno successivo abbiamo registrato l’ennesima dichiarazione d’amore per Philip K. Dick: il singolo ‘Small Town, New Town’ accompagnato da un eccezionale video animato che è stato presentato a Wonderland su Rai4. Per quanto mi riguarda ho sempre portato avanti i miei due programmi su Radio Onda D’Urto, ho realizzato molte interviste per TrueMetal e OndaRock e ho scritto articoli e recensioni sulle pagine di Classix! e Classix Metal. Ho scritto il mio primo libro per Tsunami Edizioni, dedicato alla seconda fase dei Venom – quelli di “Demolition Man” per intenderci – ed ora sto portando a termine il mio secondo lavoro che affronta un argomento più ampio ma molto specifico. Ho anche partecipato ad un monumentale lavoro della Say Yes Publishing, che presto vedrà la luce. Di recente ho composto la colonna sonora per un docufilm della Shatter Edizioni, realizzato da Nico Parente e Antonio Tentori, lo sceneggiatore noto per aver lavorato con Dario Argento e Lucio Fulci, tra gli altri. In un brano ho anche avuto il piacere di ospitare una mia “vecchia conoscenza”, ovverosia Dani dei Cradle Of Filth! Una cosa che poi mi ha regalato un’esperienza indimenticabile è stata la composizione di un brano per l’ultimo album dei Death SS, una canzone intitolata ‘The Evil Painter’: non si tratta di un brano “tipicamente Death SS” anche se Steve lo ha poi reso adatto al suo stile; diciamo che mi sono lasciato ispirare dai Blue Öyster Cult e, ovviamente, se si ascolta attentamente si può percepire il marchio di fabbrica dei Mugshots presente!”
Come si è sviluppata la gestazione di ‘Gloomy, Eerie And Weird’? È stato un album costruito lentamente nel tempo oppure ha preso realmente forma soltanto in una fase più recente?
“Nel 2019 l’album era già pronto e registrato per intero dalla line-up di ‘Something Weird’. L’ho composto dunque nell’arco di circa tre anni. Poi è arrivata la pandemia con il lockdown e già due anni prima avevo deciso di ridurre drasticamente le date dal vivo, limitandole ai palchi importanti, spesso condivisi con artisti di un certo livello. Intorno al 2023-24 Priest ed io abbiamo riascoltato l’album e ci siamo detti: «No, non funziona. Non funzionano certi arrangiamenti, non funzionano certe prestazioni di tutti, nessuno escluso». Ci siamo riuniti, ne abbiamo parlato approfonditamente e – a seguito di alcuni amichevoli dissidi all’interno della band – ho deciso di cambiare completamente rotta: ho fatto esplicitamente quello che più volte mi è stato fatto notare, vale a dire considerare i Mugshots un progetto interamente mio. Priest sarebbe stato il produttore/chitarrista affiancato da Matt M. (bassista col quale fondai la band nel 2001) e poi mi sarei avvalso di vari musicisti, alcuni anche piuttosto famosi, per registrare i brani. Il mio amico Fabio dei My Darkest Red (nei quali oggi milita Gyorg II, storico batterista dei Mugshots) lo ha definito il nostro ‘Hey Stoopid’! Ogni canzone, in pratica, è registrata da una line-up diversa. È un lavoro nato interamente in studio, senza nemmeno che i musicisti coinvolti si incontrassero. ‘Something Weird’ è nato in maniera diametralmente opposta: prove estenuanti in saletta come BAND e, nonostante gli eccessi consumati durante quella settimana a Lucca, siamo arrivati preparati come dei militari per registrarlo senza alcuna necessità di riarrangiare alcunché.”

I The Mugshots nascono e continuano a vivere principalmente attraverso la tua visione, pur aprendosi nel tempo al contributo di numerosi musicisti. Quanto consideri questo progetto un’estensione di Mickey E. Vil e quanto, invece, le persone che di volta in volta ne entrano a far parte riescono a trasformarlo e a condurlo verso direzioni che inizialmente non avevi previsto?
“Quello che mi sta gratificando maggiormente leggendo le recensioni di ‘Gloomy, Eerie And Weird’ è il fatto che viene continuamente puntualizzato come gli ospiti siano al servizio dei Mugshots e non il contrario. Il sound dei Mugshots, il non-genere sincretistico che da anni proponiamo, rimane intatto. Non potrebbe essere altrimenti, non seguendo alcuna regola prestabilita a livello compositivo se non il non seguire alcun cliché o moda che dir si vogliano.”
‘Gloomy, Eerie And Weird’ raccoglie elementi provenienti da mondi musicali differenti come il post punk, il dark ed il rock ad esempio. Quanto è importante per te poter comporre senza sentirti vincolato a coordinate precise e quanto questa libertà fa ormai parte del modo di essere dei The Mugshots?
“È l’unico modo in cui so comporre. I miei limiti in ambito di educazione musicale “canonica” sono la mia forza e non voglio perderli, sono ciò che mi consente di manipolare il materiale sonoro liberamente senza dovermi preoccupare di aver seguito o no una regola o una convenzione. Ad esempio Eye-Van, bassista su molte release dei Mugshots, mi ha sempre detto che gli facevo “slogare le dita” componendo linee di basso che un bassista preparato non avrebbe mai composto in quanto “innaturali”! Stessa cosa con la chitarra e queste “imperfezioni” contribuiscono in maniera determinante alla riconoscibilità del sound dei Mugshots.”
Qual è l’emozione che senti maggiormente presente in ‘Gloomy, Eerie And Weird’ e che consideri più importante per comprenderne davvero l’essenza?
“Credo di percepire una sorta di Sehnsucht rivolta ad un periodo della mia vita che ormai è alle mie spalle. Un cerchio che si è chiuso. Nessun giudizio di valore, né positivo né negativo, intendiamoci: solo la consapevolezza di vivere un quotidiano personale, artistico e musicale molto più “adulto”, rilassato e meno “bizzarro”.”
Gloomy, Eerie And Weird’, traducibile in italiano come “cupo, inquietante e bizzarro”, racchiude già nel titolo tre concetti molto forti. Come sei arrivato a queste tre parole e quale significato assumono per te in relazione al contenuto dell’album?
“Mi sono uscite per caso nel backstage del nostro decimo anniversario, festeggiato insieme a Tv Smith degli Adverts e Baz Warne degli Stranglers. I due mi videro per la prima volta truccato e mi dissero: «Non sei più tu!», emettendo versi “spettrali” del tipo: «Uuuuuh!». A quel punto io dissi: «Gloooooomy, eeeerie and weeeird!». Tv rispose: «Gloomy, Eerie and Weird. Conosco quei tre tizi!». E Baz: «Esatto, come Qui, Quo e Qua!». Il video di questo siparietto è disponibile sul nostro canale YouTube!”
Le collaborazioni hanno sempre avuto un ruolo importante nella storia dei The Mugshots, ma in ‘Gloomy, Eerie And Weird’ sembrano assumere un peso ancora maggiore, diventando una componente fondamentale del disco. Come hai scelto gli artisti da coinvolgere e come hai lavorato affinché personalità così differenti entrassero nel mondo dei The Mugshots mantenendo al tempo stesso la propria impronta?
“Quando per questioni radiofoniche e “giornalistiche” intervisto artisti di rilievo, cerco sempre di percepire una disponibilità almeno all’ascolto della musica che faccio, per avere un parere rilevante in merito. Se poi il rapporto diventa più stretto, propongo una collaborazione scegliendo lo special guest in base al mood del pezzo. Il che non significa necessariamente che si debba essere aderenti a ciò per cui gli ospiti sono noti. Pensiamo al compianto Mike Browning (Nocturnus) che in un video dichiarò quanto trovasse divertente collaborare con i Mugshots proprio perché stava facendo qualcosa di diverso. Una dichiarazione simile è stata fatta anche da Mantas dei Venom.”
Entrando nello specifico delle singole collaborazioni, ‘The Nameless’ vede riuniti Andy LaRocque, Sakis Tolis e Jim Mutilator. Come è nata l’idea di coinvolgere proprio loro nello stesso brano e quale contributo ha portato ciascuno alla sua forma definitiva?
“Intanto mi piaceva l’idea di riunire Jim Mutilator e Sakis Tolis esattamente 30 anni dopo la loro separazione una volta uscito ‘Triarchy Of the Lost Lovers’ dei Rotting Christ. Andy LaRocque, col quale sono in contatto da moltissimi anni essendo il suo personale “spacciatore” di Fernet Branca (!) mi aveva già mandato l’assolo: è a lui che ho pensato quando ho composto il brano, che è particolarmente e insolitamente metal per le mie corde. Non sai quanto mi ha emozionato sentire un “pezzetto” del sound di King Diamond in una mia canzone! Sakis, poi, ha contribuito con quel suo recitato rituale reso “esotico” dall’inglese “grecizzato” che trovo oltremodo affascinante. Infine Jim Mutilator, che ha dimostrato ancora una volta di essere un bassista superlativo, in grado di creare quel groove pulsante a cavallo tra punk della prima ora e metal.”
Inter Ludus (An Embalmer’s Lullaby Part III)’ contiene l’ultima registrazione di Mario “The Black” Di Donato, scomparso recentemente. Ci racconti l’origine di questa collaborazione e, soprattutto, quale ricordo conservi di Mario, tanto come artista quanto come persona?
“Nel 2020 realizzai la mia prima intervista con Mario, per promuovere il bellissimo ‘Ars Metal Mentis’. Da quella prima telefonata nacque una bellissima amicizia: per prima cosa mi coinvolse nel suo progetto di raccolta di opere d’arte realizzate da musicisti rock e metal. Feci realizzare, di getto dopo un concerto, due disegni divertentissimi da Mantas e Tony Dolan, all’epoca entrambi nei Venom Inc. Poi Mario mi chiese di realizzare io stesso un lavoro: io non so minimamente disegnare o dipingere ma mi misi d’impegno e con una matita realizzai (più che altro inconsciamente) quello che lui stesso definì un esempio di “arte modulare”! Espose il disegno durante una mostra all’interno di un motoraduno, il che mi rese particolarmente orgoglioso. Poi mi misi in testa di averlo in un disco dei Mugshots e quando sentì il brano (che coinvolge anche Tommy dei Sadist) mi disse: «Perdonami ma io sento che mancano degli assoli di chitarra a questo brano, posso aggiungerli oltre alle parti in latino?». Il risultato è alla portata delle orecchie di tutti e, visto come sono andate le cose, mi vengono i brividi quando sento l’ultima frase da lui pronunciata, vergata da Lucrezio: nil igitur mors est ad nos, ovverosia «dunque la morte, per noi, non è nulla».”
In ‘Flow, My Tears’ troviamo Gaye Advert, una figura che appartiene alla storia del punk britannico. Come siete entrati in contatto e cosa ti interessava maggiormente del suo contributo all’interno del brano?
“A 14 anni ero innamoratissimo di lei, quando vedevo le foto degli Adverts! Ho incontrato Gaye per la prima volta a Londra, a casa sua, nel 2014: allora viveva ancora con Tv Smith e passammo un piacevole pomeriggio insieme. Poi l’ho incontrata nuovamente qualche anno dopo e abbiamo passato una serata insieme ad un concerto punk, sempre a Londra. Da allora ci siamo tenuti in contatto ed è stata una gioia per me poterla avere sul disco sia con il suo toccante recitato che come autrice dell’immagine di copertina.”

Un altro incontro particolare è quello con Enrico Ruggeri e i Decibel in ‘It’s My Time’. Come è nato e si è sviluppato il vostro rapporto negli anni?
“Una quindicina di anni fa, il nostro manager di allora – Claudio Oberti dei Men Of Lake – mi chiamò per chiedere se ero disponibile a partecipare a due canzoni dal vivo dei Bankrobber, la band di suo figlio. Io al synth, Enrico Ruggeri alla voce: non me lo feci ripetere due volte! Durante la cena e dopo l’esibizione, armonizzai con il cantautore milanese al punto che nacque una bellissima amicizia costellata da collaborazioni di diverso tipo. Un’amicizia nata nel nome degli Stranglers! Nel suo libro autobiografico, Enrico Ruggeri mi cita come il fautore del suo incontro con il bassista/cantante JJ Burnel, uno dei suoi eroi di giovinezza e spesso e volentieri pubblica dei reel o si fa intervistare indossando la maglia dei Mugshots! Ci ha anche citati su Repubblica come una delle 2-3 band italiane che ama. Al momento stiamo lavorando ad un nuovo progetto insieme, ma naturalmente parlarne ora è prematuro.”
C’è qualcosa che con ‘Gloomy, Eerie And Weird’ hai fatto per la prima volta o che senti di aver affrontato diversamente rispetto al passato? E ci sono ancora territori musicali nei quali vorresti portare i The Mugshots?
“Come detto, per la prima volta non ho lavorato con una band ma con una schiera di eccezionali collaboratori, tra i quali anche i membri storici dei Mugshots. Il prossimo passo che vorrei fare con i Mugshots è realizzare brani meno weird e più catchy, coinvolgendo sempre degli ospiti eccezionali… Staremo a vedere! L’esperienza compositiva coi Death SS mi ha ispirato, in questo senso.”
Nella musica dei The Mugshots c’è sempre una forte componente immaginifica. Esiste qualcosa al di fuori della musica come cinema, letteratura, arte o anche un’esperienza personale che abbia lasciato un’impronta particolarmente profonda su ‘Gloomy, Eerie And Weird’?
“Più o meno in ogni nostro lavoro do vita ad un piccolo tributo al mio “faro” più importante: Philip K. Dick. Nel caso di quest’ultimo disco, si tratta del brano ‘Flow, My Tears’, ispirato dal romanzo ‘Scorrete lacrime, disse il poliziotto’. Un’esperienza personale è invece quella che ha ispirato ‘The Empty Park’: dopo aver realizzato un’intervista con Nick Holmes dei Paradise Lost prima di un concerto dei Bloodbath (mi misi a chiacchierare anche con Anders dei Katatonia), mi recai con l’iPad in un freddissimo parco deserto a Milano in attesa che salissero sul palco. Qui composi per intero una canzone che nelle mie intenzioni doveva accogliere le suggestioni delle band dei due figuri con cui avevo trascorso l’ora precedente: Paradise Lost e Katatonia, appunto. È stato poi un onore poter ospitare nel brano l’ex chitarrista della band svedese, Fredrik Norrman degli October Tide.”
Se potessi scegliere un ulteriore artista di qualsiasi epoca, anche non più in vita, da far entrare per un solo brano nell’universo dei The Mugshots, chi chiameresti e perché?
“Su YouTube potete trovare una mia intervista ad Alice Cooper durante la quale gli chiedo di partecipare ad un brano dei Mugshots. La sua cordiale risposta: «Well, let me know!». Il manager mi ha poi spiegato che in realtà per questioni contrattuali non potrebbe fare una cosa del genere ma mi basta la sua disponibilità documentata dall’intervista, hahaha! Questa cosa me l’ha spiegata bene Tobias dei Ghost: i management, le label, vedono le partecipazioni ad altri progetti come «qualcosa che viene loro rubato», dunque non sono viste di buon occhio. Tra i defunti, invece, chi potrei evocare per un’eventuale collaborazione? Mmmh… Puntiamo molto in alto: Jim Morrison, anche se immagino che sarebbe poco gestibile in studio!”
Un lavoro con così tanti elementi, musicisti e approcci differenti richiede inevitabilmente grande attenzione anche nella fase conclusiva della realizzazione. Che ruolo ha avuto Priest nella produzione e cosa ha aggiunto Dan Swanö attraverso il mastering al risultato finale?
“Un ruolo davvero determinante, affiancato da Matt M. La sua “scuola”, dieci anni fa, è stata quella del nostro amico e collaboratore Freddy Delirio dei Death SS anche se credo che Priest sia col tempo riuscito a creare un marchio di fabbrica proprio e riconoscibile. Dan, poi, ha dato il tocco finale perché il disco possa suonare da paura sia su CD che su LP, avendo realizzato due master separati. L’album, grazie a Priest e a Dan, beneficia dell’equilibrio tra potenza e chiarezza del suono, dando il giusto spazio ad ogni strumento.”
Dopo tanti anni di musica, esperienze e incontri artistici, cosa rappresentano oggi per te i The Mugshots? E se dovessi descrivere con poche parole ciò che questo progetto continua a significare nella tua vita artistica, quali sceglieresti?
“I Mugshots rappresentano per me l’unico modo che conosco per creare musica che sia suonata da più persone, da una band o comunque da più musicisti coinvolti. Altra cosa sono il mio progetto medieval/ambient Machina Coeli o le mie colonne sonore. Se però devo comporre musica “corale”, che necessiti del contributo di altre persone oltre a me, ecco che arrivano i Mugshots. Non sarei mai in grado di portare avanti un progetto squisitamente rock, punk, metal, doom, death, black o che altro: il sincretismo in musica messo in atto dai Mugshots è il solo linguaggio musicale che io conosca!”