Mono + Nicolas Veroncastel @ Legend Milano, 20.11.2025
Il 23/11/2025, di Nicola Neso.
Di nuovo al Legend, in una sera di fine novembre, questa volta per l’imperdibile appuntamento con gli dèi del post-rock sperimentale. I Mono, che quest’anno festeggiano un quarto di secolo di attività, tornano in Italia dopo due anni in occasione del (lungo) tour promozionale del loro ultimo capolavoro, ‘Oath’ (2024). I giapponesi sono da qualche anno nel roster della tedesca Pelagic Records, casa discografica fondata dal chitarrista dei The Ocean, Robin Staps, ormai punto di riferimento indiscusso per il panorama post, piuttosto bistrattato in Italia. Indicativo è in effetti il fatto che il baricentro di certe produzioni sia decisamente sbilanciato verso Nord (Olanda, Belgio, Germania, Francia) e che le band di punta spesso snobbino il nostro Paese, per quanto non gli si possa dare torto: poco pubblico, location inadatte (si pensi al confronto con dei templi della musica come il Paradiso ad Amsterdam, l’Ancienne Belgique a Bruxelles, il Tivoli a Utrecht, il Muziekgieterij a Maastricht), percentuali elevatissime sul merch, eccetera. Gli Envy, ad esempio, altra trentennale band giapponese post-hardcore che ha scritto la storia, sono tornati in Italia (al Magnolia, lo scorso agosto) per la seconda volta nella loro carriera solo a diciotto anni di distanza dal primo concerto. Ma i Mono, così come i God is An Astronaut, sono per i palchi nostrani ormai una certezza, e godono di un seguito calorosissimo e quasi “religioso”. Di fronte al Legend la fila per entrare è già notevole ben prima dell’apertura delle porte, e la gente corre ad accalcarsi davanti alle transenne già dal primo istante.
Ad aprire la serata un scelta che spiazza: Nicolas Veroncastel è un cantante, musicista e produttore francese che poco c’entra con la tempesta sonora che spazzerà il Legend di qui a poco. Un set pop con una voce cantautorale accompagnata da chitarra e tastiera che intesse un’atmosfera intima e delicata, a tratti quasi fragile, e che il pubblico rispetta e apprezza parecchio, piacevolmente sorpreso dall’azzardato ma non meno riuscito accostamento. Una nota di particolare merito al transalpino per la capacità compositiva che, se non estremamente originale, dimostra una certa perizia nella ricerca del suono.
Per riferire della prestazione dei Mono, invece, cercheremo di trovare il classico pelo sull’uovo perché, se così non fosse, dovremmo scrivere una sequela di apprezzamenti sbracati che risulterebbero fin troppo ovvi per questi monumenti dello sperimentalismo. A voler essere puntigliosi, si potrebbe dunque rimproverare ai Mono di essere a (brevissimi) tratti leggermente prolissi e autoreferenziali. Se non fosse che, anche in questi momenti (vedi la dilatatissima chiusura con ‘Recoil, Ignite’) ciò che alla fine rimane è una tensione emotiva difficile da gestire. Forse per questo a volte si vorrebbe che questa si sciogliesse in qualche apertura che conceda allo spettatore un attimo di tregua. È quel che succede, più o meno, e per chi abbia avuto la fortuna di sperimentarlo, durante un concerto dei This Will Destroy You, ché nome più azzeccato non potevano scegliere ma alla fine, ecco, non è che tutte le band sperimentali si possono chiamare così per preparare gli ascoltatori alla botta emotiva a cui vanno incontro. Invece le chitarre di Goto e Suematsu sono implacabili nel loro avvitarsi e rincorrersi mentre i due si contorcono sul palco, costruendo muri di suono impenetrabili, su cui ricama il basso di Tamaki Kunishi: il fatto che a squassare gli ampli del Legend sia quanto esce dalle corde di una donna così minuta lascia un’impressione potente. La tensione emotiva, si diceva: il pubblico è in religioso silenzio e completamente assuefatto e la band sul palco è concentratissima e non sbaglia un colpo, incalzando e martellando, costruendo linee melodiche per poi disintegrarle subito dopo in accessi noise tramortenti. L’ultimo disco, il citato ‘Oath’, è un capolavoro di solidità e sensibilità, per niente tradita nei quattro brani presentati qui questa sera (su tutti spiccano le esecuzioni di ‘Run on’ e ‘We all shine on’, mentre nove sono in tutto quelli in scaletta). A fine concerto l’emozione è difficilmente gestibile, e l’impressione rimane forte, nitida: i Mono sono al vertice assoluto della musica sperimentale pesante, e sarebbe davvero auspicabile che in Italia si presentasse più spesso la possibilità di godere di spettacoli del genere, qualitativamente su un altro pianeta rispetto ai soliti quattro festival con le altrettanto solite line-up scontate e mainstream.
Galleria fotografica di Nicola Neso.