Unwelcome @ Cinema Vekkio – Corneliano d’Alba (CN), 10 gennaio 2026

Il 12/01/2026, di .

Unwelcome @ Cinema Vekkio – Corneliano d’Alba (CN), 10 gennaio 2026

Ci sono serate che non sono solo concerti, ma piccoli viaggi nel tempo. Riti collettivi in cui si torna a quando tutto sembrava possibile, quando il metal alternativo italiano, tra la fine dei Novanta e l’alba dei Duemila, aveva davvero l’aria di poter sfondare muri e confini. Il Cinema Vekkio di Corneliano d’Alba, pieno come nelle grandi occasioni, è il luogo perfetto per celebrare i 25 anni di ‘Independent Worm Songs’ degli Unwelcome, uno di quei dischi che oggi suonano come una fotografia sbiadita ma ancora potentissima di un’epoca irripetibile.

Ad aprire le danze ci pensano i Sides. Sei figure mascherate, sei anime inquiete, unite da un unico grido di rabbia. Il loro è un suono che affonda le mani nel nu-metal e nell’hardcore, ma non disdegna funk e rock, esplodendo addosso al pubblico come un pugno allo stomaco. Poi è il turno dei Lumpia con il loro hardcore tutto sudore e attitudine. La band cuneese non si risparmia, getta tutta la sua irriverenza sul palco martellando il presenti con un sound viscerale che trasuda disagio, rabbia ma soprattutto energia pura.

Quando arriva il momento degli Unwelcome, l’aria cambia. Si percepisce chiaramente che non è “solo” un concerto. È una celebrazione, ma anche un atto di riconciliazione con il passato. I 25 anni di ‘Independent Worm Songs’ diventano il pretesto per tornare a un’epoca in cui, a cavallo tra due decenni, l’Italia pullulava di band alternative metal di valore assoluto: H-Strychnine, Addiction, Hangin’on a Thread, STP, Browbeat, Livello Zero, Linea 77… e loro, i piemontesi Unwelcome, capaci di conquistarsi tutto con la perseveranza, i chilometri macinati e sacrifici veri.

Palchi importanti, come quello del Beach Bum Festival condiviso con Marilyn Manson, Nick Cave, Prodigy e Sonic Youth. E poi l’attenzione di una label canadese, la Attack Rec., che sembrava pronta a spalancare porte enormi. Il master del disco di debutto viene registrato in Svezia con Eskil Lövström, già al lavoro sul seminale ‘The Shape of Punk to Come’ dei Refused. Le promesse sono grandi, il tappeto rosso steso. Poi, però, tutto si blocca. L’uscita viene congelata, il tempo passa, e quando ‘Independent Worm Songs’ vede finalmente la luce nel 2001 per Loudblast, il treno, quello giusto, è già passato. Una storia amaramente comune a molte band di quell’epoca.

Stasera, però, non c’è spazio per il rancore. C’è nostalgia, certo, ma è una nostalgia viva, pulsante, che non profuma di resa bensì di consapevolezza. Il pubblico è quello delle grandi occasioni: volti segnati dal tempo, sguardi complici, mani alzate con la memoria ancora ben allenata. Gente che allora aveva davvero creduto nel “grande salto” e che oggi è qui non solo per ricordare, ma per verificare se quella fiamma arde ancora.

Gli Unwelcome salgono sul palco in ottima forma: potenti, compatti, credibili. Non c’è patina celebrativa, non c’è l’aria stanca delle reunion di maniera. C’è una band che suona come se il tempo si fosse piegato su se stesso. Al basso si alternano l’attuale bassista Ago e Kasci, tornato per l’occasione: due approcci differenti, due personalità forti, stesso impatto devastante. Ago è solido, granitico, moderno; Kasci porta con sé un groove più ruvido, istintivo, profondamente legato al DNA originario della band. Il cambio non spezza, anzi arricchisce.

A fare la differenza è anche, e soprattutto, il lavoro di Livio alle chitarre: un vero trapano sonoro, noise che lacera, distorsioni che non cercano mai la bellezza ma l’urgenza. È un muro che vibra, sporco e necessario. Dietro, Maxim alla batteria non perde un colpo: picchia preciso e feroce, con un drumming che tiene insieme hardcore, crossover e deviazioni quasi tribali senza mai risultare scolastico. E poi c’è Andrea, autentico padrone del palco: sputa rabbia e parole dietro al microfono, lo domina, lo maltratta, per poi tornare alla seconda chitarra come se nulla fosse. È lì che si concentra l’anima più viscerale degli Unwelcome, quella che ancora oggi non fa sconti.

A farla da padrone sono ovviamente i brani del disco celebrato, ‘Independent Worm Songs’, suonato praticamente per intero, a eccezione della cover dei Cure ‘Close To Me’ e di ‘A Fine Exemple’. Ampio spazio anche a ‘BeUnwelcomeOrDie’ del 2022, che si inserisce senza forzature accanto ai classici, mentre rimane fuori, scelta comprensibile ma un filo dolorosa, la produzione più recente dell’ottimo ‘What Might Have Been’.

L’opener ‘Electric Wave Kids’ accende subito la miccia, anche se inizialmente paga qualcosa a livello di suoni: serve qualche minuto per rodare gli ingranaggi. Ma è solo questione di tempo. ‘Tsunami’ e ‘S.C.Y.L’ consolidano l’impatto, ‘Beautiful’ (da ‘BeUnwelcomeOrDie’) dimostra quanto il presente della band sia tutt’altro che un riempitivo. Da lì in avanti il concerto cresce in modo naturale e inesorabile: ‘How To Make $’, ‘Happy Birthday’, ‘My Love’, fino a ‘Alternative Suckers Will Rule?!’ che riporta tutti dritti a quell’epoca in cui certe frasi erano manifesti.

‘Tell A Number’ è una delle vette emotive, ‘Song For None’, recuperata addirittura dal primo demo, suona come una capsula del tempo e lascia intuire quanto gli Unwelcome fossero avanti già agli esordi. ‘The Dobermann’ e ‘Freejazzpunkblahblahblah’ spingono ancora più in alto il tasso di caos controllato, mentre ‘Plan B’ e ‘Sick&Destroy’ tengono il locale in pugno. Con ‘Me For President’ da ‘Rifles’ si arriva a uno dei momenti più partecipati, prima dell’esplosione finale: ‘Megaplastium’, con il palco letteralmente invaso da fan desiderosi di rendere omaggio a una band che, anche senza il successo che meritava, ha lasciato un segno profondo. La chiusura affidata a ‘Colors Of War’ pescata addirittura dal demo del 1995 è quasi catartica, oggi forse ancora più attuale di ieri visto che i conflitti a livello mondiale paiono tutto fuorchè sanati..

Lo spettacolo cresce minuto dopo minuto anche sul piano emotivo. Gli Unwelcome non sembrano una band che guarda indietro con rimpianto, ma un gruppo che ha fatto pace con la propria storia e la usa come carburante. Il pubblico risponde, canta, spinge, ringrazia. Non è solo un anniversario: è la dimostrazione che certe ferite, se non si sono mai davvero chiuse, possono ancora insegnare come suonare con il cuore prima che con le mani.

Questa serata non riscrive la storia, ma la racconta nel modo migliore possibile. Ricordandoci che, anche quando il treno passa, certe canzoni e certe band restano. E continuano a colpire, a distanza di anni, nello stesso identico punto.

Foto Melissa Ghezzo

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