Black Winter Fest XVII – Warm-Up @ Damage Inc, San Giovanni Lupatoto (VR), 29 novembre 2025

Il 19/12/2025, di .

Black Winter Fest XVII – Warm-Up @ Damage Inc, San Giovanni Lupatoto (VR), 29 novembre 2025

Nella notte di sabato 29 novembre il Black Metal italiano si è guardato allo specchio in quel di San Giovanni Lupatoto: il cielo nero sopra la cittadina ha richiamato la sua gente all’adunata. Al Damage Inc Live Club il warm-up del Black Winter Fest XVII ha messo sul palco capitoli fondamentali della “storia nera italiana”, dal passato remoto alle nuove fiamme che lo stanno riaccendendo. Le band e le numerose presenze nel pubblico, di varie fasce d’età, hanno scattato la fotografia di una scena che, a sorpresa per chi la credeva sopita, pulsa ancora fortemente di vita, identità e nuove direzioni.

I primi a salire sul palco, attorno alle 20, sono stati i “padroni di casa”, gli Strja. La scelta di iniziare con loro è stata quasi obbligata: pochi meglio della formazione veronese potrebbero incarnare la “dimensione territoriale” del black metal odierno. Il “dialetto scaligero” si incastra sorprendentemente bene nei loro riff grezzi con atmosfere “terrose” e nella voce ruvida come la terra bagnata che evoca leggende, ombre e superstizioni locali che sembrano emergere direttamente dalle colline attorno alla venue. Il basso e la batteria dal vivo penetravano nelle ossa… Indossavano tutti delle maschere nere con un’apertura fugace per gli occhi, erano incorniciati da luci led blu, risultando comunque essenziali, asciutti e diretti, senza fronzoli né decorazioni. Il pubblico ha apprezzato e risposto con calore. Gli Strja hanno acceso il fuoco, e la serata è entrata subito nel vivo…

È stato poi il turno dei modenesi Laetitia In Holocaust, il fiore sbocciato a inizio secolo, con un cambio di energia immediato. Laddove i primi sono stati istinto e suolo, i Laetitia erano “architettura e tensione”. La loro è stata una performance intellettuale, psicologica e ritualistica, costruita su un accompagnamento che mutava forma come organismi inquieti. Nella loro esibizione sono stati in grado di mantenere una tecnica elevata ma non sterile: tutto era calibrato, ogni passaggio mirava a una narrazione oscura, quasi claustrofobica. La sala si è fatta silenziosa quando la band ha invitato ipnoticamente all’ascolto e alla concentrazione. È stata una parentesi di “profondità coinvolgente”, un richiamo all’avanguardia che, negli ultimi anni, ha reso più complessa ed estremamente interessante la scena italiana. 

Con i Vultur verso le 21:40 la temperatura è salita vertiginosamente, tanto da lasciare il batterista a petto nudo. La storica band sarda ha portato sul palco un black metal più viscerale e “tradizionale” nella forma quanto intenso nella sostanza. Niente compromessi, solo potenza e convinzione granitica nella loro leggenda narrata. Il set è stato feroce, compatto, un colpo diretto allo stomaco del pubblico, soprattutto grazie alla precisione, oserei dire “da metronomo”, del batterista. Si è percepita tutta l’esperienza: i Vultur non hanno cercato di stupire con soluzioni inattese, hanno evocato piuttosto quell’energia primordiale che ha fatto grande il genere negli anni ’90, riuscendoci appieno. Il pubblico ha risposto con estremo entusiasmo: molti erano curiosi di vederli dal vivo per la prima volta fuori dall’isola, e la band non ha deluso assolutamente nessuno.

Poi è toccato ai Kre’u, altra perla di “Sandalia”, e il Damage Inc si è trasformato in un viaggio nel tempo nelle tradizioni e nelle lingue antiche. La “limba sarda”, scandita con forza sciamanica e accompagnata da melodie oscure, risuona come un antico incantesimo immersivo; i Kre’u facendo musica celebrano un rito: la loro forza sta nell’aver trasformato identità linguistica e culturale in sostanza sonora. Il pubblico è così conquistato; c’è chi ha chiuso gli occhi per lasciarsi portare e chi si avvicinava al palco come attratto da una fiamma. In quel momento si percepiva qualcosa di importante: il black metal italiano si è distaccato dall’imitazione di modelli nordici, manifestandosi come espressione territoriale, linguistica e personale. E i Kre’u sono un’ottima prova vivente di questa evoluzione.

Infine, i tanto attesi Necromass, i “guardiani” nostrani del genere. A quasi mezzanotte le luci si sono abbassate e l’aspettativa è diventata ancora più palpabile. I veterani sono saliti sul palco con la presenza di chi non ha bisogno di dimostrare nulla perché erano e sono storia, e il pubblico lo sa. Il set è stato un viaggio nel loro universo: rituale, oscuro e ipnotico. Dall’intro con ‘Night – Madness, Knowledge, Evil, 11’ all’outro con ‘Into An Image Of Left’, la setlist è risultata magistralmente studiata ed eseguita. Tracce storiche come ‘Mysteria Mystica Zothyriana’ o ancora ‘Sodomatic Orgy Of Hate’, ‘Vibrations Of Burning Splendour’, ‘Black Mass Intuition’ e ‘Sadomasochist Tallow Doll’ sono state accolte come inni sacri, e la band ha restituito ogni passaggio con precisione solenne. Il loro è un ritorno che non vive di nostalgia, ma di autorevolezza. E sentirli dal vivo è stata più una lezione, che un ricordo.

Tutto sommato l’evento si è percepito come una dichiarazione d’identità, mentre il pubblico si riversava all’esterno nel freddo tagliente della notte, la sensazione comune è stata piuttosto chiara: il black metal italiano non è “in sonno”, ma è vivo, maturo. E brucia.

 

Testo di Aleksandra Katarina Klepic

Galleria fotografica a cura di Federico Benussi

 

 

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