Soen, l’arte della sottrazione
Il 28/09/2026, di Alessio Brengetto.
La cosa interessante dei Soen è che non sembrano avere alcuna fretta di dimostrare qualcosa. In un genere in cui la complessità rischia spesso di diventare una gara a chi aggiunge più strati, loro hanno imparato a lasciare spazio: a un silenzio, a una melodia, a un colpo di batteria che arriva nel momento esatto in cui deve arrivare. È forse questa la contraddizione che li rende così riconoscibili: una musica enorme costruita anche attraverso la sottrazione. Martin Lopez e Joel Ekelöf sono due estremi di uno stesso equilibrio. Il primo ragiona con il corpo, con un drumming che sembra quasi respirare e che raramente si limita a tenere il tempo; il secondo usa la voce non come semplice guida melodica, ma come punto di attrito, capace di rendere una frase intima e monumentale allo stesso tempo. Dopo anni trascorsi a scavare dentro il proprio linguaggio, i Soen sembrano oggi interessati soprattutto a una domanda: cosa vale davvero la pena dire, quando hai già detto così tanto? È da qui che parte questa conversazione.
L’album ‘Reliance’ è il vostro settimo lavoro in studio e, ancora una volta, siete riusciti a combinare pesantezza, atmosfere ricercate e un profondo contenuto emotivo. Dopo così tanti dischi, cosa vi fa sentire di avere ancora qualcosa di urgente da dire?
“(Joel) Beh, una cosa è chiara: dato che il mondo sta diventando sempre più folle, dire qualcosa diventa ancora più rilevante. In un certo senso fa bene all’ispirazione: le guerre, Trump e tutto il resto… Non sto dicendo che sia una cosa positiva, ma ci aiuta. Ci dà ispirazione. Sono tempi duri.”
“(Martin) E poi cos’altro? Ci piace fare questa cosa, intendiamo proprio fare musica. Quando avevo vent’anni non mi vedevo davvero a fare questo a questa età, eppure eccomi qui.”
“(Joel) Non so tu, probabilmente ti immaginavi che ci saresti arrivato…”
“(Martin) Il fatto è che non ho mai visto un’altra opzione.”
“(Joel) Pensavi che saresti stato ancora vivo a 45 anni?”
“(Martin) No, e ti dirò di più. Mi ricordo quando ero in tour a 18 anni e suonavamo con i Nevermore. Dopo lo show, tra una cosa e l’altra, il loro cantante si fa una doccia, esce e fa: ‘Ehi amico, sono un po’ stanco… ho 42 anni’. E ricordo di aver pensato: ‘Ma che cazzo ci fa un uomo di 42 anni in tour? Non è un posto per un quarantaduenne!’. Ora ne ho 48 e ci penso in continuazione. La prospettiva cambia totalmente.”
“(Joel) Sì, è proprio così.”
Il titolo ‘Reliance’ suggerisce dipendenza, fiducia, ma anche vulnerabilità. Cosa significa questa parola per voi personalmente e perché è diventata il titolo di questo album specifico?
“(Joel) L’idea dietro al titolo è infondere nelle persone il coraggio di lasciarsi andare, di dipendere dagli altri e di fare affidamento reciproco. Negli ultimi quindici anni, con i social media e tutto il resto, le persone si sono isolate. Non abbiamo più lo stesso contatto di un tempo, ed è facile arrivare a odiare lo sconosciuto. Il mondo sta diventando un luogo molto freddo per questo motivo.”
“(Martin) L’idea principale è che con la nostra musica e i nostri testi cerchiamo sempre di spronare le persone ad aprirsi agli altri, qualunque cosa significhi: condividere idee, dire come ci si sente, sia nel bene che nel male. Abbiamo davvero bisogno gli uni degli altri per essere felici, non ci si scappa.”
La vostra musica ha sempre affrontato sia le lotte personali sia i problemi della società. In un mondo che sembra sempre più diviso e polarizzato, credete che la musica possa ancora cambiare la mente delle persone o state semplicemente parlando a chi la pensa già come voi?
“(Joel) Non penso sia così. Non è che la musica non possa cambiare il mondo o che noi non si possa dire alcuna verità… Siamo solo musicisti. Però, in piccola parte, può darti una spinta nella direzione giusta, può aiutare qualcuno in una determinata situazione, offrire conforto. Può decisamente aiutare, ma non da sola: non può cambiare il mondo da sola, è un compito troppo grande.”
“(Martin) Resta comunque una delle pochissime cose capaci di unire le persone. Quando vai a un concerto vedi gente di destra, di sinistra, di qualsiasi schieramento, tutti lì a tifare per la propria band. C’è qualcosa di più grande delle scelte quotidiane di ciascuno. In questo senso, forse solo la musica e lo sport ci riescono: trovarsi a festeggiare con qualcuno che sta all’opposto del tuo spettro ideologico, condividendo la stessa emozione.”
All’inizio della carriera siete stati spesso paragonati ad altre band. Sentite ancora il bisogno di difendere l’identità dei Soen da questi confronti o siete arrivati al punto in cui non vi importa più nulla di come la gente definisce la vostra musica?
“(Martin) Siamo arrivati al punto in cui non ce ne importa nulla. Di solito ci scherzo su: la gente ci paragonava a una band chiamata ‘Tool’, ma non ho la minima idea di chi siano! Ovviamente è una battuta… All’inizio eravamo molto influenzati da loro, ma non ci siamo mai dovuti difendere davvero. Anzi, sono stati i nostri fan a prendere le nostre parti.”
“(Joel) Per quanto ci riguarda, è chiarissimo che nel primo album amavamo molto i ‘Tool’, non l’abbiamo mai negato. Pensa che all’inizio non ci volevano nemmeno su Metal Archives per via di questa cosa. Ed è sbagliato, perché noi facciamo metal, ci tengo a dirlo per la cronaca!”
Martin, questa è per te: il tuo modo di suonare la batteria è sempre stato uno degli elementi più riconoscibili dei Soen. Quanto dell’identità emotiva della band nasce dalla sezione ritmica piuttosto che dalle melodie o dalla voce?
“(Martin) Non saprei… Io sono molto concentrato sul groove. I Soen sono una band estremamente melodica e carica di emotività, quindi il mio modo di suonare deve cercare di rendere il tutto ritmato e interessante in modo intelligente, senza distruggere quelle melodie. È un modo diverso per me di concepire la batteria ed è molto stimolante; sento di crescere a ogni album. Ma non mettiamo più sforzo nella batteria rispetto al resto: è un equilibrio delicato tra l’avere una batteria intricata e interessante e il non rovinare il brano. Non puoi suonare la batteria solo per il gusto di farlo, devi farlo perché fa bene alla canzone.”
E questa è per Joel: la tua voce può suonare incredibilmente intima un momento prima e diventare monumentale un secondo dopo. Quando scrivete i testi lasciate consapevolmente spazio alla voce affinché diventi un altro strumento, piuttosto che un semplice mezzo per trasportare le parole?
“(Joel) Tutto deve legarsi insieme. Non si tratta di mettere i testi e la voce sopra a tutto il resto, deve far parte dello stesso tessuto. È qualcosa su cui lavoriamo moltissimo. Per avere un brano davvero aggressivo, o in cui il messaggio deve arrivare dritto al punto, devi lavorare molto sul carattere della voce e sul registro da utilizzare. I testi devono rappresentare lo stato d’animo del canto e, allo stesso tempo, della musica. Facciamo avanti e indietro parecchie volte durante la scrittura: più che cercare la complessità fine a se stessa, cerchiamo qualcosa di autentico, con un messaggio chiaro e diretto.”
I Soen hanno ormai un suono estremamente riconoscibile. Avere questo ‘marchio di fabbrica’ vi dà più libertà creativa o vi fa sentire in qualche modo in gabbia?
“(Joel) A essere sincero mi piacerebbe dirti: ‘Oh sì, siamo completamente liberi in quello che facciamo’, ma non è la verità. Abbiamo lavorato così tanto con questa band e siamo così orgogliosi dello stile musicale che abbiamo trovato… Poi parli con le persone che amano il gruppo e vedi quanto significa per loro, quindi arrivi a un punto in cui
vuoi continuare a offrire quel tipo di musica.”
“(Martin) Allo stesso tempo, come musicista devi esplorare ed evolvere. Per noi la chiave è appagare noi stessi con la musica che facciamo, mantenendo l’identità di ciò che rende i Soen tali. Ma dentro questa cornice può esserci di tutto: abbiamo pezzi veloci, ballad, canzoni pesantissime, abbiamo suonato con l’orchestra… Eppure ascolti ed provi sempre la stessa emozione.”
Un’ultima domanda, magari un po’ scomoda: dopo sette album, tour internazionali e un riconoscimento crescente, c’è qualcosa dei Soen che sentite che il pubblico non ha ancora capito del tutto?
“(Joel) Accidenti, è una domanda difficile! Devo dire che a volte la gente non capisce che veniamo dal metal. È metal! Certe volte rimangono delusi perché si aspettavano i ‘King Crimson’, ma noi facciamo metal.”
“Inoltre, viaggiando molto, ci siamo accorti che le persone hanno una visione di noi un po’ distorta. Ci vedono come ragazzi depressi o come intellettuali aristocratici… Ma che la nostra musica sia complessa o meno, noi veniamo dalla classe operaia e rappresentiamo la working class.”
“(Martin) Non siamo stupidi, non pensiamo solo a bere birra e fare festa, ma venendo dalla classe operaia abbiamo visto nelle nostre famiglie cosa sia l’ingiustizia e cerchiamo di cambiarla. Non facciamo prediche, ma è da lì che veniamo. Spesso invece abbiamo la sensazione che la gente pensi che siamo stati negli ultimi vent’anni seduti in una cazzo di biblioteca a bere cognac costoso, a predicare da una torre d’avorio. No, siamo solo ragazzi normali.”