Wardruna @ Anfiteatro degli Scavi, Pompei, 5 agosto 2025

Il 07/08/2025, di .

Wardruna @ Anfiteatro degli Scavi, Pompei, 5 agosto 2025

Pompei parla. Parla attraverso le ombre, attraverso il fumo, attraverso il silenzio che si fa eco. Ogni nota suonata qui ha un peso diverso. È come se la pietra stessa restituisse il suono con una coscienza nuova.
Il tempo, durante il concerto, perde forma. Non esistono più i secoli. I Wardruna non sembrano esibirsi: invocano, evocano, accompagnano. La musica fluisce senza interruzioni, come un fiume che conosce la sua direzione. Ogni brano è un passaggio, ogni voce un richiamo, ogni silenzio un ascolto.

Il sole cala lentamente e l’aria inizia a impregnarsi di qualcosa che va oltre l’attesa per un concerto. È una vibrazione profonda, quasi tellurica, che si diffonde tra le pietre millenarie dell’Anfiteatro romano. Questa sera, tra le rovine di una civiltà scomparsa, i Wardruna riportano in vita una musica che sembra appartenere al respiro stesso della Terra.

Pompei come cornice narrativa: non una semplice location, ma un personaggio. La sua storia costruisce un’atmosfera che amplifica il senso rituale della musica dei Wardruna. In questo scenario, ogni suono ruota attorno all’essenza stessa del tempo umano, condensando in pochi istanti la caducità e l’eternità. Un’esperienza totalizzante dove storia e suono si nutrono a vicenda.

Il cielo è terso, ma una coltre di fumo si alza ai piedi del Vesuvio: un incendio, divampato durante il pomeriggio, avvolge la sagoma del vulcano in una nube sospesa nel tempo che sovrasta dona sacralita’ allo scenario, quasi fosse un richiamo alla fragilità e alla potenza della natura. In controluce, dietro al palco, la nube disegna forme incerte, come spiriti in ascesa, e rende l’atmosfera ancora più surreale.
Il pubblico si raccoglie in silenzio, immerso nella maestosità di un luogo che parla da sé.

L’Anfiteatro di Pompei, costruito intorno al 70 a.C., è uno dei più antichi al mondo. Con le sue cavee scolpite nella terra, capaci di accogliere fino a 20.000 spettatori, trasforma ogni suono in un’eco viva. Questa sera non ospita gladiatori, ma rituali sonori, e le sue pietre si fanno custodi di un’esperienza collettiva che scavalca ogni epoca. L’arena, al centro, è quasi vuota. Solo pochi strumenti, disposti con precisione quasi liturgica, attendono di essere toccati. Quando Einar Selvik e i suoi compagni entrano in scena, lo fanno in silenzio, come officianti di un rito ancestrale. Il pubblico non applaude subito. È come se nessuno volesse spezzare l’incantesimo.
Le prime note di ‘Kvitravn’ si levano nell’aria. Le percussioni, la lyra nordica, i corni scandinavi, le voci femminili e maschili che si alternano in cori viscerali creano una mappa sonora che abbraccia l’intera cavea. Il suono rimbalza sulle antiche mura, fluisce tra gli spalti, si alza verso il cielo e poi ricade, come pioggia sottile, su chi ascolta. Ogni brano è un viaggio attraverso simboli arcaici, evocazioni naturalistiche e mitologie dimenticate. La voce di Einar Selvik, profonda, calda, rituale, si impone come un richiamo antico.

Non canta per il pubblico, ma con la terra.

Il pubblico è silenzioso, assorto. Si ascolta come si ascolta una storia sacra raccontata attorno a un fuoco. Pompei, per una sera, non è solo archeologia: è un organismo vivo che risuona.
I Wardruna non parlano molto. Lasciano che sia la musica a creare il dialogo. E la musica, in questo contesto, è pura magia. ‘Skugge’, ‘Lyfjaberg’, ‘Voluspá’, ‘Grá’, ‘Fehu’, ‘Helvegen’ si susseguono senza interruzione, ognuno come un capitolo di una saga nordica. Il pubblico ascolta in raccoglimento, rapito. Alcuni chiudono gli occhi, altri fissano il cielo che ora si tinge di blu cobalto e rivela piano le stelle.

Camminando lungo i gradoni, tra ima, media e summa cavea, si percepisce il respiro della storia. Dove un tempo sedevano senatori e cittadini romani, oggi siedono anime in ascolto, unite da un bisogno comune: ricordare da dove veniamo. La musica dei Wardruna non intrattiene: risveglia.

La presenza fisica del luogo è totale. Le pietre antiche non fanno da semplice sfondo, ma partecipano. Ogni vibrazione rimbalza sui muri, tra le epigrafi latine e gli archi romani, creando una cassa armonica che trasforma l’Anfiteatro in uno strumento vivente. È come se il sito stesso rispondesse alla musica, restituendola amplificata.
Pompei non è solo cornice, ma personaggio. Ogni pietra racconta, ogni ombra vibra. L’incendio visibile in lontananza diventa simbolo: come allora, quando il fuoco del Vesuvio cancellò una città, oggi il fumo si alza mentre la musica ne risveglia lo spirito.

I brani finali arrivano come un lento ritorno alla realtà. Il canto si fa più rarefatto. Quando le ultime note svaniscono, rimane il silenzio. Poi, lentamente, i ringraziamenti, gli inchini, e le uscite tra le rovine. L’anfiteatro si svuota, ma qualcosa resta. Le pietre sembrano più calde. Il vento si fa più dolce.

Pompei si riaddormenta, ma non è più la stessa. Le sue pietre, per qualche ora, hanno vissuto ancora. Il suo anfiteatro ha accolto, non uno spettacolo, ma un incontro tra tempo, natura, uomo e spirito. I Wardruna se ne vanno lasciandosi alle spalle non solo musica, ma una traccia sottile, spirituale, difficile da spiegare, ma impossibile da dimenticare.
In questa serata irripetibile, Wardruna e Pompei si sono fuse in un’unità rara: due mondi – quello nordico e quello mediterraneo – che si incontrano senza scontrarsi, trovando nella spiritualità, nella natura e nella memoria le stesse radici.

La musica, quando è viva, non ha epoca né geografia. Ha solo verità. E quella dei Wardruna, questa sera, ha travalicato il presente tra le pietre di Pompei.

 

Galleria fotografica a cura di Giacomo Calviello 

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