The Who @ Parco della Musica, Milano, 22 luglio 2025

Il 24/07/2025, di .

The Who @ Parco della Musica, Milano, 22 luglio 2025

I The Who hanno tirato di nuovo la manopola del flipper per due rimbalzi della pallina in Italia, unica nazione scelta in Europa, prima di spostarsi in America per il loro tour d’addio ‘The Song Is Over’.
Dopo la prima serata a Piazzola sul Brenta, il 22 luglio tocca a Milano salutarli, purtroppo in concomitanza dell’arrivo di una notizia che ha sconvolto il mondo della musica rock: la scomparsa di Ozzy Osbourne, a solo un paio di settimane di distanza dal concerto-celebrazione di Birmingham. Anche la band offre gli omaggi al principe delle tenebre con la proiezione della sua foto e la dedica del pezzo di apertura ‘I Can’t Explain’.
Dopo la parentesi orchestrale del precedente tour finito nel 2023, i The Who tornano alla dimensione “band“, con un sound essenziale, graffiante e assolutamente rock fatto da chitarre, basso e batteria.

La voce dell’ottantunenne Roger Daltrey non può non risentire dell’età per timbrica e potenza, ma è perfettamente intonata e riesce ancora a stupire per l’estensione sugli acuti e l’interpretazione. Riesce ancora a giocare facendo roteare il microfono nella sua mossa tipica e a scherzarci sopra quando gli sfugge di mano.
A sua volta il praticamente coetaneo Pete Townshend con un ginocchio nuovo regge benissimo la fatica e continua a accennare il suo classico “windmill” anche se un po’ limitato dalla mobilità delle giunture. Le dita in compenso funzionano come orologi svizzeri per riproporre tutti gli accordi e gli assoli che ben conosciamo, quasi il tempo non fosse mai passato. Si ritaglia anche una bella parte vocale su ‘I’m the One’, durante la quale litiga con due chitarre acustiche che gli vengono passate per problemi tecnici… ma per la delusione di tutti non ne spacca nemmeno una! Un vero peccato per chi sperava in un ultimo gesto iconoclasta del maestro della distruzione scenica.

Sugli scudi anche il fratello Simon, con la band da tempo, che inspessisce magistralmente tutta la sezione chitarristica. Completano il sound roccioso il bassista Jon Button e la nuova entrata Scott Devours alla batteria, dalla mano gradevolmente pesante, entrambi i quali si ritagliano uno spazio in primo piano durante l’inno ‘My Generation’. Più sullo sfondo, arricchiscono il tappeto sonoro Loren Gold alle tastiere, naturalmente indispensabile per vari classici, Jody Linscott e John Hogg rispettivamente a percussioni e backing vocals.
La scaletta ricalca quella della data precedente ed è un viaggio quasi cronologico nella storia della band, con metà dei brani estratti dai capolavori dell’epoca d’oro seventies ‘Quadrophenia’ e ‘Who’s Next’, senza naturalmente trascurare ‘Tommy’ o i primissimi singoli dell’epoca mod che li hanno lanciati a metà degli anni 60, fino a toccare i primissimi anni 80 con gli ultimi due successi dal sound decisamente diverso.

I momenti salienti sono naturalmente le grandi hit, col pubblico che risponde con un’ovazione ogni volta che ne riconosce un inizio, da ‘Who Are You’ e ‘Pinball Wizard’ alle conclusive ‘Baba O’Riley’ e ‘Won’t Get Fooled Again’, su cui Daltrey dà probabilmente il meglio di sé con uno scream finale da brividi.
La setlist offre però ai fan più affezionati anche diverse perle meno note e raramente eseguite come ‘Love Ain’t For Keepin” e l’emozionantissima ‘I’ve Had Enough’. Molto sapiente ed efficace anche l’alternanza degli anthem più energici con momenti introspettivi come la bellissima ‘Love, Reign O’er Me’ o una ‘See Me, Feel Me’ resa in modo particolarmente sognante e onirico.
A chiudere un concerto di un’ora e tre quarti che però non sembra particolarmente aver affaticato i due ottuagenari, una bella sorpresa: quella ‘The Song Is Over’ che dà il nome al tour e non veniva eseguita da 54 anni prima dell’inserimento nelle due date di marzo alla Royal Albert Hall (dove però stando alle parole di Daltrey non aveva reso molto bene e forse per questo esclusa dalla scaletta di Padova). Perfetto congedo intimo e commosso, con lo spazio anche per un ultimo solo di Townshend, accompagnato da un video allegorico in cui vari oggetti affondano in mare – una metafora potente e malinconica.

I saluti finali sono molto rapidi, e forse un punto debole della serata è stata proprio la mancanza di un’interazione diretta col pubblico, per essere il concerto di addio, ma sappiamo che i The Who non sono mai stati tipi da perdersi in convenevoli.
Dopo i 60 anni di carriera, difficile pensare che la band rientri in gioco con una “extra ball” in futuro, ma non si può mai dire: il mondo del rock ci ha abituato a questo tipo di sorprese clamorose!

Testo e foto di Gaetano Iannarelli e Piero Paravidino

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