Agent Steel @ Alchemica Music Club – Bologna, 23 maggio 2026

Il 26/05/2026, di .

Agent Steel @ Alchemica Music Club – Bologna, 23 maggio 2026

E niente, ormai la faccenda della muzak preconcerto mi sta prendendo la mano. Il bello è che tutto avviene inconsapevolmente, non è mica una dozzinale firma di artista al pari dell’apertura dei rubinetti delle case scassinate a opera dei due malfattori di “Mamma, ho perso l’aereo”. In effetti, stavolta sorvolerò sulla colossale ‘Buried Dreams’ diffusa sulle casse del palco da parte della bravissima fonica, immediatamente prima della salita degli headliners sul palco (a proposito, lo ribadisco: un plauso va di diritto alla qualità del suono dell’Alchemica, lo dico io e lo dicono le band convenute): quello a cui mi riferisco è un episodio avvenuto nel parcheggio del locale, appena arrivato a Bologna – un bel cofano della macchina spalancato con un paio di metalheads là vicino, e il pulsante basso di Jeff Lords che sottolinea il bridge di ‘Valhalla’, intramontabile inno dei Crimson Glory. “Ecco un segno del destino”, devo aver pensato, poiché non credo di essere l’unico ad aver accostato Crimson Glory e Agent Steel come espressione di uno US Metal particolarmente portato all’estremo, anche e soprattutto per via della timbrica eccessiva dei rispettivi cantanti.
Già: il compianto Midnight e il redivivo John Cyriis (dopo anni di assenza dalle scene), con quest’ultimo che è a quanto pare riuscito nell’incredibile impresa di rovesciare il tavolo messo su dagli ex compari, riprendere le redini del gruppo e ricostruirlo attorno alla propria figura. Suona familiare, adepti dei Venom? Certo che sì, anche se queste dietrologie lasciano presto spazio a una considerazione che serpeggia tra i convenuti, e che qui riporto salvo eventuali inesattezze: materialmente, è la prima volta in cui assistiamo a un concerto con John Cyriis alla voce qui in Italia, quindi la serie di date organizzate dalla Morrigan Promotion è già storica di suo.
Poi, al netto dei gusti personali, è vero che timbriche come quelle dei due vocalist succitati sono tutt’altro che “facili” o digeribili dai più: considerando però che assisto con persistente perplessità al fatto che si tenda a osannare Cacophony e Control Denied, i cui cantanti non mi hanno fatto mai impazzire, tirerò qui fuori un adagio che non invecchia mai: senza voci come quella di Cyriis o di Midnight, con ogni probabilità l’alchimia delle rispettive band non sarebbe stata completa, e difficilmente staremmo parlando di dischi come ‘Skeptics Apocalypse’ come il non plus ultra del culto. Un culto di nicchia, come è giusto che sia, ma pur sempre un qualcosa che faceva affermare al mio amico Mitch “ai miei dischi degli Agent Steel ci tengo più che a quelli dei Metallica”.
Ecco, sotto le Due Torri i due gruppi si avvicendano proprio in questa torrida primavera: con palcoscenici diversi e storie diverse, ma le congiunzioni tanto care a Cyriis parlano anche di questo, immagino.
La serata è assemblata con ben quattro gruppi, in maniera non dissimile a quanto avviene nelle altre tre date, con gli Hyperion e i Reverber che sono presenti anche negli altri cartelloni.
Ad aprire le danze qui all’Alchemica troviamo i Vicolo Inferno, interessante quartetto imolese che non avevo mai incrociato ma che pare abbia una gavetta considerevole alle spalle, com’è evidente dalla compattezza della proposta sonora. Le coordinate sono quelle dettate dal power americano d’annata con un tocco di modernità che non guasta mai, e soprattutto con una vena oscura che conferisce ancora maggior blasone alle trame al limite del prog inscritte nei canoni a stelle e strisce.
Tocca poi ai thrashers capitolini Reverber, anch’essi un quartetto, che mi colpiscono immediatamente con la loro fusione di assertività vocale in stile Bay Area e rozzezza tipica delle declinazioni newyorkesi o renania/vestfaliane del genere, con una ricercatezza negli assoli di chitarra che a sua volta ha molto di californiano. Certo, l’impronta rassicurante di un revival thrash tout court come è quello che va avanti da anni è ben evidente da una tenuta del palco kreatoriana, con tanto di chitarre appuntite e quanto altro, ma la proposta è convincente e bisogna sottolinearlo. ‘Kill the Clown’ è forse l’esempio più fulgido di una pennata forsennata in stile Kreator / Destruction, con un approccio melodico nelle armonizzazioni che ha profonde radici anche nella tradizione italiana (i primi Extrema su tutti, ma anche i loro conterranei Enemynside) nonché negli echi di capolavori del genere come ‘The Legacy’, tanto per fare un parallelo “pesante”.
È la volta degli eclettici Hyperion, la cui ‘Rewire, Rebuild’ è l’esempio di un’epicità cervellotica collocata tra i dettami US Metal e forme ancora più estreme, mitigate da una timbrica vocale che incontrerebbe appieno le richieste da talent scout di uno come Geoff Thorpe, tanto per citare uno dei colossi dello stile in questione. Certo, la proposta in sé non è delle più facili (quando thrash e heavy/power/thrash vengono accostati in scaletta, l’orecchio umano tende verso la formula più omogenea). In ogni caso, annoto: finora l’accostamento nero/verde chiamava Type O Negative, Overkill o National Suicide che dir si voglia, da ora gli Hyperion si uniscono al club dei supporters del Sassuolo. E lo fanno con un’immagine quantomai fantasiosa, che va dal simil cosplay di Joe Satriani e Glenn Tipton di un chitarrista fino all’approccio “cattivo” dell’altro axeman e del cantante, vanificando in contemporanea la mia passione (?!) per le foto in bianco e nero finché la verve tambureggiante della loro ‘Yet we still Fight’ giunge a rappresentare nel modo migliore il fil rouge della serata, con la sua trama articolata. Ecco, lo scorrere della scaletta mi fa pensare che recuperare i loro lavori in studio potrebbe essere una buona idea, anche per rimediare alla sensazione che la formula non sia sufficientemente di impatto, dal vivo.
Tra una considerazione e l’altra – con il generoso inserto della citata ‘Buried Dreams’ al cambio palco – iniziamo a vedere i turnisti di lusso del buon Cyriis popolare il palco dell’Alchemica. Se il nostro amato communicative channel sfoggia una stage persona a metà tra Robert De Niro e Danny De Vito (Joe Pesci l’ho già citato all’inizio, ma qui non rientra), non poteva di certo scegliere un ingresso migliore di ‘The Calling’ per quella sua personale dichiarazione di intenti che sono gli Agent Steel degli anni ’80 e degli anni ’20. Se la classicissima coppia di attacco ‘Unstoppable Force’ / ‘Never Surrender’ non mi ha mai convinto più di tanto, le cose cambiano decisamente con ‘Taken By Force’, che irrompe prepotentemente nella scaletta ricordandoci il motivo per cui siamo qui, l’uscita a gamba tesa di un rasoio affilato come ‘Skeptics Apocalypse’ nel lontano 1985.
Spazio dunque a una deep cut come ‘Let It Be Done’ / ‘The Day at Guyana’ la cui seconda parte ha il doppio pregio di far riposare sia Cyriis che l’altro chitarrista (all’inizio ho pensato a un problema tecnico, poi mi sono convinto che non è che uno possa studiarsi sempre tutta la scaletta, o cose così). Per un dilemma irrisolto, c’è un contraltare che è una sicurezza, poiché Nikolay Atanasov alla chitarra solista svolge il proprio compito in maniera egregia. “I wish Juan Garcia was with us”, commenta il lider maximo, ma si vede che è soddisfatto del comprimario, che in effetti ha un peso non indifferente nell’economia del convincente approccio live della band, sufficientemente old school per conservare la propria aura di credibilità. ‘Guilty as Charged’ e la sentitissima ‘Bleed for the Godz’ rappresentano l’occasione per riportare al centro dell’attenzione il tema degli alieni, da sempre cavallo di battaglia di questi pionieri dello speed a stelle e strisce, finché l’attesissima ‘Agents of Steel’ non incornicia la fine della prima parte del set.
Ecco, mi sarei aspettato una ‘Mad Locust Rising’ nel finale, ma è chiaro che arrivati a questo punto non potevo chiedere di più all’Oracolo dello Stargate. Che agli encore ha addirittura riservato la title track di ‘No Other Godz Before Me’ – in assoluta controtendenza con le scelte di scaletta di qualsiasi band della stessa “fascia”, che tende ovviamente a snocciolare le cose nuove in terza o quarta posizione per poi raccogliere gli allori fino alla fine del set.
Anche questo è d’altronde un segno dell’assenza di compromessi da parte degli Agent Steel: è pur vero che sono in ovvio downtuning, che gli anni passano per tutti, che la scaletta poteva durare di più, che su ‘Bleed for the Godz’ Cyriis ha mancato uno degli attacchi sfasando la strofa, ma sono dettagli che non pesano più di tanto sulla bilancia del passaggio di una band leggendaria dinanzi ai nostri occhi. Anche perché sono certo che ci fosse gente che faticava a prenderli sul serio già nell’85/87, figuriamoci oggi che il valore inestimabile del loro approccio melodico alla materia heavy/speed viene considerato archeologia sonora. Per gli altri, forse: per qualcuno resteranno sempre i “masters of metal, agents of steel”!

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