Lordi, la normalità può aspettare
Il 24/09/2026, di Alessio Brengetto.
Vent’anni dopo la vittoria all’Eurovision con ‘Hard Rock Hallelujah’ e la pubblicazione di ‘The Arockalypse’, i Lordi continuano a muoversi in un territorio che hanno trasformato in qualcosa di unico: un universo fatto di horror, heavy metal, costumi, provocazione e una dose abbondante di ironia. Dopo l’esibizione al Sun & Thunder Festival di Malaga, abbiamo incontrato Mr. Lordi, al secolo Tomi Putaansuu, per parlare di una carriera ormai trentennale, dell’eredità di Eurovision, del rapporto tra musica e immagine, dell’intelligenza artificiale e di cosa significhi, ancora oggi, essere un mostro. Disponibilissimo e sempre pronto alla battuta, Lordi rivendica senza esitazioni la libertà creativa che ha guidato ogni fase della sua carriera: nessuna necessità di dimostrare qualcosa, nessun rimpianto per il passato e soprattutto nessuna intenzione di smettere di fare ciò che vuole. Perché, alla fine, è proprio questo il segreto della longevità dei Lordi.
Vent’anni dopo ‘The Arockalypse’, stai ancora cercando di dimostrare qualcosa con i Lordi o sei finalmente arrivato al punto in cui puoi semplicemente dire: “Faccio il cazzo che voglio”?
“È sempre stato quello il punto: fare il cazzo che voglio. Non c’è niente da dimostrare. Fai quello che fai e fai quello che vuoi fare. È tutto qui.”
Si parla spesso dei Lordi come di una band estremamente visiva. Se domani togliessi il costume, pensi che la musica sarebbe comunque sufficiente a sostenere tutto il progetto?
“Beh, mettiamola così: la musica non viene fatta con le maschere. Non viene scritta con le maschere e non viene registrata con le maschere. Ma quando arriva il momento di salire su un palco, ogni singolo artista, indipendentemente dal genere, pensa a come vuole apparire. Vuole avere un certo aspetto e vuole essere bello. E noi siamo la band più bella di tutte. La questione è che, per me, immagine e musica sono due cose completamente separate. L’ho detto parecchie volte: ci sono molti idioti al mondo che pensano che, se i Beatles, Elvis o gli Slayer avessero indossato delle maschere, la loro musica avrebbe suonato peggio. E ci sono davvero persone che direbbero di sì. Se i Twisted Sister, all’inizio, fossero sembrati come i Beatles, ci sarebbe stata comunque gente pronta a dire che erano degli idioti. Perché la gente è stronza. La gente è stupida. Ma l’aspetto non ha nulla a che vedere con la musica che fai. Ovviamente, con noi e con molte altre band esiste un legame fra immagine, testi e tematiche – l’horror, per esempio – ma, fondamentalmente, sono due cose separate. Tutti gli artisti pensano a come apparire. Tutti. Anche quelli che dicono: ‘No, no, noi saliamo sul palco e basta’. Non è vero. Qualsiasi artista, prima di andare sul palco, pensa a come vuole presentarsi. È già un’idea, è già qualcosa a cui ha pensato.”
Hai creato un universo talmente riconoscibile che potresti quasi diventare prigioniero della tua stessa mitologia. Come hai impedito ai Lordi di diventare una caricatura di loro stessi?
“In realtà, Lordi è una caricatura di Lordi. E se ci pensi, vale per praticamente ogni band, artista o musicista. Sono tutti caricature di loro stessi. Guarda Alice Cooper, Gene Simmons, Dee Snider… anche gli artisti senza maschera. Anche Ozzy, riposi in pace. Anche Lemmy. Sono tutti, in qualche modo, caricature di loro stessi. C’è anche una questione di tempo. Quando passa il tempo – e per noi sono passati trent’anni – non significa necessariamente che le persone inizino ad apprezzarti. Ma ti dà accettazione. Con il tempo arriva il momento in cui la gente pensa: ‘Non devo necessariamente apprezzarli, ma ok, loro sono qui per restare’. E tu continui a essere lì. Non è successo niente che ti abbia fatto sparire. Quando qualcosa diventa riconoscibile e le persone capiscono che non se ne andrà, se sei fortunato, a un certo punto diventa iconico o leggendario. E allora sì, diventa una caricatura di sé stesso. Ma non è necessariamente una cosa negativa. Una caricatura è qualcosa che riconosci immediatamente.”
Ha perfettamente senso. Ti piacciono i mostri fantastici, ma cosa ti spaventa nella vita reale?
“I coglioni. I coglioni mi fanno una paura fottuta. Dovrei dire Putin e Trump. Quei ragazzi, e qualsiasi altra persona di quel tipo, mi fanno paura. Non c’è molto altro da aggiungere.”
Hai passato gran parte della tua vita dentro questo personaggio. Quanto è ancora diverso Mr. Lordi da Tomi Putaansuu?
“È la stessa persona, a parte l’aspetto. Sono semplicemente io che divento bellissimo. Sul palco credo in quello che canto, credo in quello che sto facendo e divento il personaggio del mostro in questo mondo. Non dico di sentirmi davvero un mostro – ovviamente non sono un idiota e non sono così distante dalla realtà – ma, per me, è comunque la stessa persona. È sempre lo stesso ragazzo, solo che poi c’è l’aspetto fittizio. Ed è lì che entra in scena Mr. Lordi, che può fare molte cose che per un uomo normale non sarebbero possibili. Io sono un uomo normale e non faccio quelle cose. Altrimenti passerei il resto della mia vita in prigione.”
Parliamo di Eurovision. La vittoria con ‘Hard Rock Hallelujah’ è stata ovviamente un momento storico. Hai mai avuto la sensazione che il successo di quella canzone sia diventato un’ombra che i Lordi hanno dovuto combattere per anni?
“Sì. È una specie di spada a doppio taglio. Perché Eurovision, in sé, ci ha portato soltanto cose positive. Ma c’è stato un contraccolpo, ed è questa la cosa pazzesca dal nostro punto di vista. Le persone che avevano votato per noi e ci avevano fatto vincere, pochi anni dopo hanno iniziato ad abbandonarci. E questo, sai, è il comportamento di un idiota. Oggi, però, come dicevo prima, il tempo ti dà accettazione. A un certo punto diventa semplicemente: ‘Va bene’. E ormai, la maggior parte delle persone non ricorda nemmeno più tutta la storia legata all’Eurovision. Quest’anno stiamo celebrando ‘The Arockalypse’ e tutto quello che è successo con Eurovision, quindi inevitabilmente torna fuori. Credo anche che sia una questione di saper rinnovare quella storia, invece di cercare di separarsene completamente. Ma, normalmente, non siamo noi a cercare di ‘sfruttare’ l’Eurovision. È qualcosa che è successo naturalmente. E ho notato una cosa interessante: ci sono tantissimi giovani che sono letteralmente scioccati quando scoprono che abbiamo vinto l’Eurovision. Magari hanno sedici anni e nel 2006 non erano ancora nati, oppure erano troppo piccoli per ricordarlo. Ti guardano e dicono: ‘Davvero? Questa canzone è stata all’Eurovision?’. Ci sono moltissime persone che semplicemente non lo sapevano. E, in fondo, è normale. Sono passati vent’anni.”
Hai pubblicato moltissimi album. Ce n’è almeno uno che oggi riusciresti a mettere da parte, dicendo: “Questo avrei potuto farlo meglio”?
“No. Ogni album, nel momento in cui lo fai, è il miglior album che puoi realizzare in quel preciso momento. E ogni disco che abbiamo fatto rappresenta qualcosa di cui, in quel momento, ero davvero orgoglioso. Una band non dovrebbe lasciare lo studio prima di essere soddisfatta del proprio lavoro. Quindi ogni singolo album è stato fatto con il massimo dell’orgoglio possibile. Sono semplicemente fotografie di quel periodo: questo era il tipo di musica che volevo fare in quel momento. Per questo sono orgoglioso di ogni canzone.”
Quest’anno celebri i vent’anni di ‘The Arockalypse’. Se potessi sederti per un’ora con il te stesso del 2006, cosa gli diresti?
“Gli direi: non dire di sì a tutto. È probabilmente la cosa principale. Eravamo completamente travolti dalle richieste, perché dopo Eurovision ci fu una quantità di attenzione mediatica che una band normalmente non può ottenere in nessun altro modo. Non puoi avere quel tipo di esposizione attraverso nessun altro mezzo. Ti faccio un esempio: se mostri una foto dei Lordi a praticamente chiunque in Europa, dal sud dell’Italia fino al nord della Norvegia, e quella persona ha 35 anni o più, probabilmente almeno il 75 per cento riconoscerà la band. Se mostri una foto dei Metallica, forse quella percentuale scende drasticamente. Molte persone non saprebbero nemmeno dirti chi sono i Metallica. Se non riconoscono James Hetfield, non riconoscono la band. Ma Mr. Lordi lo riconoscono. Non necessariamente perché conoscono il suo nome, ma perché Eurovision è uno dei più grandi palcoscenici televisivi del mondo. E non importa se parliamo di vent’anni fa, trent’anni fa o oggi: non puoi ottenere lo stesso tipo di esposizione con i Metallica. Soprattutto oggi. Con tutto il rap e l’hip hop che dominano la scena musicale, non esiste un altro forum capace di offrire una visibilità del genere.”
Hai sempre insistito sul fatto di voler fare le cose a modo tuo, mantenendo però un’identità fortissima per i Lordi. Nel 2026 l’intelligenza artificiale è in grado di generare praticamente qualsiasi cosa con una velocità impressionante. Creare qualcosa fisicamente, con le proprie mani, ti sembra quasi una forma naturale di ribellione?
“No. Per me è semplicemente qualcosa di naturale. È come respirare, mangiare, dormire o urlare. Se consideri l’intelligenza artificiale una forma di competizione, allora stai guardando la cosa nel modo sbagliato. Io faccio quello che faccio e ogni artista dovrebbe fare ciò che fa perché ne sente il bisogno. Devi essere creativo.
Devi produrre qualcosa. A me l’intelligenza artificiale non interessa particolarmente, perché può anche creare qualcosa che suona vero. Puoi ascoltare una canzone e pensare che sia autentica. Ma che cos’è, realmente? Per me – e parlo soltanto per me – la cosa più importante è il processo creativo. Se a qualcuno piace quello che faccio, è un bonus. Se piace a qualcun altro, ancora meglio. Ma non è quello il punto. Il punto è il processo. Per questo l’intelligenza artificiale non mi interessa. Allo stesso tempo, però, è una cosa che fa paura. Come ha detto Gene Simmons qualche anno fa: se fai una canzone con l’intelligenza artificiale che suona come i Kiss, che sembra cantata da Gene Simmons e ha dei testi scritti come una canzone dei Kiss… cosa ottieni? È questa la parte spaventosa.”
C’è qualcosa che l’intelligenza artificiale non può fare e non potrà mai fare?
“Essere viva. L’intelligenza artificiale non è viva. Quindi non potrà mai salire su un palco e suonare una canzone. Non esiste. È una cosa che l’intelligenza artificiale non potrà mai fare.”
Anche se, considerando i progressi della robotica in Giappone, forse un giorno potremmo vedere Elvis o i Beatles tornare sul palco…
“Forse. Probabilmente non nel corso della nostra vita, ma vedremo.”
Ultima domanda. Se i Lordi esistessero ancora fra vent’anni, cosa dovrebbe essere successo perché tu potessi guardare la band e dire: “Ok, questo è il risultato che volevo”?
“Non lo so. Perché io so già cosa voglio fare e so già chi sono. Lo so da quando ero piccolo. Non ho mai capito quelle persone che non sapevano cosa volessero fare da grandi. Io ho sempre saputo di voler essere un mostro. Da quando avevo sette o otto anni, lo sapevo. Quindi non credo che ci sia qualcosa di specifico che debba succedere. Sto vivendo il mio sogno. E non mi importa di molto altro, finché mi è permesso fare quello che voglio e ci sono persone che rendono tutto questo possibile. Sono il bastardo più fortunato del mondo.”